Bruxelles torna alla carica e denuncia gli eccessivi squilibri macroeconomici italiani: insufficiente la creazione di posti di lavoro e soprattutto - molto elevato il livello del debito pubblico, che toccherà il 133 per cento nel 2015. Da qui la minaccia del commissario Ue Moscovici: l'Italia è a rischio di non conformità con le regole del patto di stabilità; in primavera si esaminerà se e in quale ampiezza potrà beneficiare delle clausole di flessibilità per investimenti, riforme e spese per i profughi. Come a dire: se non fate qualcosa per ridurre il debito bocceremo le richieste che possono aiutarvi a crescere e di conseguenza ad abbassarlo. Un paradosso.
La sentenza di Bruxelles non era inattesa ma a Roma ha creato ugualmente fastidio, perché è sembrata parte di una strategia di disturbo che da qualche tempo si sta intensificando e che pare avere ispirazione a Berlino. Non è un mistero, ad esempio, che la Bundesbank non abbia piacere di vedere un nuovo Quantitative Easing lanciato dalla Bce di Mario Draghi. Dopo un periodo di contrito silenzio in concomitanza all'esplodere dello scandalo Volkswagen, il presidente Jens Weidmann ha cominciato a lanciare i suoi anatemi: "Non c'è deflazione, inutile aumentare il Qe" (1 ottobre); "Tanto più a lungo manterremo una politica monetaria accomodante, tanto meno questa sarà efficace" (20 novembre).
La linea dura della Bundesbank si sposa con quella della Commissione per la Concorrenza, guidata dalla danese Margrete Vestager, e radicata nella direzione generale, con a capo il tedesco Johannes Laitenberger, spalleggiato dall'olandese Get-Jan Koopman, responsabile proprio della sezione aiuti di Stato. Da qui per mesi sono giunti dei secchi no alle proposte che l'Italia avanzava per creare una bad bank dove parcheggiare i crediti deteriorati degli istituti italiani. No secchi e cavillosi, tanto da far sbottare, pur nascosto nella diplomazia del linguaggio, un ministro tecnico e paziente come Pier Carlo Padoan: "Mi aspetto di continuare a discuterne civilmente".
Di fatto per mettere al sicuro 4 banche in crisi il cui passivo rappresenta solo l'1 per cento degli asset del settore si è dovuti ricorrere a un nuovo strumento e non all'esistente Fondo interbancario di tutela dei depositi, ritenuto impropriamente un braccio dello Stato (un contenzioso è aperto con Bruxelles sull'intervento effettuato su Tercas). Il tutto mentre il 19 ottobre scorso è stato autorizzato senza obiezioni il salvataggio della HSH Nordbank: controllata dai governi regionali dello Schleswig Holstein e di Amburgo, ha potuto godere della garanzia statale su 3 miliardi di crediti deteriorati.
Due pesi e due misure, in sostanza, perché Berlino spesso ottiene quello che vuole e ignora quello che non vuole. Chissà se a primavera la Commissione batterà un colpo sul surplus commerciale, imponendo una cosa che chiede da anni e che rappresenta un rilevante squilibrio macroeconomico. Le scommesse sono aperte: il surplus era di 52,3 miliardi di euro nel 2000; la sorda Berlino a fine 2014 lo ha portato a 217 miliardi.
La sentenza di Bruxelles non era inattesa ma a Roma ha creato ugualmente fastidio, perché è sembrata parte di una strategia di disturbo che da qualche tempo si sta intensificando e che pare avere ispirazione a Berlino. Non è un mistero, ad esempio, che la Bundesbank non abbia piacere di vedere un nuovo Quantitative Easing lanciato dalla Bce di Mario Draghi. Dopo un periodo di contrito silenzio in concomitanza all'esplodere dello scandalo Volkswagen, il presidente Jens Weidmann ha cominciato a lanciare i suoi anatemi: "Non c'è deflazione, inutile aumentare il Qe" (1 ottobre); "Tanto più a lungo manterremo una politica monetaria accomodante, tanto meno questa sarà efficace" (20 novembre).
La linea dura della Bundesbank si sposa con quella della Commissione per la Concorrenza, guidata dalla danese Margrete Vestager, e radicata nella direzione generale, con a capo il tedesco Johannes Laitenberger, spalleggiato dall'olandese Get-Jan Koopman, responsabile proprio della sezione aiuti di Stato. Da qui per mesi sono giunti dei secchi no alle proposte che l'Italia avanzava per creare una bad bank dove parcheggiare i crediti deteriorati degli istituti italiani. No secchi e cavillosi, tanto da far sbottare, pur nascosto nella diplomazia del linguaggio, un ministro tecnico e paziente come Pier Carlo Padoan: "Mi aspetto di continuare a discuterne civilmente".
Di fatto per mettere al sicuro 4 banche in crisi il cui passivo rappresenta solo l'1 per cento degli asset del settore si è dovuti ricorrere a un nuovo strumento e non all'esistente Fondo interbancario di tutela dei depositi, ritenuto impropriamente un braccio dello Stato (un contenzioso è aperto con Bruxelles sull'intervento effettuato su Tercas). Il tutto mentre il 19 ottobre scorso è stato autorizzato senza obiezioni il salvataggio della HSH Nordbank: controllata dai governi regionali dello Schleswig Holstein e di Amburgo, ha potuto godere della garanzia statale su 3 miliardi di crediti deteriorati.
Due pesi e due misure, in sostanza, perché Berlino spesso ottiene quello che vuole e ignora quello che non vuole. Chissà se a primavera la Commissione batterà un colpo sul surplus commerciale, imponendo una cosa che chiede da anni e che rappresenta un rilevante squilibrio macroeconomico. Le scommesse sono aperte: il surplus era di 52,3 miliardi di euro nel 2000; la sorda Berlino a fine 2014 lo ha portato a 217 miliardi.