Economia

Villaggio Globale

Petrobras, il samba della corruzione

SI AGGRAVA DI GIORNO IN GIORNO, E ARRIVA A LAMBIRE LA “PRESIDENTA” ROUSSEF, LO SCANDALO CHE TRAVOLGE LA COMPAGNIA. CON I MANAGER DELLA SOCIETÀ COINVOLTI 60 PARLAMENTARI: DUE MILIARDI DI FONDI NERI PER “UNGERE” POLITICI E FUNZIONARI PUBBLICI

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<p>Rio de Janeiro I taboraì, 45 chilometri a ovest di Rio de Janeiro, 200mila abitanti, è già diventato il simbolo più emblematico della crisi brasiliana. Quel cocktail di inflazione in aumento, Pil sotto zero e scandali di corruzione, che ha trasformato in un incubo i primi mesi del secondo mandato di Dilma Rousseff, la 'presidenta' rieletta alla fine dell'anno scorso. Nei progetti di Petrobras e del governo brasiliano Itaboraì era il gioiello dei nuovi tempi, del boom economico, dove sarebbe dovuto sorgere uno dei maggiori poli di sviluppo del Paese: 'Comperj', un complesso di raffinerie e industrie petrolchimiche legate allo sfruttamento del 'pré-sal', i giacimenti petroliferi scoperti lungo le coste nell'Oceano. Le migliaia di operai e tecnici che arrivarono a Itaboraì con le loro famiglie, dopo che nel 2006 l'ex presidente Lula pose la prima pietra di questo Eldorado, oggi sono quasi tutti senza lavoro. Vittime sia della megalomania del progetto, molto ridimensionato strada facendo rispetto alla concezione iniziale, che di uno dei più turbolenti scandali della storia recente. Qualche giorno fa, con mesi di ritardo, l'holding petrolifera brasiliana ha presentato il bilancio 2014, il primo in disavanzo da 25 anni. Le cause del collasso, un deficit di 7 miliardi di dollari, sono vincolate soprattutto al ribasso del prezzo del greggio, a peccati manageriali, e alle pretese del governo che per contenere l'inflazione ha costretto Petrobras a acquistare benzina sui mercati per poi rivenderla a prezzo calmierato, incrementando il suo debito consolidato che ormai sfiora i 100 miliardi di euro. Ma ciò che davvero ha devastato l'immagine di Petrobras è l'operazione 'Autolavaggio', l'inchiesta del Tribunale di Curitiba, capitale dello Stato del Paranà, che ha svelato un fitta rete di corruzione che coinvolge manager e politici. Il nuovo presidente della compagnia pubblica, Aldemir Bendine, ha ammesso perdite a causa della corruzione pari a 2 miliardi di dollari ma l'inchiesta è ancora in corso e altre fonti calcolano cifre di gran lunga più consistenti. Tanto che la vera domanda sul futuro del gioiello brasiliano è se la holding sarà capace di recuperare nei prossimi anni il suo ruolo 'di base economica e fonte d'orgoglio del Paese', come ha scritto l'agenzia Bloomberg. Lo schema della corruzione è abbastanza classico: la sovrafatturazione dei costi che serviva a creare una 'cassa in nero' usata per dare tangenti ai politici. Nell'affaire sono coinvolti una sessantina di deputati, del partito al governo - il PT di Lula - o di partiti alleati, manager di aziende di costruzione e dirigenti di Petrobras. Quello che è nuovo per il Brasile è il pool dei procuratori e i loro metodi nell'inchiesta. Agguerriti e determinati i giudici del pool hanno perfino convinto con metodi spicci alcuni degli accusati a restituire il maltolto, di solito nascosto in banche svizzere, e i due principali rei confessi sono già stati condannati. L'ex manager della holding petrolifera, Paulo Roberto Costa, a sette anni e mezzo; l'imprenditore Alberto Youssef a undici, scontati a tre anni. Ma il vero scatto in avanti delle indagini è stato, a metà aprile, l'arresto di Joao Vaccari, tesoriere del partito dei lavoratori (PT), il gruppo politico della sinistra brasiliana al potere, prima con il presidente Lula e poi con Dilma Roussef, dal 2002. Vaccari è il secondo tesoriere del PT che finisce in carcere, il suo predecessore Delubio Soares è stato condannato a otto anni per un altro scandalo che scoppiò durante il secondo mandato della presidenza di Lula. Circostanza che ha gettato un ombra fatale sulla compagine al potere sbriciolando il consenso intorno alla presidenta Rousseff, scesa nell'indice di gradimento al 13 percento, dopo appena sei mesi dalla riconferma nell'ottobre dell'anno scorso. Adesso c'è addirittura chi sostiene che i soldi marci della corruzione siano serviti a finanziare la campagna per la rielezione di Dilma e, sospinti dalle manifestazioni di protesta, i capi dell'opposizione elaborano ipotesi per una procedura di impeachment parlamentare. Così, dopo oltre un decennio di crescita economica sostenuta, il panorama del governo è altrettanto fosco come quello di Petrobras. Anche perché la stangata anticrisi per contenere il deficit di bilancio dello Stato, riduce di molto i margini di manovra di un esecutivo che ha avuto, nei programmi sociali di ridistribuzione della ricchezza, il suo fiore all'occhiello. Scherzosamente un giornale brasiliano, 'l'Estado' di San Paolo, ha calcolato cosa si sarebbe potuto fare per il bene comune con i 2 miliardi di euro smarriti nella palude della corruzione. Per esempio, scrive 'l'Estado', finanziare, nel Paese delle favelas di legno e fango, la costruzione di 100mila case popolari. Oppure, nel regno del gioco del calcio, comprare ventidue calciatori come Neymar, l'attaccante del Barcellona. Oppure, infine, investirli in quei servizi, come la sanità e l'istruzione, di cui tanto si lamenta la nuova classe media brasiliana. Se 'Corruzione' fosse un municipio, conclude 'l'Estado', con quel Pil a nove zeri sarebbe fra le prime cento città del gigante verdeoro. Dall'inizio dello scandalo 'Autolavaggio' (si chiama così perché l'indagine cominciò in una pompa di benzina) Petrobras, che insieme al suo indotto rappresenta più del 15% di tutto il Pil brasiliano, ha perso in Borsa il 35% del suo valore. L'ipotesi di un salvataggio pubblico se i conti dovessero peggiorare sarebbe molto costosa per le casse dello Stato e un eventuale fallimento potrebbe diventare la peggiore bancarotta industriale della storia. Le indagini però vanno avanti e potrebbero riservare altre sorprese. Più di metà del Paese, il 63% secondo i sondaggi, vuole che i procuratori arrivino fino alla fine del loro lavoro e ne festeggia le tappe come in una 'Mani Pulite' d'oltreoceano. A Curitiba il museo della città espone perfino due quadri, uno di Mirò e l'altro di Salvador Dalì, sequestrati dai giudici a casa di un direttore di Petrobras coinvolto nello scandalo e restituiti così al patrimonio comune. Mentre il Paese perde colpi gli esperti danno per scontato che entro il 2015 sarà l'India a prendere il posto del Brasile tra le sette maggiori economie del mondo. Una delle manifestazioni di protesta sotto la sede dell’azienda a Rio de Janeiro per lo scandalo Petrobras che scuote l’opinione pubblica del Paese </p>