La nuova vita di Banca Mps ricominciada Intesa
Giovanni PonsChe fine farà la banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena? A giudicare dal voto espresso dall’assemblea di Rocca Salimbeni del 29 ottobre scorso, la strada porta diretta nella pancia di Intesa Sanpaolo, che a inizio giugno ha annunciato un’Opas sul 100% delle azioni Mps. Anche se il tenace ad Luigi Lovaglio non ha ancora gettato la spugna. «Il voto va accolto con rispetto», ha detto alla fine della riunione dei soci che ha bocciato il suo piano di difesa «ma non è il verdetto finale sul futuro del Monte». Secondo Lovaglio l’offerta di Intesa ha davanti a sé «ancora una strada lunga, la partita decisiva si giocherà sulle condizioni effettive dell’Opas, sulle decisioni dell’Antitrust e sul livello di adesione». In questo quadro «il nostro compito è continuare la positiva dinamica dei risultati, proteggere clienti e dipendenti, massimizzare il valore per tutti gli azionisti e fare in modo che ogni scelta futura rispetti il Monte, Siena, la Toscana e tutti i territori nei …
Che fine farà la banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena? A giudicare dal voto espresso dall’assemblea di Rocca Salimbeni del 29 ottobre scorso, la strada porta diretta nella pancia di Intesa Sanpaolo, che a inizio giugno ha annunciato un’Opas sul 100% delle azioni Mps. Anche se il tenace ad Luigi Lovaglio non ha ancora gettato la spugna. «Il voto va accolto con rispetto», ha detto alla fine della riunione dei soci che ha bocciato il suo piano di difesa «ma non è il verdetto finale sul futuro del Monte». Secondo Lovaglio l’offerta di Intesa ha davanti a sé «ancora una strada lunga, la partita decisiva si giocherà sulle condizioni effettive dell’Opas, sulle decisioni dell’Antitrust e sul livello di adesione». In questo quadro «il nostro compito è continuare la positiva dinamica dei risultati, proteggere clienti e dipendenti, massimizzare il valore per tutti gli azionisti e fare in modo che ogni scelta futura rispetti il Monte, Siena, la Toscana e tutti i territori nei quali operiamo».
l’azionariato del gruppo senese
Il Monte dei Paschi ha vissuto gli ultimi 18 anni della sua esistenza in maniera tumultuosa. L’acquisto della Banca Antonveneta nel 2008 per 9 miliardi, poco prima del fallimento di Lehman Brothers, segnò l’inizio di un calvario che coinvolse manager, azionisti e anche i contribuenti italiani che attraverso lo Stato dovettero farsi carico di un salvataggio terminato solo nel 2023. Il salasso ormai è storia: a partire dal 2012 lo Stato ha investito complessivamente circa 12 miliardi di euro in Mps, tra Monti Bond per 3,9 miliardi, la ricapitalizzazione precauzionale del 2017 per 5,4 miliardi, l’aumento di capitale del 2022 per circa 1,6 miliardi. Considerando le vendite delle quote azionarie e la valorizzazione della partecipazione residua del Tesoro, lo Stato ha recuperato circa 4,1 miliardi, senza riuscire a tornare pari su Rocca Salimbeni. Un percorso sanguinoso passato attraverso inchieste giudiziarie che hanno toccato i banchieri che si sono susseguiti ai vertici e la morte in circostanze misteriose e ancora oggi non chiarite del capo delle relazioni esterne della banca.
La situazione finanziaria di Mps era così compromessa che tra il 2021 e il 2022 il Tesoro intavolò una trattativa con l’Unicredit, alla cui guida era appena arrivato Andrea Orcel, che includeva una dote nell’ordine di oltre 5 miliardi. Per fortuna delle casse italiane Orcel declinò l’offerta, il Tesoro investì gli ultimi 1,6 miliardi nell’aumento di capitale decisivo, e l’aumento dei tassi di interesse post Covid fece il resto, sotto l’abile regia di un banchiere rigoroso come Lovaglio.
Ma dal 2024, con il risanamento dei conti della banca ormai in tasca, per il Monte è iniziato un nuovo film. Nell’agosto di quell’anno il Mef e Palazzo Chigi decisero di respingere le avance dell’Unipol per un possibile matrimonio con Mps. Il motivo è semplice: il governo di destra non voleva riconsegnare le chiavi di Siena alla sinistra, che per molti anni ha governato sulle sorti di Mps con risultati assai discutibili. E così il Mef per accasare il Monte si inventò una cordata anomala nella sua composizione, includendo la Delfin della famiglia Del Vecchio, l’imprenditore vicino alla premier Meloni Francesco Gaetano Caltagirone, il Banco Bpm sul quale vigilano da vicino la Lega di Salvini e il ministro Giancarlo Giorgetti. L’idea era quella di formare un terzo polo bancario tra Mps e Bpm in grado di soddisfare le esigenze di credito dei piccoli e medi imprenditori che non si sentono soddisfatti a dovere dai due big del settore, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma proprio quest’ultimo rompe le uova nel paniere al piano governativo lanciando a fine 2024 una Ops sul Banco Bpm che verrà abbandonata solo molti mesi dopo. È a questo punto che nasce l’accrocchio Mps-Mediobanca. Facendo leva sul desiderio di Caltagirone e di Francesco Milleri (presidente di Delfin e numero uno di EssilorLuxottica) di scardinare la galassia Mediobanca-Generali e di far fuori i guardiani del tempio, Renato Pagliaro e Alberto Nagel, Lovaglio si lancia in una Ops dal sapore antico: il credito erogato dagli sportelli Mps a far da motore alle commissioni della banca di investimento in cui Piazzetta Cuccia è specializzata. Un piano che ha successo solo grazie alla forte sponsorizzazione del governo che fa scendere in campo le casse di previdenza romane ed esercita una pressante moral suasion sugli azionisti privati di Mediobanca.
Ma una volta conquistato il tempio di via Filodrammatici ecco che i grandi sponsor di Lovaglio, scesi in campo con disegni di potere e di convenienza economica, gli presentano il conto. Per primo Caltagirone, che vuol tenere Mediobanca indipendente e quotata per aumentare la sua influenza su Generali. Lovaglio riesce a resistere sfruttando l’asse con il socio Delfin che in primaverea è ancora saldo. Lo scorso giugno arriva però la stoccata finale: difficile toccare Mediobanca e Generali senza svegliare i poteri forti del Paese. Intesa Sanpaolo, alfiere della finanza cattolica restato alla finestra per più di un anno, non si fa sfuggire l’occasione e con un tempismo perfetto lancia l’Opas sul Monte in tandem con Unipol, proprio il partner rifiutato dal governo due anni prima perché controllato dalle cooperative rosse. Ironia della sorte la mazzata finale per Lovaglio arriva proprio dalla Delfin, suo principale sostenitore, che nell’assemblea di giovedì scorso gli volta le spalle e sposa il nuovo corso di Intesa.
Ora Mediobanca uscirà dalla Borsa e gli sportelli del Monte saranno divisi in due parti. Una metà andrà a Bper che sotto il cappello di Unipol formerà la seconda banca del Paese, anche se l’integrazione non si presenta delle più facili, vista anche la recente esperienza della Popolare di Sondrio. L’altra metà delle filiali rimarrà a Intesa, rafforzando la quota di mercato della già prima banca italiana. Resta da capire, per l’Antitrust e per il governo, se questo nuovo assetto è in grado di garantire l’indipendenza delle Generali e l’erogazione del credito alle piccole e medie imprese. Senza un terzo polo.
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