«Sulla raffinazione si è smesso di investire. Ora non possiamo aspettarci che la produzione aumenti sensibilmente su richiesta, magari nel giro di poche settimane. La verità è che non siamo più considerati strategici per l’Europa. E questo è il risultato». Giorgio Profumo non nasconde il velo di amarezza per la situazione in cui versa l’industria italiana della benzina e del diesel. Per lui la raffineria è un affare di famiglia. È presidente e amministratore delegato, nonché azionista di maggioranza di Iplom, la società fondata dai suoi avi 95 anni fa e proprietaria della raffineria di Busalla, la più piccola d’Italia.
Dopo l’incontro con il governo a inizio mese, qual è il clima che si respira nel settore?
«Dalla riunione è emerso chiaramente il vero problema: l’Europa ha tolto …
«Sulla raffinazione si è smesso di investire. Ora non possiamo aspettarci che la produzione aumenti sensibilmente su richiesta, magari nel giro di poche settimane. La verità è che non siamo più considerati strategici per l’Europa. E questo è il risultato». Giorgio Profumo non nasconde il velo di amarezza per la situazione in cui versa l’industria italiana della benzina e del diesel. Per lui la raffineria è un affare di famiglia. È presidente e amministratore delegato, nonché azionista di maggioranza di Iplom, la società fondata dai suoi avi 95 anni fa e proprietaria della raffineria di Busalla, la più piccola d’Italia.
Dopo l’incontro con il governo a inizio mese, qual è il clima che si respira nel settore?
«Dalla riunione è emerso chiaramente il vero problema: l’Europa ha tolto la raffinazione dall’elenco dei settori strategici e gli investimenti sono diminuiti. Con margini a questi livelli, tutti vorremmo produrre al massimo, ma a volte non è tecnicamente possibile andare oltre il 70-80% della capacità nazionale. Pensare che un tempo eravamo esportatori netti… Adesso lo stato di emergenza è noto a tutti, speriamo che il governo intervenga».
E Iplom?
«Noi abbiamo una piccola raffineria, flessibile e su cui non abbiamo mai smesso di investire: siamo riusciti a portare la produzione da 1,8 a 2,2 milioni di tonnellate. Viaggiamo praticamente al 100%».
Avete anche un distributore a Busalla e una catena nel basso Piemonte. Applicate il prezzo consigliato da Eni&Co?
«Ci siamo dovuti adeguare. Noi produciamo bitume, oli combustibili per le navi, diesel ma non benzina, che compriamo sul mercato dell’extra rete. Riusciamo a mantenere comunque margini buoni a livello di gruppo, anche grazie ai ridotti costi logistici, che ci fanno risparmiare quasi quattro dollari al barile rispetto alle grandi raffinerie italiane, spesso sulle isole. Ma questa situazione non può durare a lungo, non è sostenibile per tutti».
Cosa pensa delle proteste degli autotrasportatori contro il caro carburante?
«Chi deve necessariamente utilizzare mezzi di trasporto e vede lievitare i prezzi non può che far sentire la propria voce. In un contesto globale così teso, si dovrebbero aiutare con interventi mirati le categorie indispensabili per l’economia».
Cosa vi preoccupa?
«Di certo la guerra nel Golfo, per cui paghiamo anche 150 dollari al barile, tra il prezzo del Brent, il costo dei noli e i vari premi. Ma anche le quote di CO2, gli Ets, sono diventate molto onerose».
Avete diversificato in qualche modo l’attività?
«Qualche anno fa abbiamo costituito una società che opera nella transizione energetica, Enviplom: abbiamo un impianto di teleriscaldamento che genera calore per il paese di Busalla e stiamo progettando un investimento nell’idrogeno verde».
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