Una delle regole auree della pubblicità è che le campagne che annunciano l'arrivo di un prodotto non devono durare troppo a lungo, altrimenti l'effetto sorpresa è annullato e la spesa diventa inutile. E' quello che accade con la Sogin, la società di Stato responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, compresi quelli prodotti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare.
La Sogin da mesi sta martellando il Paese annunciando che presto partirà la procedura per localizzare l'area più idonea a realizzare il Deposito nazionale. La campagna su stampa, tabelloni e tv, firmata da Saatchi e Saatchi e con il contributo di Cattleya, costa 3,2 milioni di euro. Una somma ingente, giustificata dalla delicatezza del tema: si tratta di convincere una parte della popolazione italiana che il deposito di scorie nucleari che sorgerà magari non troppo distante dalle case è sicuro. Le spese per la pubblicità corrono, ma della famosa mappa di località idonee si è invece persa la traccia.
La Sogin il suo calendario l'ha rispettato, completando un percorso ad ostacoli: il 2 gennaio 2015 consegna all'Ispra la mappa delle località potenzialmente idonee; il 13 marzo l'Ispra manda la sua relazione ai ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico. Il 16 aprile i ministeri chiedono approfondimenti; il 21 luglio infine i due ministeri comunicano che entro fine agosto sarebbe iniziata la consultazione pubblica con enti locali e popolazione per definire consensualmente dove costruire il deposito.
Siamo a metà novembre, della mappa non c'è traccia e di conseguenza nemmeno della consultazione. La battuta d'arresto in realtà non dipende da motivi tecnici, visto che la mappa è solo un insieme di macro aree, con dei paletti già fissati: niente zone sismiche, probabilmente escluse le isole per ragioni di trasporto, fuori gioco chi ha ospitato le vecchie centrali (Trino Vercellese, Latina, Caorso, Garigliano) e chi ha un forte insediamento urbano. Ma mentre è nebbia sulla mappa, i riflettori si sono accesi sull'ad di Sogin, Riccardo Casale, che ha rimesso il suo mandato al ministero dell'Economia denunciando la paralisi del cda.
Nel frattempo i rifiuti crescono. In stoccaggi temporanei ce ne sono già 75mila metri cubi a bassa e media radioattività e altri 15mila ancora più pericolosi. I primi aumentano poi di 500 metri cubi all'anno. In più si avvicina il rischio di una nuova stangata sui costi elettrici. Nel 2019 la Francia, a cui stiamo commissionando il lavoro di riprocessamento dei rifiuti più inquinanti, avrà terminato l'opera e ci chiederà cosa deve fare delle nostre scorie. Lo stesso farà la Gran Bretagna nel 2025. Senza deposito dovranno restare lì. Niente sconti sullo stoccaggio: centinaia di milioni di euro l'anno nelle bollette. Un altro regalo dopo il canone Rai.
La Sogin da mesi sta martellando il Paese annunciando che presto partirà la procedura per localizzare l'area più idonea a realizzare il Deposito nazionale. La campagna su stampa, tabelloni e tv, firmata da Saatchi e Saatchi e con il contributo di Cattleya, costa 3,2 milioni di euro. Una somma ingente, giustificata dalla delicatezza del tema: si tratta di convincere una parte della popolazione italiana che il deposito di scorie nucleari che sorgerà magari non troppo distante dalle case è sicuro. Le spese per la pubblicità corrono, ma della famosa mappa di località idonee si è invece persa la traccia.
La Sogin il suo calendario l'ha rispettato, completando un percorso ad ostacoli: il 2 gennaio 2015 consegna all'Ispra la mappa delle località potenzialmente idonee; il 13 marzo l'Ispra manda la sua relazione ai ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico. Il 16 aprile i ministeri chiedono approfondimenti; il 21 luglio infine i due ministeri comunicano che entro fine agosto sarebbe iniziata la consultazione pubblica con enti locali e popolazione per definire consensualmente dove costruire il deposito.
Siamo a metà novembre, della mappa non c'è traccia e di conseguenza nemmeno della consultazione. La battuta d'arresto in realtà non dipende da motivi tecnici, visto che la mappa è solo un insieme di macro aree, con dei paletti già fissati: niente zone sismiche, probabilmente escluse le isole per ragioni di trasporto, fuori gioco chi ha ospitato le vecchie centrali (Trino Vercellese, Latina, Caorso, Garigliano) e chi ha un forte insediamento urbano. Ma mentre è nebbia sulla mappa, i riflettori si sono accesi sull'ad di Sogin, Riccardo Casale, che ha rimesso il suo mandato al ministero dell'Economia denunciando la paralisi del cda.
Nel frattempo i rifiuti crescono. In stoccaggi temporanei ce ne sono già 75mila metri cubi a bassa e media radioattività e altri 15mila ancora più pericolosi. I primi aumentano poi di 500 metri cubi all'anno. In più si avvicina il rischio di una nuova stangata sui costi elettrici. Nel 2019 la Francia, a cui stiamo commissionando il lavoro di riprocessamento dei rifiuti più inquinanti, avrà terminato l'opera e ci chiederà cosa deve fare delle nostre scorie. Lo stesso farà la Gran Bretagna nel 2025. Senza deposito dovranno restare lì. Niente sconti sullo stoccaggio: centinaia di milioni di euro l'anno nelle bollette. Un altro regalo dopo il canone Rai.