La bandiera francese sventola sempre più alta sul tetto di Telecom, per la quale la dizione aziendale completa di "Italia" è solo ormai un elemento geografico di colore. Mentre Vincent Bolloré con Vivendi arriva al 20% di controllo azionario dell'ex monopolista telefonico, alla porta bussa un altro imprenditore transalpino. Xavier Niel, nono uomo più ricco di Francia e 136esimo al mondo, con un patrimonio di 8,2 miliardi di dollari, con un blitz rivela di avere in mano il 15% tra titoli e derivati.
Insieme i due, dipinti come fieri antagonisti in casa, controllano il 35% del capitale. La Consob indaga, il titolo vola. Insomma si aspettava (o si temeva) Orange, e invece si affaccia Niel, per il quale sembra garantire l'amministratore delegato Telecom, Marco Patuano: "Non mi pare - dice - un'operazione di speculazione finanziaria". Se così non è allora bisogna prendere atto che l'ingresso di Niel e la crescita di Vivendi rappresentano il colpo di starter nella nuova corsa all'oro delle società di telecomunicazioni, nelle quali, ancora una volta, Telecom fa la parte della preda.
L'indebitamento è stato ridotto e Tim Brasil ha un valore che fa gola ai mercati; ma soprattutto la società guidata da Recchi e Patuano è impegnata nella realizzazione della rete a banda larga del Paese, l'infrastruttura che promette finalmente alle compagnie ex-telefoniche di tornare a realizzare sostanziosi profitti grazie alla leva generata dall'arrivo di Netflix e in generale della tv on demand, ma soprattutto di diventare loro stesse produttrici di contenuti. Con questa prospettiva in tutto il mondo sono in corso operazioni di consolidamento: ricordava il ceo di Vodafone Vittorio Colao che in Europa addirittura potrebbe esserci posto per quattro soli player: i tedeschi di Deutsche Telekom, ovviamente Vodafone, Liberty e un operatore francese, presumibilmente Orange.
Quattro giganti in caccia di mercati. L'affollamento francese nell'azionariato di Telecom impone però di interrogarsi sullo stato delle comunicazioni nazionali. Al momento, nel Paese, i tre maggiori player sono un operatore britannico (Vodafone), uno russo-cinese (il nascente polo Wind-Tre) e uno appunto a fortissima matrice transalpina (Telecom). La rete però è in mano a quest'ultima, compresa quella strategica di Telecom Sparkle. Bolloré, per ora principale azionista di una fragilissima public company, aveva dato garanzie al premier, Matteo Renzi, proponendosi come il pacificatore in una società che troppe volte è passata di mano: resto per far crescere l'azienda.
Ora la presenza di Niel può magari accelerare i progetti di Bollorè di rendere Telecom più "televisiva", oppure addirittura scatenare altri appetiti stranieri. Cosa può fare in questo scenario il governo italiano? Ad esempio ricordare che non gli piacerebbe vedere nuovi padroni entrare e uscire per fare soltanto cassa. E minacciare magari di rivedere la strategia per la banda larga, allargando il mandato della Cassa Depositi e Prestiti a trattare anche con altri soggetti.
Insieme i due, dipinti come fieri antagonisti in casa, controllano il 35% del capitale. La Consob indaga, il titolo vola. Insomma si aspettava (o si temeva) Orange, e invece si affaccia Niel, per il quale sembra garantire l'amministratore delegato Telecom, Marco Patuano: "Non mi pare - dice - un'operazione di speculazione finanziaria". Se così non è allora bisogna prendere atto che l'ingresso di Niel e la crescita di Vivendi rappresentano il colpo di starter nella nuova corsa all'oro delle società di telecomunicazioni, nelle quali, ancora una volta, Telecom fa la parte della preda.
L'indebitamento è stato ridotto e Tim Brasil ha un valore che fa gola ai mercati; ma soprattutto la società guidata da Recchi e Patuano è impegnata nella realizzazione della rete a banda larga del Paese, l'infrastruttura che promette finalmente alle compagnie ex-telefoniche di tornare a realizzare sostanziosi profitti grazie alla leva generata dall'arrivo di Netflix e in generale della tv on demand, ma soprattutto di diventare loro stesse produttrici di contenuti. Con questa prospettiva in tutto il mondo sono in corso operazioni di consolidamento: ricordava il ceo di Vodafone Vittorio Colao che in Europa addirittura potrebbe esserci posto per quattro soli player: i tedeschi di Deutsche Telekom, ovviamente Vodafone, Liberty e un operatore francese, presumibilmente Orange.
Quattro giganti in caccia di mercati. L'affollamento francese nell'azionariato di Telecom impone però di interrogarsi sullo stato delle comunicazioni nazionali. Al momento, nel Paese, i tre maggiori player sono un operatore britannico (Vodafone), uno russo-cinese (il nascente polo Wind-Tre) e uno appunto a fortissima matrice transalpina (Telecom). La rete però è in mano a quest'ultima, compresa quella strategica di Telecom Sparkle. Bolloré, per ora principale azionista di una fragilissima public company, aveva dato garanzie al premier, Matteo Renzi, proponendosi come il pacificatore in una società che troppe volte è passata di mano: resto per far crescere l'azienda.
Ora la presenza di Niel può magari accelerare i progetti di Bollorè di rendere Telecom più "televisiva", oppure addirittura scatenare altri appetiti stranieri. Cosa può fare in questo scenario il governo italiano? Ad esempio ricordare che non gli piacerebbe vedere nuovi padroni entrare e uscire per fare soltanto cassa. E minacciare magari di rivedere la strategia per la banda larga, allargando il mandato della Cassa Depositi e Prestiti a trattare anche con altri soggetti.