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Quei 34 giapponesi che restano al Cnel

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Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha avviato le pratiche per la sua abolizione e lo considera ormai cancellato. A fine luglio scorso hanno lasciato in blocco le poltrone che ancora avevano lì dentro tutti i rappresentanti della Cgil, Susanna Camusso in testa, assieme ad un'altra ventina di consiglieri di altra provenienza. Subito dopo ha sbattuto la porta (polemicamente) anche il suo presidente, Antonio Marzano. Eppure, sebbene decimato e delegittimato, il Cnel continua a sopravvivere, come quei giapponesi che sulle isole del Pacifico rifiutavano di consegnarsi dopo che il loro paese aveva con ogni evidenza perso la guerra e firmato la resa. La resistenza del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro è tenace e legata a due fattori.

Da un lato c'è il braccio di ferro in corso all'interno del Pd sulle riforme istituzionali. Finché non viene approvata la legge costituzionale che modifica le norme per l'elezione del Senato, il Cnel (che è un organo costituzionale) non può essere definitivamente sciolto: la sua fine è contenuta in un articolo dello stesso ddl. Dall'altro la sua longevità è legata all'ostinazione di 34 consiglieri su 64, che hanno deciso di non seguire l'esempio dei colleghi e del presidente e che figurano ancora nell'organigramma, permettendo che ci sia teoricamente il numero legale per prendere delle decisioni. Ma quali, visto che l'attività dell'ente è sospesa da tempo?

Ad esempio quella di assegnare alcune poltrone che contano, tipo quelle delle Camere di Commercio, dal momento che l'articolo 13 dello statuto di Villa Lubin prevede che il Cnel designi "componenti di organismi pubblici secondo quanto previsto dalle leggi che ad esso attribuiscono il relativo potere". Insomma, per il momento meglio esserci nel caso ci siano incarichi da attribuire, debbono aver pensato Confindustria, qualche rappresentante della Cisl e della Uil, e altri delle rappresentanze di base, che rimangono nel consiglio. C'è comunque il rischio che, per motivazioni varie, possa arrivare qualche altra defezione, magari per svincolarsi dall'imbarazzo di continuare a figurare in un'organigramma di fatto privo di segni di vita. Un paio di fughe basterebbero per far scendere il numero dei consiglieri sotto il livello legale. Fine del Cnel e scioglimento dunque? No, perché un parere dell'Avvocatura dello Stato, chiesto dal segretario generale, ha comunque sancito che anche se vuoto il Cnel possa godere di una proroga, che potrebbe ragionevolmente arrivare fino a ottobre 2016. Lunga vita al Cnel, dunque, che può continuare a retribuire così i 70 incolpevoli dipendenti in organico, al servizio di un consiglio inattivo o che non c'è più. Un fantasma. Ma che costa 9 milioni l'anno.