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Fondi pensione, da oggi il contributo dell’azienda si può trasferire

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Scattano le nuove regole tra le proteste di Confindustria e sindacati. Cambia anche il modo di riscuotere il capitale accumulato: si potrà incassare a rate, senza convertirlo in rendita vitalizia
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ROMA – Due novità, una battaglia aperta. Da oggi, 31 ottobre, cambia la previdenza complementare: il contributo versato dall’azienda può seguire il lavoratore anche quando passa a un fondo pensione diverso da quello previsto dal contratto collettivo. E chi arriva alla pensione può scegliere di incassare a rate il capitale accumulato, senza convertirlo necessariamente in una rendita vitalizia. Sono due misure della legge di bilancio 2026, rinviate nei mesi scorsi e ora operative.

La prima ha scatenato la protesta di imprese e sindacati, uniti nell’avviso comune del 26 maggio. Federmeccanica ha già invitato le aziende a sospendere il contributo per chi lascia Cometa, il fondo dei metalmeccanici. Confindustria chiede un nuovo rinvio. Il vicepresidente Maurizio Marchesini avverte: senza un intervento del governo, le imprese cercheranno di difendere il vincolo contrattuale anche attraverso nuove clausole nei contratti nazionali.

ROMA – Due novità, una battaglia aperta. Da oggi, 31 ottobre, cambia la previdenza complementare: il contributo versato dall’azienda può seguire il lavoratore anche quando passa a un fondo pensione diverso da quello previsto dal contratto collettivo. E chi arriva alla pensione può scegliere di incassare a rate il capitale accumulato, senza convertirlo necessariamente in una rendita vitalizia. Sono due misure della legge di bilancio 2026, rinviate nei mesi scorsi e ora operative.

La prima ha scatenato la protesta di imprese e sindacati, uniti nell’avviso comune del 26 maggio. Federmeccanica ha già invitato le aziende a sospendere il contributo per chi lascia Cometa, il fondo dei metalmeccanici. Confindustria chiede un nuovo rinvio. Il vicepresidente Maurizio Marchesini avverte: senza un intervento del governo, le imprese cercheranno di difendere il vincolo contrattuale anche attraverso nuove clausole nei contratti nazionali.

Il contributo che segue il lavoratore

Finora chi lasciava il fondo pensione negoziale per trasferirsi a un fondo aperto, gestito da banche o altri operatori finanziari, oppure a un piano individuale pensionistico (Pip) di una compagnia assicurativa, poteva portare con sé il capitale già accumulato. Ma rischiava di perdere i futuri versamenti aggiuntivi dell’azienda, previsti dal contratto collettivo soltanto per gli iscritti al fondo di categoria.

La nuova norma elimina il vincolo alla portabilità stabilito dai contratti. Dopo almeno due anni di partecipazione alla previdenza complementare, il lavoratore può trasferire la posizione e conservare il diritto al contributo datoriale. Non significa, però, ricevere quei soldi in busta paga: continueranno ad alimentare il risparmio previdenziale.

Perché Confindustria si oppone

La posta in gioco riguarda i fondi negoziali, istituiti dai contratti collettivi e amministrati congiuntamente da imprese e sindacati, senza scopo di lucro. Nell’avviso comune, Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e numerose associazioni datoriali sostengono che il contributo aziendale sia parte integrante della contrattazione e debba restare legato al fondo di categoria. Temono che la portabilità favorisca fondi aperti e Pip, generalmente più costosi.

Marchesini richiama le stime Covip: le differenze nelle commissioni possono tradursi in una pensione integrativa finale inferiore anche del 18-20%. Federmeccanica, in una circolare del 6 ottobre, ha già sostenuto che il contributo aziendale a Cometa, pari al 2% dei minimi contrattuali e al 2,2% per i nuovi iscritti under 35, debba cessare in caso di trasferimento.

Per l’associazione è un’applicazione del contratto collettivo, non una violazione della legge. Ma la norma elimina proprio il richiamo ai vincoli contrattuali. Il contrasto non è quindi soltanto politico: riguarda l’interpretazione e l’applicazione della nuova disciplina, con il rischio di contenziosi tra lavoratori e imprese.

Il capitale si può incassare a rate

La seconda novità riguarda invece il momento del pensionamento. Da oggi chi ha maturato i requisiti per la prestazione complementare, con almeno cinque anni di iscrizione, può chiedere l’erogazione frazionata del montante: il capitale viene restituito attraverso pagamenti periodici per almeno cinque anni. È un’alternativa alla rendita vitalizia, che garantisce un assegno finché si è in vita.

Con il pagamento frazionato, invece, le somme finiscono quando il capitale si esaurisce. L’importo delle rate può variare in base all’andamento degli investimenti. In caso di morte, quanto resta va ai beneficiari designati o agli eredi. La scelta può essere combinata con il ritiro immediato di una parte del montante, fino al 50%. Resta possibile incassare tutto in capitale nei casi particolari previsti dalla legge.

Le altre due formule e le tasse

Già dal 1° luglio erano disponibili altre due modalità. La rendita a durata definita distribuisce il capitale per un periodo calcolato sulla speranza di vita residua secondo le tavole Istat. I prelievi liberamente determinabili consentono invece di ritirare somme entro il limite delle rate maturate e non riscosse di quella rendita.

La differenza è anche fiscale: per l’erogazione frazionata l’aliquota sulla parte imponibile parte dal 20% e diminuisce di 0,25 punti per ogni anno di partecipazione successivo al quindicesimo, fino al 15%. Per le altre due formule si applica invece, sulla quota imponibile, il regime più favorevole dal 15% al 9%.

Le nuove modalità riguardano le forme pensionistiche a contribuzione definita, con alcune esclusioni per i dipendenti pubblici. La Covip ha previsto un periodo di adeguamento operativo fino al 31 dicembre, per consentire ai fondi di organizzare i pagamenti.

Un esempio pratico

Un lavoratore con una retribuzione lorda annua di 30mila euro e un contributo aziendale del 2% riceve 600 euro all’anno nel fondo pensione di categoria. Da oggi, dopo almeno due anni di iscrizione, potrà trasferirsi a un fondo aperto o a un Pip senza perdere, secondo la nuova norma, quei 600 euro annui.

E al pensionamento? Con un capitale accumulato di 60mila euro, potrà ritirarne subito fino a 30mila e destinare il resto alla pensione integrativa. Oppure scegliere tra quattro modalità di erogazione:

Rendita vitalizia: un assegno mensile per tutta la vita, il cui importo dipende dall’età e dalle condizioni applicate.

Rendita a durata definita: il capitale viene distribuito per un periodo calcolato sulla speranza di vita residua secondo le tavole Istat.

Prelievi liberamente determinabili: il pensionato decide quando e quanto ritirare, entro il limite delle rate maturate e non riscosse della rendita a durata definita.

Erogazione frazionata: il capitale viene restituito in almeno cinque anni. Con 60mila euro, in dieci anni sarebbero circa 500 euro lordi al mese, ipotizzando rendimenti nulli e senza considerare costi e imposte.

Nelle ultime tre formule il capitale può esaurirsi, mentre la rendita vitalizia garantisce pagamenti per tutta la vita. Nei casi previsti dalla legge resta possibile ritirare immediatamente l’intero montante.

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