Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco lo ha detto chiaramente: la manovra espansiva sul credito varata dalla Bce "serve a comprare tempo dalla politica". Nella speranza, ovviamente, che la politica e le lobby non ne abusino. L'allarme è giustificato, perché in Italia il tempo corre veloce ma molte delle aspettative iniziali di riforma del settore bancario sono quasi ai blocchi di partenza, a dimostrazione del fatto che le resistenze sono forti e gli interessi consolidati.
La riforma della Banche di Credito Cooperativo, ad esempio, arriverà in aula al Senato nella prima settimana di aprile, non prima di aver passato le forche caudine degli emendamenti che ne hanno modificato in parte la sostanza iniziale: non ci sarà l'auspicata holding unica, e dietro lo scudo della conservazione delle caratteristiche di mutualità, sembrano vincere al momento le spinte a mantenere più istituti sul territorio. Se ne avvantaggeranno pare Bolzano e la Toscana. Il battagliero slogan del premier Matteo Renzi ("troppe banche, troppi banchieri") rischia pertanto di rimanere in parte frustrato. Anche sulle Popolari molto tempo è trascorso dall'avvio della riforma che prevedeva la trasformazione in spa e doveva dare il via a una serie di concentrazioni.
Al momento l'unica che sembra andare in porto, superati gli ostacoli posti dalla severa vigilanza della Bce, dovrebbe essere quella tra Bpm e Banco Popolare. Partita sotto auspici non positivi sia dal punto di vista patrimoniale che della governance, con una prima proposta di un board di ben 19 persone. Il numero è stato poi ridotto, ma ha lasciato l'impressione che una delle linee guida fosse quella di salvare più poltrone possibile. C'è voluta una forte spinta del Mef per avvicinare una positiva conclusione. Di altre aggregazioni al momento non c'è traccia. Mancano notizie anche in merito ai possibili acquirenti delle 4 banche ripulite dalle sofferenze (le nuove Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara) come pure non si conosce il destino dei crediti deteriorati dei quattro istituti confluiti nelle bad bank. Non aiuta, in questo caso, il fatto che le norme che dovevano favorire un più veloce recupero dei crediti si siano limitate alle fine ad agevolazioni sull'imposta di registro e a una inizialmente confusa regolamentazione sul trasferimento alle banche degli immobili nel caso in cui i mutuatari non paghino le rate. E sempre a proposito delle 4 banche in risoluzione è ancora silenzio sul rimborso previsto per quei risparmiatori/investitori ingannati nella sottoscrizione di obbligazioni subordinate. La Bce, quindi, ha comprato ancora tempo. Ma come in tutte le partite i supplementari non durano in eterno. Prima o poi l'arbitro Mario Draghi sarà costretto a fischiare la fine dei giochi.
La riforma della Banche di Credito Cooperativo, ad esempio, arriverà in aula al Senato nella prima settimana di aprile, non prima di aver passato le forche caudine degli emendamenti che ne hanno modificato in parte la sostanza iniziale: non ci sarà l'auspicata holding unica, e dietro lo scudo della conservazione delle caratteristiche di mutualità, sembrano vincere al momento le spinte a mantenere più istituti sul territorio. Se ne avvantaggeranno pare Bolzano e la Toscana. Il battagliero slogan del premier Matteo Renzi ("troppe banche, troppi banchieri") rischia pertanto di rimanere in parte frustrato. Anche sulle Popolari molto tempo è trascorso dall'avvio della riforma che prevedeva la trasformazione in spa e doveva dare il via a una serie di concentrazioni.
Al momento l'unica che sembra andare in porto, superati gli ostacoli posti dalla severa vigilanza della Bce, dovrebbe essere quella tra Bpm e Banco Popolare. Partita sotto auspici non positivi sia dal punto di vista patrimoniale che della governance, con una prima proposta di un board di ben 19 persone. Il numero è stato poi ridotto, ma ha lasciato l'impressione che una delle linee guida fosse quella di salvare più poltrone possibile. C'è voluta una forte spinta del Mef per avvicinare una positiva conclusione. Di altre aggregazioni al momento non c'è traccia. Mancano notizie anche in merito ai possibili acquirenti delle 4 banche ripulite dalle sofferenze (le nuove Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara) come pure non si conosce il destino dei crediti deteriorati dei quattro istituti confluiti nelle bad bank. Non aiuta, in questo caso, il fatto che le norme che dovevano favorire un più veloce recupero dei crediti si siano limitate alle fine ad agevolazioni sull'imposta di registro e a una inizialmente confusa regolamentazione sul trasferimento alle banche degli immobili nel caso in cui i mutuatari non paghino le rate. E sempre a proposito delle 4 banche in risoluzione è ancora silenzio sul rimborso previsto per quei risparmiatori/investitori ingannati nella sottoscrizione di obbligazioni subordinate. La Bce, quindi, ha comprato ancora tempo. Ma come in tutte le partite i supplementari non durano in eterno. Prima o poi l'arbitro Mario Draghi sarà costretto a fischiare la fine dei giochi.