Guai a scuotere le fronde della foresta pietrificata. Ogni volta che qualcuno prova a lanciare un allarme sulle banche italiane, il sistema reagisce con sdegno, o fa finta di non sentire. Ora, si può anche convenire sul fatto che Alessandro Profumo non abbia un carattere «morbido». E si può anche continuare a discutere sulla congruità di quel faraonico super-bonus da 40 milioni, che ha portato via da Unicredit quando è finito nella morsa berlusconian-piduista orchestrata dall’uomo che sussurrava ai potenti, l’intoccabile Gigi Bisignani. Ma a Profumo, insieme ai suoi errori, un merito va comunque riconosciuto: parla chiaro. Non usa il linguaggio felpato dei signori del credito, che dicono e non dicono, o che mandano a dire.
Mercoledì scorso Profumo ha detto che se a maggio salta l’aumento di capitale del Montepaschi rischia di entrare in crisi buona parte del sistema bancario italiano. Un’affermazione impegnativa. Non nasconde solo la difficoltà soggettiva di un presidente che ha minacciato di andarsene, ha ingaggiato una battaglia con la Fondazione, e per adesso l’ha persa pur decidendo di restare al suo posto. Quelle parole contengono anche una verità oggettiva: se il Monte non porta a casa capitali freschi per 3 miliardi, si crea un problema per la tenuta patrimoniale di tutte le banche. Almeno di quelle che hanno in ballo ricapitalizzazioni urgenti.
Carige, Bpm, l’intero circuito delle altre popolari. Un tema serio. Ma invece di raccoglierlo, il mondo bancario si è girato dall’altra parte. Oppure si è stizzito. «Parole avventate»: così Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e dell’Acri, ha bollato l’esternazione di Profumo. Ma ha fatto male. Anche a prescindere dall’esito degli aumenti, per i patrimoni delle banche si profila una primavera di fuoco. Gli effetti dell’asset quality review non saranno indolori. Gli stress test della Bce si annunciano pesanti. Soprattutto per gli istituti di credito del Belpaese, che tuttora hanno in pancia la bellezza di 427 miliardi di titoli di Stato.
Mario Draghi ha annunciato in settimana che una parte di questi bond (quelli iscritti a bilancio alla voce «held to maturity», cioè da non vendere prima della scadenza) non saranno portati al valore di mercato ai fini degli stress test. Ma questa mossa distensiva dell’Eurotower (che incide su una quota minima di titoli in portafoglio) non prelude affatto a un allentamento dei criteri di valutazione sulla tenuta patrimoniale complessiva delle singole banche. La «prova da sforzo» cui saranno sottoposte rimane durissima. Per questo è importante affrontare senza pregiudizi conservativi la questione, e preparare il terreno per un buon esito degli aumenti di capitale. Dirlo non è un modo per destabilizzare, ma un invito a darsi da fare.
Mercoledì scorso Profumo ha detto che se a maggio salta l’aumento di capitale del Montepaschi rischia di entrare in crisi buona parte del sistema bancario italiano. Un’affermazione impegnativa. Non nasconde solo la difficoltà soggettiva di un presidente che ha minacciato di andarsene, ha ingaggiato una battaglia con la Fondazione, e per adesso l’ha persa pur decidendo di restare al suo posto. Quelle parole contengono anche una verità oggettiva: se il Monte non porta a casa capitali freschi per 3 miliardi, si crea un problema per la tenuta patrimoniale di tutte le banche. Almeno di quelle che hanno in ballo ricapitalizzazioni urgenti.
Carige, Bpm, l’intero circuito delle altre popolari. Un tema serio. Ma invece di raccoglierlo, il mondo bancario si è girato dall’altra parte. Oppure si è stizzito. «Parole avventate»: così Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e dell’Acri, ha bollato l’esternazione di Profumo. Ma ha fatto male. Anche a prescindere dall’esito degli aumenti, per i patrimoni delle banche si profila una primavera di fuoco. Gli effetti dell’asset quality review non saranno indolori. Gli stress test della Bce si annunciano pesanti. Soprattutto per gli istituti di credito del Belpaese, che tuttora hanno in pancia la bellezza di 427 miliardi di titoli di Stato.
Mario Draghi ha annunciato in settimana che una parte di questi bond (quelli iscritti a bilancio alla voce «held to maturity», cioè da non vendere prima della scadenza) non saranno portati al valore di mercato ai fini degli stress test. Ma questa mossa distensiva dell’Eurotower (che incide su una quota minima di titoli in portafoglio) non prelude affatto a un allentamento dei criteri di valutazione sulla tenuta patrimoniale complessiva delle singole banche. La «prova da sforzo» cui saranno sottoposte rimane durissima. Per questo è importante affrontare senza pregiudizi conservativi la questione, e preparare il terreno per un buon esito degli aumenti di capitale. Dirlo non è un modo per destabilizzare, ma un invito a darsi da fare.