L’avenida Paulista in rosso, samba e Bella ciao sul lungomare di Copacabana; Lula che saltella come un ragazzino tra fiumane di brasiliani, l’incredibile rimonta della notte elettorale, il muro alzato contro l’ennesima svolta a destra in America Latina. Lula ha vinto, ma il difficile comincia ora. La finanza che gli aveva scommesso contro gli presenta subito i suoi omaggi: lunedì la Borsa di San Paolo crolla del 13,88%, la caduta più violenta dal Covid. Il dollaro schizza dell’8,21% contro il real, il Tesoro corre ai ripari riacquistando titoli pubblici per contenere l’impennata dei rendimenti. Ben rivisto, presidente Lula.
Quei 4,5 milioni di voti in più raccolti al ballottaggio sono un enorme trionfo politico; ma il mancato riconoscimento della vittoria da par…
L’avenida Paulista in rosso, samba e Bella ciao sul lungomare di Copacabana; Lula che saltella come un ragazzino tra fiumane di brasiliani, l’incredibile rimonta della notte elettorale, il muro alzato contro l’ennesima svolta a destra in America Latina. Lula ha vinto, ma il difficile comincia ora. La finanza che gli aveva scommesso contro gli presenta subito i suoi omaggi: lunedì la Borsa di San Paolo crolla del 13,88%, la caduta più violenta dal Covid. Il dollaro schizza dell’8,21% contro il real, il Tesoro corre ai ripari riacquistando titoli pubblici per contenere l’impennata dei rendimenti. Ben rivisto, presidente Lula.
Quei 4,5 milioni di voti in più raccolti al ballottaggio sono un enorme trionfo politico; ma il mancato riconoscimento della vittoria da parte di Bolsonaro, la sua fuga negli Stati Uniti, i proclami di brogli (senza alcuna prova), lasciano la più grande economia dell’America del Sud in una fase di pericolosa incertezza. La vittoria al ballottaggio non cancella la sconfitta al primo turno: le legislative hanno consegnato il Congresso alla destra, e spenti i megafoni non sarà semplice tradurre in realtà il programma sociale ed economico. Lula ha promesso di continuare a migliorare le condizioni di vita di un Paese con livelli abissali di sperequazione, ma dovrà riuscirci senza far esplodere il debito pubblico. Il suo successo imprevisto ha costretto la speculazione a smontare immediatamente le posizioni, ma la violenza della reazione segnala un problema più profondo: il Brasile continua a crescere e a esportare, ma fatica sempre più a finanziare il debito sostenendo intanto spesa sociale, investimenti e costo del denaro.
Il debito pubblico lordo è passato dal 73,8% del Pil nel 2023 all’82,9% di agosto. Non sono percentuali impossibili in sé, in Italia la febbre del debito è molto più alta, ma il costo degli interessi è un macigno sempre meno sostenibile: nei dodici mesi fino ad agosto il settore pubblico ha pagato 1.182 miliardi di reais, pari all’8,86% del Pil. Il deficit complessivo ha raggiunto il 9,48% del Pil. Il tasso ufficiale Selic, equivalente al tasso di politica monetaria della Bce, è al 13,75%, con un’inflazione al 4,58% in settembre.
Gli interessi elevati aggravano il deficit, il deficit aumenta la sfiducia degli investitori e la sfiducia rende più difficile abbassare i tassi. Il Pil, cresciuto del 3,4% nel 2024 e del 2,3% nel 2025, sta rallentando ancora. Per il 2027 il Fmi prevede un’espansione dell’1,9%, il sondaggio Focus della Banca centrale l’1,31%. Il ministro delle Finanze, Dario Durigan, ha promesso misure per rafforzare la disciplina di bilancio. Felipe Salto, capo economista di Warren Investimentos, intervistato da Bbc Brasile esorta il governo a presentare un programma concreto immediatamente: il tempo, avverte, è un fattore cruciale.
Fuori dalla povertà
Durante il terzo mandato di Lula l’economia ha creato occupazione, i redditi sono cresciuti e la povertà si è ridotta in misura significativa, anche se resta un dramma enorme. Secondo l’istituto statistico Ibge, tra il 2022 e il 2024 sono uscite dalla povertà 17,5 milioni di persone, ma ci restano ancora il 23,1% dei brasiliani. La povertà estrema è scesa dal 5,9% al 3,5%, ma riguarda ancora 7,35 milioni di persone. Ha contribuito anche il Bolsa Família, il sostegno al reddito che raggiunge 19 milioni di famiglie ed è un soccorso vitale nelle regioni più povere. Secondo l’Ibge, senza i trasferimenti pubblici la quota di popolazione in povertà nel 2024 sarebbe stata del 28,7%. Le retribuzioni sono basse, e avere un impiego non garantisce necessariamente un reddito sufficiente. A settembre l’81,7% dei nuclei familiari risultava indebitato. Secondo Serasa, l’agenzia specializzata nella solvibilità di cittadini e imprese, ad agosto 84 milioni di brasiliani avevano pagamenti arretrati. Milioni di persone lavorano, ma continuano a vivere con il timore di non arrivare a fine mese.
La quota di analfabeti sopra i 15 anni è scesa al 4,9% nel 2025, ma si tratta ancora di 8,4 milioni di persone. Per migliorare stabilmente le condizioni di vita non basta aumentare i trasferimenti: occorrono investimenti in istruzione, salute, infrastrutture, ricerca e produttività. Nel bilancio federale del 2027 il 92% della spesa primaria è obbligatoria e va soprattutto a pensioni, salari e prestazioni sociali. Senza un debito sostenibile, gli investimenti verranno sacrificati a pagare gli interessi.
Lula dovrà affrontare tutto questo senza una maggioranza parlamentare. Il Partito liberale di Bolsonaro è prima forza alla Camera con 121 deputati. La federazione guidata dal Pt di Lula ne ha solo 88. Per approvare le misure fiscali Lula dovrà trattare con il Centrão, i centristi che esercitano un’influenza decisiva sul Congresso. Il presidente rieletto ne è consapevole: «Non sono stato io a scegliere il Congresso, è stato il popolo. Ed è con questo Congresso che voterò, lavorerò e approverò i provvedimenti».
Le risorse extra
Il Brasile ha risorse che molti Paesi emergenti non possiedono. Le riserve valutarie superano i 370 miliardi di dollari e nei primi nove mesi del 2026 le esportazioni hanno raggiunto quasi 285 miliardi, con un surplus commerciale di oltre 62 miliardi. La Cina acquista quasi il 30% dell’export, e il Brasile ha un’industria diversificata che va dall’aeronautica alla meccanica, dall’automotive alla chimica, dal petrolio all’agricoltura e ai minerali. Non ha problemi di scarsità di valuta estera come quelli che in passato hanno travolto le economie latinoamericane: affronta piuttosto una crisi potenziale di sostenibilità fiscale, costo del capitale e capacità politica di realizzare le riforme.
L’Italia nel 2025 ha esportato in Brasile per 5,8 miliardi di euro, il 76,6% dell’intero export nazionale verso il Mercosur. L’interscambio bilaterale supera gli 11 miliardi. Gli vendiamo macchinari, mezzi di trasporto, prodotti chimici e farmaceutici: ma la svalutazione del real rende più costosi i nostri beni, mentre i tassi elevati e il rialzo dei rendimenti frenano gli investimenti brasiliani. Con Lula resta la continuità delle relazioni con l’Europa e delle politiche di sostegno alla domanda interna. E l’accordo fra Ue e Mercosur, in applicazione provvisoria da maggio, promette nuove opportunità grazie alla riduzione dei dazi. Ma per le imprese italiane il vero nodo non è chi governa a Brasilia: è se il Brasile riuscirà a investire e crescere senza essere soffocato dal costo del debito. Perché se i dazi scendono ma il credito resta proibitivo, le commesse rischiano comunque di fermarsi.