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La responsabilità delle classi dirigenti nel declino italiano

La protesta degli operai ex Ilva a Genova, uno dei casi più clamorosi di crisi industriale italiana (leoni)

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L’Italia cresce poco, fa pochi figli, investe poco nell’istruzione e nella sanità e porta sulle spalle uno dei debiti pubblici più alti del mondo. Sono mali strutturali, che si aggravano e si alimentano a vicenda. E ai mali strutturali non si pone rimedio con la campagna elettorale permanente.

I problemi vengono da lontano. Con Marco Onado abbiamo pensato che, dopo una lunga vita trascorsa da lui fra l’università e la Consob e da me nelle banche, fosse arrivato il momento di tentare un bilancio che andasse al di là dei rimorsi e rimpianti personali e servisse a ricostruire le responsabilità di chi, dal dopoguerra in poi, ha governato e comandato in Italia: una classe dirigente che abbiamo studiato e visto agire da vicino, e di cui forse siamo stati anche parte.

Sono nati così due libri: Illusioni perdute nel 2023 e, ora, Venti contrari, che Marco non ha potuto vedere pubblicato. Il secondo libro continua il primo e si chiede come è potuto accadere che un paese capace, nel dopoguerra, …

L’Italia cresce poco, fa pochi figli, investe poco nell’istruzione e nella sanità e porta sulle spalle uno dei debiti pubblici più alti del mondo. Sono mali strutturali, che si aggravano e si alimentano a vicenda. E ai mali strutturali non si pone rimedio con la campagna elettorale permanente.

I problemi vengono da lontano. Con Marco Onado abbiamo pensato che, dopo una lunga vita trascorsa da lui fra l’università e la Consob e da me nelle banche, fosse arrivato il momento di tentare un bilancio che andasse al di là dei rimorsi e rimpianti personali e servisse a ricostruire le responsabilità di chi, dal dopoguerra in poi, ha governato e comandato in Italia: una classe dirigente che abbiamo studiato e visto agire da vicino, e di cui forse siamo stati anche parte.

Sono nati così due libri: Illusioni perdute nel 2023 e, ora, Venti contrari, che Marco non ha potuto vedere pubblicato. Il secondo libro continua il primo e si chiede come è potuto accadere che un paese capace, nel dopoguerra, di una trasformazione economica e sociale straordinaria sia entrato in una decadenza tanto lunga da apparire ormai normale.

La storia che abbiamo ricostruito non coincide con quella ufficiale. Secondo una tesi diffusa e auto-assolutoria, la crisi italiana sarebbe cominciata con la caduta del Muro e con Mani Pulite, due eventi esogeni che avrebbero distrutto immeritatamente la Prima Repubblica e interrotto un meccanismo che aveva portato l’Italia ai vertici del mondo industriale.

Ma non è così. Già alla fine degli anni Ottanta, prima di Tangentopoli e Mani Pulite, l’Italia era un paese fragile. Lo era nella grande industria privata, sconfitta nelle ambizioni di diventare protagonista sui mercati mondiali e nel 1990-91 quasi tutta in perdita. E lo era nella gestione della cosa pubblica, per l’enorme debito accumulato e per l’incapacità di vedere che il mondo stava cambiando: il mercato unico europeo avrebbe posto fine agli aiuti di Stato e reso insostenibili i debiti e le vecchie cattive pratiche di governo di molte partecipazioni pubbliche. Non averlo capito per tempo fu un peccato mortale. Nel 1992 arrivò il redde rationem: ci fu la crisi della lira a settembre, preceduta ad agosto dalla crisi dell’EFIM, che minacciò il merito di credito dell’intero sistema delle Partecipazioni Statali, i cui squilibri condussero a privatizzazioni realizzate in emergenza, senza regia e senza un disegno di politica industriale.

Il grande capitale privato si sottrasse allora al rischio di investire e costruire, e tentò di usare le privatizzazioni per comandare senza spendere, facendo leva sul debito e puntando alla fine sulle infrastrutture. Da quella trappola, o occasione mancata, il capitalismo italiano non è mai uscito. La grande industria privata è in gran parte scomparsa; oggi l’economia italiana, nel vuoto della grande industria privata, è dominata non dalle PMI, che sarebbe anche un bene, ma da una rete di microimprese – con meno di dieci dipendenti - che assorbe il 40% dell’occupazione nel settore privato: una proporzione che non ha uguali nei paesi industriali.

Molti limiti della vecchia classe dirigente si sono riprodotti nella lunga stagione di Silvio Berlusconi, che ha provato a demolire gli ultimi residui di civismo delle élite e affermato le prassi e le parole di un potere estraneo alla cultura liberale delle regole, della concorrenza e della responsabilità. Pagare le tasse è diventato “mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Anni dopo Giorgia Meloni avrebbe parlato di “pizzo di Stato”: una formula anche peggiore per la stessa antica indulgenza verso l’evasione fiscale. Le tasse le pagano quasi soltanto i lavoratori dipendenti e i pensionati.

William Baumol, economista americano che ha studiato la decadenza dei paesi e delle economie, ci ha aiutato a capire. Scrive che in ogni società operano forze produttive, che innovano, investono e creano ricchezza, forze improduttive, che cercano rendite e protezioni, e forze distruttive, illegali e criminali, che consumano risorse senza costruire nulla. Il destino di un paese dipende dalle proporzioni fra queste tre componenti: la storia italiana degli ultimi decenni è la storia della prevalenza, da un certo punto in poi, delle seconde e delle terze sulle prime. Abbiamo provato a documentarlo.

Le forze produttive non sono mai mancate. L’Italia ha ancora imprese eccellenti, lavoratori capaci, ricercatori, professionisti e amministratori pubblici di qualità. Sono rimasti però troppo spesso isolati, circondati da un sistema che premia la rendita, la fedeltà, la vicinanza al potere e la protezione più di quanto premi l’investimento, la conoscenza e l’innovazione. Adesso siamo di fronte a un mondo nuovo, e forse un riscatto sarà possibile.

* Manager ed economista

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