Gran parte d'Europa segue con malcelato disinteresse le agitazioni che nelle ultime settimane hanno sconvolto e paralizzato la Francia. L'unica preoccupazione un poco più diffusa è che la catena ininterrotta di scioperi possa spingersi a interferire con il normale svolgimento degli imminenti campionati europei di calcio. Timore mitigato dalla speranza che la manifestazione sportiva possa avere un effetto calmieratore sugli spiriti più bollenti, come accadde nell'Italia del 1948 con la vittoria di Gino Bartali al Tour de France. Insomma, la visione prevalente è che il conflitto sociale in corso sia una questione interna a quel paese. Esplosa soprattutto a causa di un'iniziativa un po' troppo arrogante e sbrigativa da parte del governo di Parigi nel varare la sua riforma del mercato del lavoro. E che, quindi, tocchi al presidente Hollande e al premier Valls metterci una pezza e trovare una via d'uscita. Un modo di vedere questo che riflette forti dosi di pigrizia intellettuale e di miopia politica.
Innanzi tutto è il caso di sottolineare che un blocco così generalizzato delle attività private e pubbliche non si verificava in Francia da quasi sessant'anni. Per ritrovare precedenti consimili, infatti, occorre risalire al maggio del 1968 quando quel paese attraversò uno dei momenti più critici della sua storia più recente. Con la differenza rilevante che allora una parte magari silenziosa e però corposa della società aveva un punto di riferimento e di contrasto alle proteste nel potere esercitato da un personaggio sì contestato, ma anche dal polso fermissimo quale il generale De Gaulle. Oggi il governo del presidente socialista appare non soltanto indebolito politicamente dall'ampio rifiuto sociale della sua iniziativa riformista ma anche minacciato dal serio rischio che una protesta così generalizzata schiuda nuove praterie di consensi alla già montante onda antieuropea del movimento lepenista. Basterebbe solo questo per cominciare a pensare che quanto sta accadendo in Francia non è un problema che riguarda soltanto quel paese e il suo governo ma l'Europa intera. Rischia, in particolare, di entrare in serie difficoltà un asse portante storico della politica continentale ovvero quell'intesa di fondo fra Parigi e Berlino attorno a cui, dai tempi del duo Giscard-Schmidt, ruota la vita prima della Comunità e ora dell'Unione.
Il punto critico della situazione - che forse lo stesso presidente Hollande fa finta di non vedere - è che l'obiettivo principale delle contestazioni sociali va molto oltre il rifiuto di alcune strette legislative sul mercato del lavoro. Gli scioperi non avrebbero avuto la dimensione e il sostegno che hanno raccolto anche in ceti non toccati direttamente dalla riforma se non si fossero trasformati in una protesta contro la politica economica restrittiva che i paesi europei hanno seguito in questi anni di crisi sotto l'impulso egemone della Germania. Ecco una ragione in più per non guardare alle attuali tensioni francesi come un problema di casa loro. Il punto cruciale è che - sebbene ammorbidita ultimamente da occasionali concessioni di flessibilità di bilancio - la strategia dell'austerità contabile ha ormai fatto i suoi danni nel tessuto sociale di molti paesi. In Francia (come per altro in Italia) il tenore di vita delle classi più deboli ha subito contraccolpi severi, mentre l'ascensore sociale dei cosiddetti ceti medi sta operando in discesa. Il tutto, per giunta, aggravato da una tendenza nella redistribuzione dei redditi che continua ad accentrare maggiori ricchezze in mani sempre meno numerose.
In altre parole, ha un bel cercare il premier Valls di circoscrivere le manifestazioni di piazza a un'opposizione contro questo o quel comma della nuova legge sul lavoro. Le sue recenti aperture emendative in materia arrivano forse troppo tardi, perché ogni giorno di più appare chiaro che le contestazioni investono un modello di politica economica giudicato insostenibile da larghe fasce della popolazione. Ed è su questo che la lezione francese acquista un significato che dovrebbe far riflettere più a fondo l'insieme dei governi europei. Dapprima una crisi finanziaria giunta inaspettata dai più, poi una gestione dei suoi effetti sull'economia reale governata con strumenti e parametri concepiti in fasi di crescita stabile hanno creato situazioni di sofferenza sociale non più curabili con dosi ulteriori di ottuso rigorismo contabile. Attenzione, dunque: il fatto che in nessun altro paese si siano manifestate forme di protesta altrettanto dure di quelle verificatesi nell'esagono francese non è un fattore di rassicurazione. Anche senza riandare a più lontani precedenti illustri, non è la prima volta che i cittadini d'oltralpe aprono la strada a movimenti di contestazione che poi dilagano qua e là nel resto del Vecchio Continente. Piaccia o no, quindi, ciò che sta accadendo in Francia è questione che riguarda l'Europa intera. Farebbe male il governo di Parigi a chiudersi nella sua innata propensione nazionalsovranista per fare tutto da solo. Ma farebbero ancora peggio i governi degli altri paesi nel non riconoscere che la campana stavolta è suonata anche per loro. O si rimette sul serio in discussione la politica economica dell'Unione o saranno guai per tutti.
Innanzi tutto è il caso di sottolineare che un blocco così generalizzato delle attività private e pubbliche non si verificava in Francia da quasi sessant'anni. Per ritrovare precedenti consimili, infatti, occorre risalire al maggio del 1968 quando quel paese attraversò uno dei momenti più critici della sua storia più recente. Con la differenza rilevante che allora una parte magari silenziosa e però corposa della società aveva un punto di riferimento e di contrasto alle proteste nel potere esercitato da un personaggio sì contestato, ma anche dal polso fermissimo quale il generale De Gaulle. Oggi il governo del presidente socialista appare non soltanto indebolito politicamente dall'ampio rifiuto sociale della sua iniziativa riformista ma anche minacciato dal serio rischio che una protesta così generalizzata schiuda nuove praterie di consensi alla già montante onda antieuropea del movimento lepenista. Basterebbe solo questo per cominciare a pensare che quanto sta accadendo in Francia non è un problema che riguarda soltanto quel paese e il suo governo ma l'Europa intera. Rischia, in particolare, di entrare in serie difficoltà un asse portante storico della politica continentale ovvero quell'intesa di fondo fra Parigi e Berlino attorno a cui, dai tempi del duo Giscard-Schmidt, ruota la vita prima della Comunità e ora dell'Unione.
Il punto critico della situazione - che forse lo stesso presidente Hollande fa finta di non vedere - è che l'obiettivo principale delle contestazioni sociali va molto oltre il rifiuto di alcune strette legislative sul mercato del lavoro. Gli scioperi non avrebbero avuto la dimensione e il sostegno che hanno raccolto anche in ceti non toccati direttamente dalla riforma se non si fossero trasformati in una protesta contro la politica economica restrittiva che i paesi europei hanno seguito in questi anni di crisi sotto l'impulso egemone della Germania. Ecco una ragione in più per non guardare alle attuali tensioni francesi come un problema di casa loro. Il punto cruciale è che - sebbene ammorbidita ultimamente da occasionali concessioni di flessibilità di bilancio - la strategia dell'austerità contabile ha ormai fatto i suoi danni nel tessuto sociale di molti paesi. In Francia (come per altro in Italia) il tenore di vita delle classi più deboli ha subito contraccolpi severi, mentre l'ascensore sociale dei cosiddetti ceti medi sta operando in discesa. Il tutto, per giunta, aggravato da una tendenza nella redistribuzione dei redditi che continua ad accentrare maggiori ricchezze in mani sempre meno numerose.
In altre parole, ha un bel cercare il premier Valls di circoscrivere le manifestazioni di piazza a un'opposizione contro questo o quel comma della nuova legge sul lavoro. Le sue recenti aperture emendative in materia arrivano forse troppo tardi, perché ogni giorno di più appare chiaro che le contestazioni investono un modello di politica economica giudicato insostenibile da larghe fasce della popolazione. Ed è su questo che la lezione francese acquista un significato che dovrebbe far riflettere più a fondo l'insieme dei governi europei. Dapprima una crisi finanziaria giunta inaspettata dai più, poi una gestione dei suoi effetti sull'economia reale governata con strumenti e parametri concepiti in fasi di crescita stabile hanno creato situazioni di sofferenza sociale non più curabili con dosi ulteriori di ottuso rigorismo contabile. Attenzione, dunque: il fatto che in nessun altro paese si siano manifestate forme di protesta altrettanto dure di quelle verificatesi nell'esagono francese non è un fattore di rassicurazione. Anche senza riandare a più lontani precedenti illustri, non è la prima volta che i cittadini d'oltralpe aprono la strada a movimenti di contestazione che poi dilagano qua e là nel resto del Vecchio Continente. Piaccia o no, quindi, ciò che sta accadendo in Francia è questione che riguarda l'Europa intera. Farebbe male il governo di Parigi a chiudersi nella sua innata propensione nazionalsovranista per fare tutto da solo. Ma farebbero ancora peggio i governi degli altri paesi nel non riconoscere che la campana stavolta è suonata anche per loro. O si rimette sul serio in discussione la politica economica dell'Unione o saranno guai per tutti.