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Fondi pensione, l’allarme Cgil: “Con la portabilità si rischiano perdite fino a 86mila euro”

La simulazione su 35 anni: fino a 44mila euro in meno per i maggiori costi dei Pip. Il sindacato contesta il trasferimento del contributo aziendale fuori dai fondi negoziali
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ROMA – La libertà di scegliere il fondo pensione può costare cara: fino a 44mila euro di risparmi previdenziali in meno nell’arco di 35 anni. E addirittura 86mila se si perde anche il contributo dell’azienda. È l’allarme lanciato dalla Cgil, che torna all’attacco della nuova norma sulla portabilità entrata in vigore il 31 ottobre.

«Ecco quanto costa la “libertà” invocata dal governo», denuncia Stefania Filetti, segretaria confederale del sindacato. L’Osservatorio Previdenza della Cgil ha messo a confronto i costi dei fondi negoziali, quelli aperti e i piani individuali pensionistici assicurativi (Pip), utilizzando gli indicatori medi della Covip. Il risultato è una forbice che si allarga con il passare degli anni, fino a incidere pesantemente sulla pensione integrativa.

Il conto dopo 35 anni

La simulazione considera un lavoratore con 30mila euro di retribuzione lorda annua, che versa ogni anno 2.373 euro tra Tfr e contributo personale. Il rendimento ipotizzato è del 4% prima dei costi, uguale per tutti. Dopo dieci anni il capitale accumulato è di 27.993 euro nel fondo negoziale, 26.659 nell’aperto e 25.818 nel Pip. Dopo 35 anni le distanze esplodono: 165.925 euro nel negoziale, 135.157 nell’aperto e 121.553 nel Pip. Significa 30.768 euro in meno scegliendo il fondo aperto e 44.372 euro in meno con il Pip. La differenza dipende dai maggiori costi, che sottraggono risorse e rendimenti futuri.

La battaglia sui 600 euro dell’azienda

Il secondo scenario aggiunge il contributo datoriale del 2%, pari a 600 euro annui, soltanto al fondo negoziale. In questo caso, dopo 35 anni il capitale sale a 207.878 euro, contro i 135.157 del fondo aperto e i 121.553 del Pip. Il divario arriva così a 72.721 e 86.325 euro. Ma non dipende soltanto dalle commissioni: pesa anche la mancata contribuzione aziendale, compresi i rendimenti. È proprio questo il terreno dello scontro. La nuova legge punta a consentire il trasferimento del contributo datoriale anche verso fondi aperti e Pip. Cgil, Cisl, Uil e dodici associazioni datoriali contestano questa interpretazione: per loro la destinazione stabilita dai contratti collettivi resta vincolante.

“Una libertà a caro prezzo”

«La scelta individuale di trasferire la posizione previdenziale non trascina con sé il diritto al contributo del datore di lavoro», insiste Filetti. Il sindacato teme che la riforma sposti risorse dai fondi contrattuali verso prodotti bancari e assicurativi mediamente più costosi. E chiede informazioni trasparenti sulle conseguenze economiche delle scelte. «Ogni euro assorbito dai costi riduce le risorse accumulate e quelle che potranno generare rendimenti negli anni successivi». La Cgil collega la protesta anche alla manovra, accusando il governo di impoverire lavoratori e pensionati, e rilancia lo sciopero del 20 novembre.

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