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Iran, si apre il mercato del dopo-sanzioni

ALLE PRESE CON GLI EFFETTI DELLE RESTRIZIONI COMMERCIALI E IL CROLLO DEL PETROLIO, CIRCONDATA DA FORZE OSTILI NEL MONDO ARABO, TEHERAN ASPETTA LA FINE DELL’EMBARGO PER IL QUALE L’AIEA STA PER DARE LA LUCE VERDE. E LE AZIENDE ITALIANE SONO PRONTE

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<p>Teheran R oberto Masarin non ha il physique du role di un capitano di ventura, minuto, elegante e soft spoken. Ma il cuor di leone ce l’ha: quest’ingegnere quarantenne è arrivato dal Sudamerica in Iran nel 2007, e da allora aiuta gli investitori occidentali a impiantare fabbriche nella tormentata repubblica islamica. Nel 2011, in pieno embargo, a Qazvin nel deserto a 130 chilometri a nord-ovest della capitale, ne ha addirittura aperta una di caldaie a gas per conto della Immergas di Reggio Emilia, gruppo quotato in Borsa da 300 milioni di fatturato. «L’embargo parla sì di “gas” fra gli articoli che è vietato esportare e tantomeno produrre in loco, al pari delle armi da fuoco e delle componenti per mezzi corazzati - spiega - però si riferisce alle tubature e agli impianti di estrazione. Noi facciamo solo innocenti caldaie per uso domestico». Il ragionamento è semplice: arriviamo per primi, in previsione del boom economico che farà seguito alla fine dell’embargo. La parola d’ordine è implementation day: il magico momento in cui le sanzioni occidentali contro l’Iran saranno rimosse, verrà riattivato il sistema di pagamenti internazionale Swift, potranno ripartire a pieno titolo gli affari internazionali, cesserà insomma l’isolamento del Paese. «Terminerà questo embargo ingiusto che ci è stato inflitto senza ragioni e riprenderà la normalità», ha scandito il ministro dell’Industria, Mohammad Reza Nematzadeh, aprendo pochi giorni fa il Business forum Italia- Iran. Ma quando verrà questo momento? L’accordo fra l’occidente e Teheran raggiunto a Vienna il 14 luglio ( Joint comprehensive plan of action) prevedeva un periodo di moratoria di 90 giorni, scaduto quindi a metà ottobre, dopodiché si doveva passare all’attuazione. Manca però ancora il voto del Congresso americano, oltre che del Parlamento iraniano, e manca soprattutto il via libera dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica dell’Onu che certifichi il rispetto degli impegni di Teheran. Mercoledì scorso gli ispettori dell’Aiea hanno emesso un pre-rapporto a conclusione di un’istruttoria durata sette anni, che di certo non favorisce una rapida conclusione della vicenda visto che rivela che fino al 2003 effettivamente l’Iran stava sviluppando la bomba atomica. Ora però, vi si legge, si è ravveduto e l’energia nucleare serve per i fabbisogni energetici di un Paese di 80 milioni di abitanti che non vuole farsi trovare impreparato dalla fine dell’era del petrolio (anche se ha 161 miliardi di barili di riserve, le secondo nell’Opec dopo l’Arabia Saudita). E che vive drammaticamente il ribasso del greggio, ennesimo elemento di divisione dai sauditi che non vogliono tagliare la produzione. Gli americani hanno detto che la strada verso lo sblocco dell’embargo non si è interrotta, ma certo è diventata più tortuosa. È una corsa contro il tempo: il 23 febbraio ci sono le elezioni politiche (non presidenziali) e si cerca di chiudere prima. «Non è escluso che si possa fare», dice il presidente dell’Ice, Riccardo Monti, venuto al Forum bilaterale alla testa di uno stuolo di 180 aziende ansiose di cogliere le opportunità che si apriranno. Anche il viceministro allo Sviluppo Carlo Calenda, responsabile del commercio estero, è malgrado tutto ottimista: «Sarà questione di pochi mesi». Nel Paese la tensione non è mai stata così alta. L’Iran è il nemico giurato dell’Isis, che ne ha promesso la distruzione (in buona compagnia) non solo perché è il più importante Paese guidato dall’odiata etnia sciita, ma perché le forze militari di Teheran hanno respinto le truppe di Daesh alle porte di Bagdad a fine 2014, conquistandosi stima e riconoscenza dagli americani. Gli iraniani dicono che hanno mandato solo dei consiglieri ma ammettono di aver avuto 50 morti. Altrettanto oscuro ma sicuro l’appoggio alla rivolta del popolo Houthi nello Yemen, contro la quale l’eterno nemico Arabia Saudita ha scatenato una guerra ancora in corso. Basta scendere all’aeroporto Imam Khomeini grandioso e palesemente sottoutilizzato «perché c’è l’embargo», come puntualizza Alireza Madadi, un uomo d’affari anche lui di ritorno dall’Europa, per rendersi conto che Teheran è una città militarizzata con allarmi sicurezza ovunque. Eppure è una città che guarda alla libertà occidentale come la fine di un incubo cominciato nel 1979 con l’assalto all’ambasciata americana, e peggiorato durante gli anni. Il sentimento antiamericano non è svanito: pochi giorni fa la Kentucky Fried Chicken ha rinunciato all’apertura di un fast-food per le proteste popolari, e migliaia di manifestanti hanno bruciato in piazza le bandiere Usa nell’anniversario dell’assalto all’ambasciata. Intanto la Guida spirituale, l’ayatollah Ali Khamanei, non manca occasione per accusare gli Stati Uniti di aver creato al-Qaeda, i talebani, l’Isis. Sarà dura tornare alla pace economica per l’America: negli stessi giorni del Forum Italia-Iran un’altra conferenza fissava i nuovi criteri per i contratti petroliferi (saranno ratificati a Londra in febbraio) e le compagnie europee, cinesi e russe c’erano tutte, Eni compresa, ma delle americane nessuna. Questa situazione favorisce l’Italia in particolare. «Voi non avete mai abbandonato il Paese neanche nel momento più buio, e questo non lo dimentichiamo», dice il ministro dell’Economia Ali Teyyeb-Nia. La via l’aprì nientemeno che Enrico Mattei nel 1957, e un ritratto del fondatore dell’Eni campeggia nella sede della compagnia petrolifera di stato Nioc. Da allora è stato un crescendo fino al 2006 quando l’interscambio raggiunse i 7 miliardi per poi soggiacere al congelamento. Però quel livello, calcola Licia Mattioli, responsabile della Confindustria per l’internazionalizzazione, «si può ripristinare in tre-quattro anni, e l’export (oggi sceso a 1,1 miliardi, ndr) rappresenterà poco meno della metà di quella cifra». Significa oltre 3 miliardi di esportazioni aggiuntive da qui al 2018, con prospettive insperate per le Pmi e perfino gli artigiani d’eccellenza. Settori come la meccanica di precisione, la pel-letteria, il tessile, le componenti per auto, troveranno la via spianata dagli accordi di questi giorni. Poi c’è l’agroalimentare: «Vale il principio - spiega Luigi Scordamaglia, ad dell’Inalca del gruppo Cremonini e presidente di Federalimentare – di passare dal made in Italy al made with Italy, esportare cioè il modello e il know-how per creare iniziative congiunte con le aziende locali. Che ci sia attesa sia è visto dall’entusiastica partecipazione iraniana all’Expo». Si tratta non di partire da zero ma di riprendere un rapporto economico storicamente forte, mortificato dalle sanzioni. La Sace fra assicurazioni dei crediti all’export e dei pagamenti, e garanzie su finanziamenti e investimenti, può arrivare a 5 miliardi. E per le joint-venture è pronta la Simest, anch’essa del gruppo Cdp. Sempre che questo implementation day arrivi. Un momento delle lavorazioni nella fabbrica di auto della Iran Khodro nei dintorni di Teheran. Il settore automobilistico si è particolarmente sviluppato in questi anni in cui il Paese è rimasto isolato [ I PERSONAGGI] 1 2 3 Il presidente iraniano Hassan Rouhani (1), che ha riallacciato i rapporti con l’occidente che sembravano compromessi ai tempi del predecessore Mahmud Ahmadinejad (2), uscito di scena nel 2013. Il viceministro italiano dello Sviluppo Carlo Calenda (3), che ha guidato la delegazione di imprenditori a Teheran </p>