L’annuncio della conclusione del negoziato sul Trattato di libero scambio per l’area del Pacifico ha dato l’avvio in Italia alla consueta celebrazione di quello che è considerato un evento favorevole per tutti. Non sono molti i commentatori che hanno dato rilievo o persino notato che Pechino è rimasta fuori dall’accordo tra i paesi dell’area. E vale appena ricordare il ruolo che la Cina svolge nei confronti della quasi totalità degli altri paesi di quell’area, inclusi anche i due principali architetti dell’accordo, Stati Uniti e Giappone. Per capire quanto sia stato usato il negoziato per escludere la Cina si può ricordare quanto si sia rovesciata su se stessa la politica del primo ministro giapponese Shinzo Abe nei confronti di Pechino. E, in maniera anche più decisa, quella dell’Amministrazione Obama, passata dal tradizionale favore verso l’intero corso pluridecennale delle riforme economiche cinesi alla presa di distanza delle stesse, viste ora caso per caso, come favorevoli o dannose per la potenza degli Stati Uniti. Quella cinese è una gigantesca economia, la seconda al mondo, una spugna per prodotti americani e giapponesi, la trasformatrice più grande del mondo grazie agli investimenti americani, giapponesi e degli altri paesi sviluppati, acquirente numero uno di materie prime dai paesi emergenti e di macchinari dai paesi più avanzati.
È vero che negli ultimi anni il ritmo grandioso della crescita della economia cinese è venuto ad attutirsi di parecchio, secondo alcuni riducendosi a quasi la metà. Dal punto di vista di politici ed economisti americani e giapponesi, dunque, abbastanza cinicamente ci si aspettava la fine delle vacche grasse cinesi e si poteva correre il rischio di inimicarsi la classe dirigente di Pechino, notoriamente sensibile alle mancanze di rispetto straniere (anche se dotata di profondo senso della realtà). Sentendo che la fase della grande crescita basata sulle esportazioni era conclusa, anche la dirigenza cinese è venuta alla decisione di fondarne una successiva basata su una radicale redistribuzione verso i redditi dei lavoratori, che possano dare origine alla domanda necessaria all’economia per esaurire l’offerta totale. Americani e giapponesi, anticipando una durata non piccola del tempo del cambiamento, scommettono dunque sulla fase di attesa, cercando di guadagnare posizioni nei confronti dei cinesi accumulando vantaggi, come quelli consentiti dalla nuova configurazione data dal Trattato appena approvato agli scambi entro l’area demarcata dal nuovo accordo. Escludendo la Cina anticipano quello che avverrà nel futuro prossimo, ovvero la volontà di Pechino di fondare la prossima fase di crescita sulla domanda interna, portata avanti dal processo di redistribuzione verso i lavoratori.
Americani e giapponesi ritengono inoltre di poter fare a meno, almeno in parte, della domanda cinese per i propri beni di consumo e di investimento. Su queste basi hanno considerato possibile ridisegnare la mappa degli scambi in Estremo Oriente rimettendo la Cina in una prospettiva meno minacciosa, provando a esorcizzarla escludendola dal TTIP orientale e provando a vederne la crescita solo come una fonte di domanda di beni e di investimenti cercando di cancellarne l’impatto sulla propria politica di potenza. Si potrebbe però vedere un ulteriore significato nell’atteggiamento di americani e giapponesi: mettere in rilievo la minaccia cinese per giustificare la costruzione di un super-avanzato settore della difesa in Giappone e negli Stati Uniti, a sostituire in parte il ruolo tradizionalmente svolto dai consumi e dagli investimenti fissi. La crescita del commercio internazionale è ormai da qualche anno inferiore ai tassi di sviluppo del prodotto lordo globale. Si pensa che comunque ormai la fase di veloce globalizzazione si sia conclusa e leader come Shinzo Abe avviano ormai anche in Giappone la sostituzione del settore del commercio con quello dell’industria degli armamenti, facendo notare l’appropriatezza della fase storica, quando un paese come il Giappone deve temere una politica di potenza attiva da parte della Cina.
Nello stesso modo è probabile che in un veloce riarmo cinese la leadership di Pechino possa anch’essa trovare una risposta alla caduta del tasso di sviluppo, sceso a tassi ormai ridotti al confronto di quelli dei decenni precedenti. Allora tutto bene? Abbiamo cambiato modello e non ci basiamo più sull’economia cinese come grande potenza importatrice ed esportatrice? Potrebbe essere una nuova autostrada basata su equilibri diversi dal passato: una più forte domanda interna cinese e uno spostamento di orizzonti di quella giapponese e in parte anche americana. Può essere che la nuova autotrada non presenti ostacoli ma potrebbe accadere anche il contrario. Tenendo a mente che se il prezzo da pagare per il nuovo equilibrio è una nuova corsa agli armanenti, potrebbe alla fine rivelarsi troppo alto.
È vero che negli ultimi anni il ritmo grandioso della crescita della economia cinese è venuto ad attutirsi di parecchio, secondo alcuni riducendosi a quasi la metà. Dal punto di vista di politici ed economisti americani e giapponesi, dunque, abbastanza cinicamente ci si aspettava la fine delle vacche grasse cinesi e si poteva correre il rischio di inimicarsi la classe dirigente di Pechino, notoriamente sensibile alle mancanze di rispetto straniere (anche se dotata di profondo senso della realtà). Sentendo che la fase della grande crescita basata sulle esportazioni era conclusa, anche la dirigenza cinese è venuta alla decisione di fondarne una successiva basata su una radicale redistribuzione verso i redditi dei lavoratori, che possano dare origine alla domanda necessaria all’economia per esaurire l’offerta totale. Americani e giapponesi, anticipando una durata non piccola del tempo del cambiamento, scommettono dunque sulla fase di attesa, cercando di guadagnare posizioni nei confronti dei cinesi accumulando vantaggi, come quelli consentiti dalla nuova configurazione data dal Trattato appena approvato agli scambi entro l’area demarcata dal nuovo accordo. Escludendo la Cina anticipano quello che avverrà nel futuro prossimo, ovvero la volontà di Pechino di fondare la prossima fase di crescita sulla domanda interna, portata avanti dal processo di redistribuzione verso i lavoratori.
Americani e giapponesi ritengono inoltre di poter fare a meno, almeno in parte, della domanda cinese per i propri beni di consumo e di investimento. Su queste basi hanno considerato possibile ridisegnare la mappa degli scambi in Estremo Oriente rimettendo la Cina in una prospettiva meno minacciosa, provando a esorcizzarla escludendola dal TTIP orientale e provando a vederne la crescita solo come una fonte di domanda di beni e di investimenti cercando di cancellarne l’impatto sulla propria politica di potenza. Si potrebbe però vedere un ulteriore significato nell’atteggiamento di americani e giapponesi: mettere in rilievo la minaccia cinese per giustificare la costruzione di un super-avanzato settore della difesa in Giappone e negli Stati Uniti, a sostituire in parte il ruolo tradizionalmente svolto dai consumi e dagli investimenti fissi. La crescita del commercio internazionale è ormai da qualche anno inferiore ai tassi di sviluppo del prodotto lordo globale. Si pensa che comunque ormai la fase di veloce globalizzazione si sia conclusa e leader come Shinzo Abe avviano ormai anche in Giappone la sostituzione del settore del commercio con quello dell’industria degli armamenti, facendo notare l’appropriatezza della fase storica, quando un paese come il Giappone deve temere una politica di potenza attiva da parte della Cina.
Nello stesso modo è probabile che in un veloce riarmo cinese la leadership di Pechino possa anch’essa trovare una risposta alla caduta del tasso di sviluppo, sceso a tassi ormai ridotti al confronto di quelli dei decenni precedenti. Allora tutto bene? Abbiamo cambiato modello e non ci basiamo più sull’economia cinese come grande potenza importatrice ed esportatrice? Potrebbe essere una nuova autostrada basata su equilibri diversi dal passato: una più forte domanda interna cinese e uno spostamento di orizzonti di quella giapponese e in parte anche americana. Può essere che la nuova autotrada non presenti ostacoli ma potrebbe accadere anche il contrario. Tenendo a mente che se il prezzo da pagare per il nuovo equilibrio è una nuova corsa agli armanenti, potrebbe alla fine rivelarsi troppo alto.