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Diamanti naturali o sintetici sul mercato vince Dubai

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La produzione delle pietre in laboratorio sale, quella di naturali è in calo. E intanto l’emirato soffia ad Anversa il primato
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Stesso carbonio, stessa struttura cristallina, ma due destini — e due mercati — divergenti. I diamanti estratti in miniera e quelli prodotti in laboratorio sono indistinguibili a occhio nudo, ma ormai seguono traiettorie economiche opposte: i primi puntano tutto sulla scarsità dell’offerta, mentre i secondi sono a tutti gli effetti un prodotto industriale la cui offerta cresce con la capacità degli impianti. E in mezzo c’è un’industria che si divide su tutto, perfino sul nome.

I numeri spiegano la frattura. Negli Stati Uniti, primo mercato al mondo, vista la tradizione di legare in modo quasi obbligatorio sentimenti e carati, nel 2017 le pietre di laboratorio valevano il 2% degli acquisti (in unità, non come valore) per fidanzamenti e matrimoni; nel 20…

Stesso carbonio, stessa struttura cristallina, ma due destini — e due mercati — divergenti. I diamanti estratti in miniera e quelli prodotti in laboratorio sono indistinguibili a occhio nudo, ma ormai seguono traiettorie economiche opposte: i primi puntano tutto sulla scarsità dell’offerta, mentre i secondi sono a tutti gli effetti un prodotto industriale la cui offerta cresce con la capacità degli impianti. E in mezzo c’è un’industria che si divide su tutto, perfino sul nome.

I numeri spiegano la frattura. Negli Stati Uniti, primo mercato al mondo, vista la tradizione di legare in modo quasi obbligatorio sentimenti e carati, nel 2017 le pietre di laboratorio valevano il 2% degli acquisti (in unità, non come valore) per fidanzamenti e matrimoni; nel 2025, secondo i dati citati dal Dubai Multi Commodities Centre, erano il 61%. Il prezzo all’ingrosso medio dei diamanti sintetici è sceso sotto i 100 dollari a carato, scrive il colosso De Beers nel suo ultimo Diamond Report. In India, che taglia e lucida circa il 90% dei diamanti del mondo, nell’anno chiuso a marzo 2026 le esportazioni di sintetici lavorati hanno raggiunto 18,8 milioni di carati, superando per la prima volta quelle di naturali, ferme a 16. La materia prima arriva in buona parte dalla Cina, che ha industrializzato la crescita dei cristalli.

La contrazione dei naturali

Sul fronte opposto, quello dei diamanti naturali, l’offerta si contrae. Nel 2025 le miniere hanno prodotto 98,8 milioni di carati, il minimo da quando esistono le statistiche del Kimberley Process — il sistema di certificazione nato nel 2003 dopo le guerre in Sierra Leone e Angola per impedire che i diamanti grezzi finanzino gruppi armati ribelli — contro i circa 150 milioni di carati del 2017. Impianti chiusi o estrazioni sospese in Canada, Sudafrica e Botswana. Sempre De Beers, per decenni custode dei prezzi, nel 2025 ha perso 511 milioni di dollari. Anche il colosso dei diamanti naturali aveva provato a cavalcare l’onda con il marchio di sintetici Lightbox: diamanti “lab-grown”, ossia prodotti in laboratorio, lanciati nel 2018 a 800 dollari a carato e scesi fino a 500 dollari nel 2024. A maggio del 2025 ne ha annunciato la chiusura: i prezzi all’ingrosso dei concorrenti erano ormai più bassi dei suoi, e il margine si era assottigliato su quella che appare sempre più una commodity. La scommessa dei produttori di diamanti naturali è che la scarsità torni a pagare: meno produzione, più differenziazione. De Beers sostiene che i ricarichi dei gioiellieri sui sintetici, intorno al 1.000%, cioè un prezzo finale pari a circa undici volte quello all’ingrosso, non dureranno, e che oltre i tre carati la domanda di pietre di laboratorio si riduce.

i principali produttori al mondo

L’importanza delle regole

Ma la partita si gioca anche sulle regole. La Federal Trade Commission americana riconosce “lab-grown” come termine non ingannevole; l’Organizzazione mondiale delle dogane usa “synthetic”, parola che i produttori (di diamanti sintetici, ovviamente) considerano denigratoria. È in questo scenario che Dubai vuole essere il mercato per entrambi i prodotti. Nel 2025 dall’emirato sono passati diamanti per 41,7 miliardi di dollari, ben il 95,8% naturali; il Dmcc ospita circa 1.400 società del settore e la Dubai Diamond Exchange ha organizzato oltre cento aste. Ma i sintetici crescono più in fretta: 76,9 milioni di carati nel 2025, il 91,5% in più, per 1,3 miliardi di dollari. Per loro il Dmcc ha creato una struttura separata. «Il loro modello di business è completamente diverso», dice Ahmed bin Sulayem, presidente esecutivo e amministratore delegato del Dmcc. Con i diamanti naturali la scommessa di chi compra è anche quella di tenere le pietre e venderle al momento giusto; con quelli di laboratorio «la sfida è semplice: produrne abbastanza per il consumatore finale, che si tratti di gioielli o di semiconduttori. Si negozia quanto costerà e quando sarà consegnato. Non ci sono tre o quattro intermediari».

Il futuro, secondo bin Sulayem, è soprattutto fuori dalle gioiellerie: «Il vero denaro è nell’industria tecnologica: semiconduttori, wafer di diamante, diamanti di qualità quantistica. Non riescono a produrne abbastanza e in fretta». E respinge l’accusa di aver sottratto il commercio ad Anversa: «Nulla impedisce ad Anversa e agli altri centri di offrire quello che offriamo noi: qualità del servizio, sicurezza, un sistema fiscale adeguato». Sistema fiscale che, va detto, per Dubai è un vantaggio competitivo non da poco. «Noi non applichiamo tasse», rivendica bin Sulayem. «Perché un’attività tra imprese dovrebbe essere tassata? Si tassi il marchio al dettaglio».

Resta l’incognita della guerra nel Golfo, che pesa su un’economia costruita su logistica e fiducia. Bin Sulayem racconta di aver trovato, nella prima settimana del conflitto, «una lunga fila di compratori da Surat e alcuni da Israele» davanti a una casa d’aste. «Finché gli aerei atterrano a Dubai, i compratori ci sono». Del resto, si chiede, «qual è la loro alternativa? Qui c’è facilità nel fare affari, ci sono aspettative e prevedibilità». Gli Emirati stanno rivedendo le loro priorità, dalla logistica al sistema finanziario. Ma un diamante, anche se sintetico — spiega bin Sulyamen — è per sempre: «Quando abbiamo le spalle al muro non ci pieghiamo. Andiamo avanti».

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