Sulle 4 banche italiane in dissesto si sono ascoltate molte parole. Il ministro Padoan ha parlato di "intervento umanitario" per sostenere chi ha perso gran parte delle sue sostanze. La Banca d'Italia ha attaccato Bruxelles, affermando che frappone ostacoli giuridici incomprensibili ai preesistenti meccanismi di salvataggio. Il premier Matteo Renzi ha sostenuto che "le regole sulle banche adesso le decide l'Europa". Dichiarazione inquietante, quest'ultima, perché certifica - se ancora ce ne fosse bisogno - che la distanza tra Roma e una Bruxelles progressivamente più germanocentrica si è allargata a dimensioni mai conosciute prima.
Che l'Italia ammetta la sua marginalità nelle stanze dove vengono prese le decisioni è una presa d'atto umiliante per un paese che è stato tra i fondatori delle istituzioni dell'Unione; ma è un dato di fatto prodotto da una politica spesso miope e da una rappresentanza parlamentare a livello comunitario quantomeno distratta, che ci ha spesso costretti a giocare partite in difesa. L'intervento a favore di Banca Marche, Popolare Etruria, Carichieti e Cariferrara, ad esempio, ha escluso dai giochi l'esistente Fondo interbancario di tutela dei depositi, ritenuto dalla Commissione per la Concorrenza un braccio dello Stato e come tale passibile di sanzioni per aiuti distorsivi del mercato. Roma non se l'è sentita di sfidare Bruxelles. Magari nella rinuncia ha influito il fatto che l'Italia ha già 89 procedure aperte in settori che spaziano dai diritti civili agli affari economici, quasi un record in Europa. E magari perché alcune di queste, in passato, riguardavano palesi violazioni del diritto a favore di categorie ben protette dalle lobby, come allevatori e concessionari balneari.
La coscienza insomma non è proprio pulita. Come anche non è stato un vantaggio mandare in Europa, altra particolarità italiana, rappresentanti sempre diversi, a causa della continua mutevolezza dei governi. Wolfgang Schaeuble è ministro dell'economia tedesca dal 2009: da allora ad oggi ha avuto come interlocutori italiani, con i quali dibattere anche di bail in e crisi bancarie, nell'ordine Giulio Tremonti, Mario Monti, Vittorio Grilli, Fabrizio Saccomanni e adesso Pier Carlo Padoan. L'Italia ha i suoi torti, insomma. Ma ciò non toglie che la legge del più forte che si sta affermando nelle stanze comunitarie svilisce il senso stesso dell'Unione.
E un altro esempio viene da Francoforte. Mentre Mario Draghi arma di nuovo il bazooka del Quantitative Easing per risollevare crescita e inflazione, il presidente della Bundesbank Weidmann cerca di depotenziarlo dicendo che l'intervento non era necessario. E a fronte di forti iniezioni di liquidità della Bce la vigilanza europea, a maggioranza, vara norme severissime per il patrimonio degli istituti di credito, che di fatto ingessano quella liquidità. Due treni che vanno nella direzione opposta, in sostanza. Sarebbe facile dire che manca il capostazione. Più realistico dire che forse non c'è più proprio la stazione.
Che l'Italia ammetta la sua marginalità nelle stanze dove vengono prese le decisioni è una presa d'atto umiliante per un paese che è stato tra i fondatori delle istituzioni dell'Unione; ma è un dato di fatto prodotto da una politica spesso miope e da una rappresentanza parlamentare a livello comunitario quantomeno distratta, che ci ha spesso costretti a giocare partite in difesa. L'intervento a favore di Banca Marche, Popolare Etruria, Carichieti e Cariferrara, ad esempio, ha escluso dai giochi l'esistente Fondo interbancario di tutela dei depositi, ritenuto dalla Commissione per la Concorrenza un braccio dello Stato e come tale passibile di sanzioni per aiuti distorsivi del mercato. Roma non se l'è sentita di sfidare Bruxelles. Magari nella rinuncia ha influito il fatto che l'Italia ha già 89 procedure aperte in settori che spaziano dai diritti civili agli affari economici, quasi un record in Europa. E magari perché alcune di queste, in passato, riguardavano palesi violazioni del diritto a favore di categorie ben protette dalle lobby, come allevatori e concessionari balneari.
La coscienza insomma non è proprio pulita. Come anche non è stato un vantaggio mandare in Europa, altra particolarità italiana, rappresentanti sempre diversi, a causa della continua mutevolezza dei governi. Wolfgang Schaeuble è ministro dell'economia tedesca dal 2009: da allora ad oggi ha avuto come interlocutori italiani, con i quali dibattere anche di bail in e crisi bancarie, nell'ordine Giulio Tremonti, Mario Monti, Vittorio Grilli, Fabrizio Saccomanni e adesso Pier Carlo Padoan. L'Italia ha i suoi torti, insomma. Ma ciò non toglie che la legge del più forte che si sta affermando nelle stanze comunitarie svilisce il senso stesso dell'Unione.
E un altro esempio viene da Francoforte. Mentre Mario Draghi arma di nuovo il bazooka del Quantitative Easing per risollevare crescita e inflazione, il presidente della Bundesbank Weidmann cerca di depotenziarlo dicendo che l'intervento non era necessario. E a fronte di forti iniezioni di liquidità della Bce la vigilanza europea, a maggioranza, vara norme severissime per il patrimonio degli istituti di credito, che di fatto ingessano quella liquidità. Due treni che vanno nella direzione opposta, in sostanza. Sarebbe facile dire che manca il capostazione. Più realistico dire che forse non c'è più proprio la stazione.