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Rogoff: “Trump da leone ferito è più pericoloso per i mercati, si rischia una crisi del debito”

Kenneth Rogoff 
Per l’ex capo economista dell’Fmi sconteremo “l’eredità pesante di uno dei peggiori presidenti di tutti i tempi”
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LONDRA – Il professore americano Kenneth Rogoff, 73 anni, cattedra ad Harvard ed ex capo economista dell’Fmi, è a Londra per la sua lecture “La fine della Pax Dollar Era” all’University College London (Ucl) organizzata dal professore italiano Antonio Guarino a capo del dipartimento di economia. Prima di salire sul palco però commenta con Repubblica le elezioni di midterm.

Professor Rogoff, cosa potrebbe cambiare per l’economia americana dopo il clamoroso voto di metà mandato?

«Queste elezioni presagiscono cambiamenti molto importanti nel 2028. La possibilità che tra due anni arrivi al potere un governo di sinistra è aumentata considerevolmente: i democratici controlleranno il Senato per almeno un decennio. La mia preoccupazione principale è che Trump, da leone ferito, ora possa diventare ancora più pericoloso. In ogni caso, il presidente sinora è stato paradossalmente di sinistra su diversi temi, vedi la politica industriale e quella dei dazi. Mentre i democratici non vedono l’ora di …

LONDRA – Il professore americano Kenneth Rogoff, 73 anni, cattedra ad Harvard ed ex capo economista dell’Fmi, è a Londra per la sua lecture “La fine della Pax Dollar Era” all’University College London (Ucl) organizzata dal professore italiano Antonio Guarino a capo del dipartimento di economia. Prima di salire sul palco però commenta con Repubblica le elezioni di midterm.

Professor Rogoff, cosa potrebbe cambiare per l’economia americana dopo il clamoroso voto di metà mandato?

«Queste elezioni presagiscono cambiamenti molto importanti nel 2028. La possibilità che tra due anni arrivi al potere un governo di sinistra è aumentata considerevolmente: i democratici controlleranno il Senato per almeno un decennio. La mia preoccupazione principale è che Trump, da leone ferito, ora possa diventare ancora più pericoloso. In ogni caso, il presidente sinora è stato paradossalmente di sinistra su diversi temi, vedi la politica industriale e quella dei dazi. Mentre i democratici non vedono l’ora di poter introdurre cambiamenti radicali, adottando politiche espansive che producano benefici immediati per il loro elettorato».

Ma ora cosa succederà?

«C’è un’enorme incertezza per le tante variabili in gioco. Di certo, Trump non potrà continuare a lungo la guerra in Iran senza il sostegno dei democratici, e dunque il conflitto potrebbe concludersi prima del previsto».

Almeno questo allevierà la pesante eredità che lascerà Trump?

«No. Resterà quella di uno dei peggiori presidenti di tutti i tempi, una macchia nera del nostro Paese. Ha indebolito le istituzioni, minato la Costituzione e lo Stato di diritto. Non si può utilizzare la presidenza per arricchire se stessi e la propria famiglia. Anche la sua grande scommessa di non regolamentare affatto l’intelligenza artificiale è disastrosa, perché invece ne abbiamo disperato bisogno».

Intanto, The Donald sta lasciando 40 trilioni di dollari di debito pubblico e un deficit al 6% del Pil…

«Oggi gli Stati Uniti non hanno alcuna disciplina di bilancio. E nessuno dei due partiti vuole introdurla. Ho sempre considerato il debito pubblico americano un problema, ma fino a qualche tempo fa non temevo una crisi. Intanto, però, i tassi d’interesse sono continuati a salire. Potrebbe esserci presto una crisi del debito, così come in Europa, magari scatenata dalle tensioni con la Cina su Taiwan, o una guerra più ampia di Putin, o un conflitto ancor più grave in Medio Oriente. Oppure un attacco informatico devastante, tale da richiedere un massiccio intervento pubblico. E quando hai già un debito molto elevato, come gli italiani sanno bene, hai meno capacità di reagire. Credo che il debito sovrano sia diventato un rischio concreto. E il fatto che tutti siano convinti che una crisi non possa verificarsi rende molto più probabile che accada.».

Teme anche la bolla dell’Intelligenza Artificiale?

«Sono certo che esploderà. Non credo che ciò provocherà una deflazione come sostiene Elon Musk - quella è una sciocchezza - bensì una potenziale recessione globale enorme, o il collasso di una grande banca, oltre alla perdita di posti di lavoro».

Il dollaro si avvia a essere sempre meno centrale nel sistema mondiale…

«La de-dollarizzazione sta già avvenendo. La Cina, con il renminbi, e l’Europa, con l’euro, stanno lavorando in questa direzione, perché il Vecchio Continente ha ormai capito che non ci si può affidare sempre agli americani. Gli Stati Uniti non saranno più dominanti nella finanza come in passato e questo sarà un altro grosso problema. Ma si tratta di un processo lento, potrebbe richiedere anche quarant’anni».

E intanto cosa accadrà ai dazi di Trump?

«Non credo scompariranno. I democratici sostengono di eliminarli, ma anche di sostituirli con altri dazi “intelligenti” e altrettanto consistenti. A una buona parte dei Dem, vedi Bernie Sanders, non importa cosa succeda in Italia, o altri Paesi esteri. Nel Partito democratico c’è una corrente favorevole a molta delle politiche macroeconomiche di Trump. In ogni caso, dunque, dobbiamo aspettarci un approccio economico fortemente ripiegato sugli interessi interni degli Usa».

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