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Quel gap che blocca la crescita del Sud

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Il gap che separa l'Italia dal resto dell'Europa è nelle cifre. Il costo del lavoro, secondo le rilevazioni di Rbs, è il secondo in Europa, mentre per produttività oraria siamo in fondo alla classifica. L'indice di competitività ci colloca al 43esimo posto nel mondo contro il decimo del Regno Unito e per contro il peso dell'economia sommersa è pari al 21,1% del Pil (Londra lo limita al 9,7 %). Il prezzo della benzina, a causa delle accise, è secondo solo all'Olanda, che però applica alle imprese un'imposizione media del 25% contro il nostro 35%. La distanza con i partner dell'Ue può essere ridotta a patto che - avverte nel suo ultimo libro il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco - pubblico e privato ricomincino ad investire in conoscenza e capitale umano.

Un recente rapporto Res/Unicredit spiega, sempre cifre alla mano, che l'Italia ha finora compiuto invece il percorso opposto. Tra…
Il gap che separa l'Italia dal resto dell'Europa è nelle cifre. Il costo del lavoro, secondo le rilevazioni di Rbs, è il secondo in Europa, mentre per produttività oraria siamo in fondo alla classifica. L'indice di competitività ci colloca al 43esimo posto nel mondo contro il decimo del Regno Unito e per contro il peso dell'economia sommersa è pari al 21,1% del Pil (Londra lo limita al 9,7 %). Il prezzo della benzina, a causa delle accise, è secondo solo all'Olanda, che però applica alle imprese un'imposizione media del 25% contro il nostro 35%. La distanza con i partner dell'Ue può essere ridotta a patto che - avverte nel suo ultimo libro il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco - pubblico e privato ricomincino ad investire in conoscenza e capitale umano.

Un recente rapporto Res/Unicredit spiega, sempre cifre alla mano, che l'Italia ha finora compiuto invece il percorso opposto. Tra il 2008 ed il 2014 il finanziamento pubblico agli atenei si è ridotto del 22%, mentre in Germania negli stessi anni è cresciuto del 23%. Nello stesso periodo è calato il numero degli studenti immatricolati (meno 66mila unità), i docenti sono scesi da 63mila a 52 mila (meno 17%), il personale tecnico e amministrativo è calato da 72mila a 59mila unità (meno 18%) ed il fondo di finanziamento ordinario delle università in termini reali del 22,5%. Le cifre sono medie nazionali, che nascondono il disastro più profondo del Sud. L'Italia disinveste nel suo sistema formativo superiore ma lo fa - avverte Res/Unicredit - "con particolare intensità proprio nelle regioni più deboli del paese".

Anche qui parlano i numeri. Sul fronte del diritto all'istruzione, ad esempio, la spesa statale per borse di studio è ferma da oltre un decennio intorno a 160 milioni (e quindi è in calo in termini reali), a cui si sommano 120 milioni di aiuti regionali. Francia e Germania investono due miliardi l'anno, la Spagna uno. Nelle regioni del Sud il 40% degli idonei non beneficiava degli aiuti, il 60% nelle Isole: il numero dei borsisti, insomma è più basso dove ce ne sarebbe più bisogno per carenza di risorse economiche proprie o delle famiglie. L'istruzione nel Mezzogiorno in sostanza non è rientrata per decenni nel radar degli investimenti dello Stato. Il nuovo masterplan presentato dal governo lo scorso novembre promette di usare la riforma conosciuta come Buona Scuola per invertire la tendenza. Aspettiamo: ma il gap da colmare è impressionante: la spesa pubblica per l'istruzione universitaria è stata negli anni recenti pari a 332 euro per abitante in Germania, 305 in Francia e 157 in Spagna. Nel nostro Mezzogiorno a 99 euro, meno di quanto spendano tutti i paesi sviluppati e anche quelli emergenti. Nel pieno delle polemiche sulle crisi bancarie fa riflettere che in Italia ci siano 64 filiali di banche ogni 100mila abitanti e appena 11 scuole superiori. La ricchezza di un paese è anche cultura e istruzione.