La regola aurea quando si vuole capire qualcosa è "follow the money", segui il denaro. Ma il denaro dove sta? La domanda è seria perché, per esempio, sapendo dove sta il denaro lo si può tassare. Guardando il prelievo fiscale sembrerebbe che il denaro stia nelle tasche di noi comuni mortali, anzi che in questi anni nelle nostre tasche sia addirittura cresciuto. Secondo l'Ocse infatti tra il 2007 e il 2014 le tasse pagate dalle persone fisiche sono passate dall'8,8 all'8,9% del Pil (media di tutti i paesi censiti) e l'Iva dal 6,5 al 6,8%. Le tasse pagate dalle aziende invece sono passate dal 3,6 al 2,8% del Pil. Andando dentro questi numeri però si scopre che le tasse non hanno inseguito il denaro dov'era ma solo dove era più facile trovarlo. La caduta del prelievo sulle imprese infatti non è dovuta tanto al fatto che le imprese hanno avuto un crollo degli utili (che in alcuni paesi c'è stato ma in molti altri no) quanto al fatto che sono bravissime a nasconderli. Non tutte ovviamente e non tutte nello stesso modo. Le più brave, e quelle che nascondono di più, sono le multinazionali, quelle manifatturiere, quelle tecnologiche, quelle digitali, quelle finanziarie.
Sempre l'Ocse ha calcolato che quella che viene definita "Base erosion and profits shifting", erosione della base imponibile e spostamento dei profitti, sottrae alle casse degli stati una cifra tra 100 e 240 miliardi di dollari l'anno, probabilmente assai più vicina e forse superiore al massimo della forbice indicata. I meccanismi adottati sono assai sofisticati che nel migliore dei casi (per le multinazionali) si concretizzano in una "doppia non tassazione" (non si viene tassati nè nel paese di origine nè dove si crea il valore aggiunto) e, nella norma, in una tassazione che va da pochi punti percentuali fino a pochi centesimi di punto percentuale. Finalmente un paio d'anni fa il G20 ha deciso di affrontare il problema e ha affidato all'Ocse il compito di studiare come. Nel G20 di Lima dello scorso autunno l'Ocse ha presentato il frutto del suo lavoro e ora gli strumenti sono a disposizione degli stati che sono chiamati ad adottarli. In questi primi giorni di gennaio sono avvenuti due fatti importanti che ci fanno ben sperare. Il primo è che il fisco Italiano ha dimostrato una evasione fiscale della Apple e la Apple ha staccato un assegno di 318 milioni di euro. Tanto di cappello agli uomini e le donne di Equitalia e della Guardia di Finanza che hanno fronteggiato con successo schiere di avvocati tanto competenti quanto ben pagati. La secondo buona notizia è che Pierre Moscovici, Commissario agli affari fiscali della Ue, la scorsa settimana ha annunciato che entro la fine di gennaio presenterà nuove misure contro l'evasione, finalizzate soprattutto a contrastare "l'erosione della base imponibile e il trasferimento dei profitti". La cattiva notizia è che l'Ecofin, che dovrà varare queste misure, non sembra avere l'ambizione (e il coraggio) necessari per andare a fondo. Sarebbe bene che lo trovasse, per una serie di ragioni una più delicata dell'altra.
Cominciando un pochino da lontano, il punto di partenza è la constatazione che il reddito da lavoro, ovvero la base imponibile più facile da colpire, per la maggior parte di noi si sta riducendo. Tecnologie e globalizzazione hanno minato la solidità della classe media e i grandi numeri dei lavori disponibili sono quelli a basso valore aggiunto. La ricchezza si è spostata e continua a spostarsi e a concentrarsi verso le categorie professionali più sofisticate e con mercato internazionale e verso le grandi multinazionali, le imprese digitali e della finanza. Continuando a prelevare sempre dalle solite tasche sarà difficile tenere in equilibrio le finanze pubbliche e garantire i servizi e il welfare che nel corso del secolo scorso abbiamo conquistato.
La soluzione è quella che dicevamo all'inizio, inseguire il denaro, la ricchezza creata e sottratta al fisco dai nuovi ricchi e dalle multinazionali. Secondo uno studio di Gabriel Zucman dell'Università di Berkeley, le ricchezze private accumulate nei paradisi fiscali ammontano a 7 mila 600 miliardi di dollari, con una perdita per il fisco di vari paesi di 190 miliardi di dollari l'anno (75 per i paesi europei). Se a questi 190 aggiungessimo i 240 miliardi elusi dalle multinazionali arriveremmo a 430 miliardi di dollari che le case esauste dei nostri paesi potrebbero e dovrebbero recuperare. Non basta. Ogni giorno vengono scambiati sui mercati finanziari di tutto il mondo miliardi di dollari in azioni, obbligazioni, valute, materie prime, derivati. Transazioni che non sono tassate. E' la vecchia idea di James Tobin che abbiamo imparato a conoscere come Tobin Tax, che dovrebbe essere una tassa molto bassa, nell'ordine dei millesimi o anche meno, quindi non tale da scoraggiare gli scambi, ma da applicare a tutte le transazioni su tutti i mercati. Difficile ma non impossibile. Varrebbe anch'essa molti miliardi. L'Europa sta ragionando anche su questo e sarebbe opportuno che lo facesse seriamente e in fretta. Perché in ballo ci sono tre cose fondamentali: la prima è il nostro modello di vita, che non è messo in crisi solo dai sanguinari dell'Isis, ma anche dall'equilibrio dei conti pubblici e dall'assenza di risorse per lo sviluppo. La seconda è la legittimazione dei sistemi fiscali, che si basa sull'equilibrio e la misura del prelievo. La terza è la forza stessa della democrazia, che si misura sulla capacità di chi ci rappresenta di trovare un equilibrio tra interessi diversi ai fini dell'interesse generale. Se vince sempre l'interesse dei più forti la democrazia tanto solida non è. Siamo vicini al momento della verità. L'appuntamento è per fine gennaio.
Sempre l'Ocse ha calcolato che quella che viene definita "Base erosion and profits shifting", erosione della base imponibile e spostamento dei profitti, sottrae alle casse degli stati una cifra tra 100 e 240 miliardi di dollari l'anno, probabilmente assai più vicina e forse superiore al massimo della forbice indicata. I meccanismi adottati sono assai sofisticati che nel migliore dei casi (per le multinazionali) si concretizzano in una "doppia non tassazione" (non si viene tassati nè nel paese di origine nè dove si crea il valore aggiunto) e, nella norma, in una tassazione che va da pochi punti percentuali fino a pochi centesimi di punto percentuale. Finalmente un paio d'anni fa il G20 ha deciso di affrontare il problema e ha affidato all'Ocse il compito di studiare come. Nel G20 di Lima dello scorso autunno l'Ocse ha presentato il frutto del suo lavoro e ora gli strumenti sono a disposizione degli stati che sono chiamati ad adottarli. In questi primi giorni di gennaio sono avvenuti due fatti importanti che ci fanno ben sperare. Il primo è che il fisco Italiano ha dimostrato una evasione fiscale della Apple e la Apple ha staccato un assegno di 318 milioni di euro. Tanto di cappello agli uomini e le donne di Equitalia e della Guardia di Finanza che hanno fronteggiato con successo schiere di avvocati tanto competenti quanto ben pagati. La secondo buona notizia è che Pierre Moscovici, Commissario agli affari fiscali della Ue, la scorsa settimana ha annunciato che entro la fine di gennaio presenterà nuove misure contro l'evasione, finalizzate soprattutto a contrastare "l'erosione della base imponibile e il trasferimento dei profitti". La cattiva notizia è che l'Ecofin, che dovrà varare queste misure, non sembra avere l'ambizione (e il coraggio) necessari per andare a fondo. Sarebbe bene che lo trovasse, per una serie di ragioni una più delicata dell'altra.
Cominciando un pochino da lontano, il punto di partenza è la constatazione che il reddito da lavoro, ovvero la base imponibile più facile da colpire, per la maggior parte di noi si sta riducendo. Tecnologie e globalizzazione hanno minato la solidità della classe media e i grandi numeri dei lavori disponibili sono quelli a basso valore aggiunto. La ricchezza si è spostata e continua a spostarsi e a concentrarsi verso le categorie professionali più sofisticate e con mercato internazionale e verso le grandi multinazionali, le imprese digitali e della finanza. Continuando a prelevare sempre dalle solite tasche sarà difficile tenere in equilibrio le finanze pubbliche e garantire i servizi e il welfare che nel corso del secolo scorso abbiamo conquistato.
La soluzione è quella che dicevamo all'inizio, inseguire il denaro, la ricchezza creata e sottratta al fisco dai nuovi ricchi e dalle multinazionali. Secondo uno studio di Gabriel Zucman dell'Università di Berkeley, le ricchezze private accumulate nei paradisi fiscali ammontano a 7 mila 600 miliardi di dollari, con una perdita per il fisco di vari paesi di 190 miliardi di dollari l'anno (75 per i paesi europei). Se a questi 190 aggiungessimo i 240 miliardi elusi dalle multinazionali arriveremmo a 430 miliardi di dollari che le case esauste dei nostri paesi potrebbero e dovrebbero recuperare. Non basta. Ogni giorno vengono scambiati sui mercati finanziari di tutto il mondo miliardi di dollari in azioni, obbligazioni, valute, materie prime, derivati. Transazioni che non sono tassate. E' la vecchia idea di James Tobin che abbiamo imparato a conoscere come Tobin Tax, che dovrebbe essere una tassa molto bassa, nell'ordine dei millesimi o anche meno, quindi non tale da scoraggiare gli scambi, ma da applicare a tutte le transazioni su tutti i mercati. Difficile ma non impossibile. Varrebbe anch'essa molti miliardi. L'Europa sta ragionando anche su questo e sarebbe opportuno che lo facesse seriamente e in fretta. Perché in ballo ci sono tre cose fondamentali: la prima è il nostro modello di vita, che non è messo in crisi solo dai sanguinari dell'Isis, ma anche dall'equilibrio dei conti pubblici e dall'assenza di risorse per lo sviluppo. La seconda è la legittimazione dei sistemi fiscali, che si basa sull'equilibrio e la misura del prelievo. La terza è la forza stessa della democrazia, che si misura sulla capacità di chi ci rappresenta di trovare un equilibrio tra interessi diversi ai fini dell'interesse generale. Se vince sempre l'interesse dei più forti la democrazia tanto solida non è. Siamo vicini al momento della verità. L'appuntamento è per fine gennaio.