Economia

La frenata lunga del Pil italiano

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Il 2015 si era aperto per l'economia italiana con un clima giustamente euforico per la fine della recessione. Il fondamento solido: deprezzamento dell'euro, riduzione del prezzo del petrolio, avvio preannunciato dell'allargamento quantitativo da parte della Bce, fine dell'atteggiamento restrittivo della politica di bilancio. Dopo i dati dell'andamento del Pil nel primo trimestre 2015, +0,4% sull'ultimo del 2014, l'euforia è cresciuta finché con l'estate si è cominciato a osservare che l'espansione del commercio mondiale era divenuta negativa in termini congiunturali e che i deprezzamenti delle valute degli emergenti compensavano gli effetti dell'apprezzamento del dollaro nel tasso di cambio nominale effettivo dell'euro. In agosto, inoltre, andavano preparandosi le turbolenze che si sarebbero manifestate nelle settimane finali dell'anno passato e sono ancora in atto. Questi effetti si sono poi riflessi nell'andamento del Pil nel secondo e terzo trimestre, la cui crescita è via via decelerata dapprima allo 0,3% e poi allo 0,2. L'interrogativo dominante a quel punto è diventato quale sarebbe stato l'effetto sul 2016. Ad esempio, Prometeia, confermando le previsioni formulate a gennaio di 0,7 per cento di crescita del Pil nel 2015, cominciò a rivedere, a luglio, le prospettive per il 2016 da una espansione del Pil all'1,6 per cento riducendole all'1,3, per terminare, qualche settimana fa, con una previsione per il 2016 all'1,1 per cento.

Ma procediamo con ordine. Nei primi tre trimestri del 2015 la crescita è stata trainata dalla domanda interna e in particolare dal risveglio dei consumi (auto in primis) in misura tale da compensare sia il ristagno degli investimenti, sia il contributo negativo degli scambi con l'estero. Un segnale importante è comunque venuto, nel corso dell'estate, dall'arresto della caduta degli investimenti in costruzione dopo otto anni di progressiva riduzione, mentre l'andamento degli investimenti in macchinari e impianti, una volta esclusi quelli in mezzi di trasporto, stava rivelandosi deludente.

La vera sorpresa c'è stata in questi giorni con l'annuncio che per l'ultimo trimestre del 2015 la crescita del Pil non ha superato lo 0,1 per cento rispetto al terzo, mettendo in fila dall'inizio dell'anno una sequenza di decelerazioni preoccupante. Soprattutto perché il primo trimestre di quest'anno 2016 potrebbe subire gli effetti delle attuali turbolenze finanziarie azzerando la crescita rispetto al quarto. Ciò metterebbe ulteriormente a rischio gli obiettivi per la crescita media dell'intero anno.

Non tutto è pregiudicato per il 2016. Innanzitutto, nel secondo semestre 2015 il commercio mondiale sembra (i dati sono ancora provvisori) aver ripreso a crescere in termini congiunturali, anche se a tassi che comunque mostrano andamenti tendenziali storicamente molto bassi, inferiori al 2 per cento. Questa inversione di tendenza sarebbe imputabile ai paesi emergenti dell'Asia, mentre Russia, altri paesi produttori di petrolio, Brasile e Sud Africa stanno ancora riducendo le loro importazioni. Inoltre, le turbolenze finanziarie (incrociando le dita) sembrano tendere a smorzarsi e la caduta del prezzo del petrolio potrebbe avere toccato il fondo. Da ultimo, la Banca Centrale Europea dovrebbe sostenere ulteriormente la creazione di liquidità e la Fed essere più cauta nella progressione dei rialzi dei tassi di policy.

La composizione del rallentamento osservata per la crescita del Pil nel trimestre passato non è ancora nota. L'Istat segnala comunque che lo 0,1% di espansione è la sintesi di un contributo negativo della domanda interna complessiva e un contributo positivo delle esportazioni nette. Quest'ultimo sarebbe coerente con quanto appena detto sull'andamento del commercio mondiale; un po' più complesso cercare di capire quanto sta accadendo alla domanda interna. Per quanto riguarda i consumi, il clima di fiducia delle famiglie è ancora buono e l'andamento delle immatricolazioni di auto pure, la produzione nell'industria delle costruzioni dà segnali non negativi, mentre il clima di fiducia delle imprese dell'industria sta leggermente deteriorandosi e l'andamento della produzione industriale procede con un andamento saltellante che non facilita il riconoscimento della tendenza di fondo.

Ai livelli di prezzo attuale per il petrolio, famiglie e imprese aggiungerebbero ai 25 miliardi di maggiori disponibilità di reddito reale del 2015 altri 18 miliardi nel corso di quest'anno. Di conseguenza l'andamento dei consumi non dovrebbe mostrare cedimenti, mentre più dubbi sorgono su quello degli investimenti delle imprese, nonostante l'ampliamento dei margini conseguente ai minori costi di energia e materie prime e lo sgravio fiscale del cosiddetto maxi-ammortamento. Se l'incertezza profonda che i mercati finanziari stanno diffondendo non dovesse diradarsi a breve, i piani di investimento sarebbero i primi a soffrirne e la nostra economia stenterebbe a mantenere quella velocità di crociera dell'1 per cento tendenziale che faticosamente ha raggiunto alla fine del 2015.