A partire dall'inizio degli anni Duemila la quota della ricchezza prodotta in Italia che è andata a remunerare il lavoro è cresciuta tornando ai livelli che aveva a metà degli anni '70. E' tornata intorno al 74% dopo essere scesa a sfiorare il 65%. Apparentemente è una buona notizia. La quota della ricchezza che va a remunerare il lavoro è più distribuita di quella che va a remunerare il capitale, ne conseguono un aumento dei consumi e una società più coesa ed equilibrata. In questo caso la bontà della notizia è però solo apparente per almeno due ragioni.
La prima è che l'ammontare della ricchezza prodotta è diminuito: quella che va al lavoro è sì una fetta più grande, ma di una torta più piccola. La seconda è che a mordere quella fetta non è solo il lavoro ma anche lo Stato. Negli stessi anni in cui il lavoro ha recuperato quote di ricchezza, lo Stato ha aumentato ancora più rapidamente la sua parte e le maggiori aliquote fiscali e contributive hanno assorbito due terzi dell'aumento della quota che va a remunerare il lavoro. In busta paga è rimasto poco (circa 500 l'anno in più nel 2014 rispetto al 2000: un aumento di 45 ero al mese in 15 anni), tanto poco che coloro che quella busta ancora la prendono non se ne sono neanche accorti. L'effetto sui consumi della distribuzione della ricchezza su una più ampia platea di consumatori quindi non c'è stato. L'altra faccia della medaglia è che una minore quota della ricchezza prodotta è andata a remunerare il capitale, e poiché da quella quota bisogna sottrarre tasse, ammortamenti e altro, ai detentori del capitale è rimasto poco, nel 2014 addirittura nulla. Anche qui la conseguenza è rilevante, perché se il capitale rende troppo poco passa la voglia di investirlo, e quindi questa redistribuzione in discesa oltre a non aver determinato un aumento dei consumi ha portato anche una caduta degli investimenti.
È qui però che il cane si morde la coda. La quota della ricchezza prodotta che va al capitale aumenta quando la produttività cresce più del costo del lavoro. In questi anni è accaduto esattamente il contrario: il costo del lavoro è cresciuto mentre la produttività è rimasta stagnante e negli anni centrali della crisi è diventata addirittura negativa. Ma cos'è che fa crescere la produttività? Non c'è una ricetta precisa, tuttavia si sa che gli ingredienti necessari (anche se forse non sufficienti) sono gli investimenti in tecnologia e in organizzazione del lavoro. Se non ci sono quelli la produttività certamente non aumenta. La ragione principale per quale la quota di ricchezza che va al capitale è diminuita (disincentivando gli investimenti) è che la produttività è stagnante anche - e forse soprattutto - perché non si è investito abbastanza. Poiché la stasi della produttività data da ben prima della crisi, e prima anche che il costo del lavoro riprendesse a salire, dobbiamo concludere che gli investimenti sono stati inadeguati anche quando il capitale rendeva abbastanza da renderli convenienti.
La crisi, così lunga e profonda, ha confuso molto le carte (e i numeri), ma quella che abbiamo di fronte è la radiografia di un ciclo più lungo, che ci consente di diagnosticare una malattia che è cominciata molto prima della crisi e che la crisi ha solo drammaticamente aggravato. Quella malattia è la senilità di una parte importante del sistema imprenditoriale italiano, la sua lentezza nell'adeguarsi ai cambiamenti tecnologici e di mercato, la sua difficoltà a spostarsi verso settori più avanzati. La sua forse - prima della crisi - sazietà. L'incapacità di molti imprenditori, ancora prima degli anni neri, di trovare il modo di far guadagnare le proprie imprese. La sfida a questo punto è la terapia. Un po' di vitamina, ovvero un abbassamento del costo del lavoro attraverso la riduzione del cuneo fiscale, aiuta certamente. Ma la cura vera richiede due terapie parallele, ambedue assai difficili: il cambiamento culturale degli imprenditori e quello strutturale dello Stato. Se gli imprenditori non investiranno su managerializzazione, innovazione, internazionalizzazione e crescita delle loro imprese, non solo i numerosi che già lo fanno ma la maggioranza, il declino è assicurato e quella torta, magari più lentamente che negli ultimi anni, ineluttabilmente si farà sempre più piccola. Se lo Stato non entrerà rapidamente nel XXI secolo, cambiando il suo modo di essere e investendo nella ricerca e nell'istruzione, gli imprenditori non crederanno nel futuro e quindi quegli investimenti non li faranno.
La prognosi a questo punto è aperta. La crisi ha selezionato drammaticamente le imprese, e numerose di quelle che sono rimaste a galla sono più forti di prima. Sta arrivando alle leve di comando una nuova generazione di imprenditori che forse non ha il genio (ma qualcuno ce l'ha) ma auspicabilmente neanche i limiti della generazione che l'ha preceduta. Quanto allo Stato pare che qualcosa si muova, anche se la direzione non è ancora chiara. Tornando all'inizio del discorso: perché la società avanzi e migliori, la crescita della dimensione della torta e l'equa distribuzione delle fette devono andare a braccetto. Una sola delle due cose non basta.
La prima è che l'ammontare della ricchezza prodotta è diminuito: quella che va al lavoro è sì una fetta più grande, ma di una torta più piccola. La seconda è che a mordere quella fetta non è solo il lavoro ma anche lo Stato. Negli stessi anni in cui il lavoro ha recuperato quote di ricchezza, lo Stato ha aumentato ancora più rapidamente la sua parte e le maggiori aliquote fiscali e contributive hanno assorbito due terzi dell'aumento della quota che va a remunerare il lavoro. In busta paga è rimasto poco (circa 500 l'anno in più nel 2014 rispetto al 2000: un aumento di 45 ero al mese in 15 anni), tanto poco che coloro che quella busta ancora la prendono non se ne sono neanche accorti. L'effetto sui consumi della distribuzione della ricchezza su una più ampia platea di consumatori quindi non c'è stato. L'altra faccia della medaglia è che una minore quota della ricchezza prodotta è andata a remunerare il capitale, e poiché da quella quota bisogna sottrarre tasse, ammortamenti e altro, ai detentori del capitale è rimasto poco, nel 2014 addirittura nulla. Anche qui la conseguenza è rilevante, perché se il capitale rende troppo poco passa la voglia di investirlo, e quindi questa redistribuzione in discesa oltre a non aver determinato un aumento dei consumi ha portato anche una caduta degli investimenti.
È qui però che il cane si morde la coda. La quota della ricchezza prodotta che va al capitale aumenta quando la produttività cresce più del costo del lavoro. In questi anni è accaduto esattamente il contrario: il costo del lavoro è cresciuto mentre la produttività è rimasta stagnante e negli anni centrali della crisi è diventata addirittura negativa. Ma cos'è che fa crescere la produttività? Non c'è una ricetta precisa, tuttavia si sa che gli ingredienti necessari (anche se forse non sufficienti) sono gli investimenti in tecnologia e in organizzazione del lavoro. Se non ci sono quelli la produttività certamente non aumenta. La ragione principale per quale la quota di ricchezza che va al capitale è diminuita (disincentivando gli investimenti) è che la produttività è stagnante anche - e forse soprattutto - perché non si è investito abbastanza. Poiché la stasi della produttività data da ben prima della crisi, e prima anche che il costo del lavoro riprendesse a salire, dobbiamo concludere che gli investimenti sono stati inadeguati anche quando il capitale rendeva abbastanza da renderli convenienti.
La crisi, così lunga e profonda, ha confuso molto le carte (e i numeri), ma quella che abbiamo di fronte è la radiografia di un ciclo più lungo, che ci consente di diagnosticare una malattia che è cominciata molto prima della crisi e che la crisi ha solo drammaticamente aggravato. Quella malattia è la senilità di una parte importante del sistema imprenditoriale italiano, la sua lentezza nell'adeguarsi ai cambiamenti tecnologici e di mercato, la sua difficoltà a spostarsi verso settori più avanzati. La sua forse - prima della crisi - sazietà. L'incapacità di molti imprenditori, ancora prima degli anni neri, di trovare il modo di far guadagnare le proprie imprese. La sfida a questo punto è la terapia. Un po' di vitamina, ovvero un abbassamento del costo del lavoro attraverso la riduzione del cuneo fiscale, aiuta certamente. Ma la cura vera richiede due terapie parallele, ambedue assai difficili: il cambiamento culturale degli imprenditori e quello strutturale dello Stato. Se gli imprenditori non investiranno su managerializzazione, innovazione, internazionalizzazione e crescita delle loro imprese, non solo i numerosi che già lo fanno ma la maggioranza, il declino è assicurato e quella torta, magari più lentamente che negli ultimi anni, ineluttabilmente si farà sempre più piccola. Se lo Stato non entrerà rapidamente nel XXI secolo, cambiando il suo modo di essere e investendo nella ricerca e nell'istruzione, gli imprenditori non crederanno nel futuro e quindi quegli investimenti non li faranno.
La prognosi a questo punto è aperta. La crisi ha selezionato drammaticamente le imprese, e numerose di quelle che sono rimaste a galla sono più forti di prima. Sta arrivando alle leve di comando una nuova generazione di imprenditori che forse non ha il genio (ma qualcuno ce l'ha) ma auspicabilmente neanche i limiti della generazione che l'ha preceduta. Quanto allo Stato pare che qualcosa si muova, anche se la direzione non è ancora chiara. Tornando all'inizio del discorso: perché la società avanzi e migliori, la crescita della dimensione della torta e l'equa distribuzione delle fette devono andare a braccetto. Una sola delle due cose non basta.