Il Vallo fatto costruire da Adriano nel II secolo dopo Cristo serviva per difendere i confini dell'impero romano dalle incursioni dei barbari, e per riscuotere tasse e dogane. Il declino di Roma portò alla sua inutilità: non c'era più molto da proteggere in quello che era stato per secoli il centro del potere politico e amministrativo dell'antichità. L'uscita del Regno Unito dalla Ue, deciso con il referendum della scorsa settimana, rappresenta qualcosa di simile. E come allora, è il decadimento della struttura centrale ad aprire le crepe in una linea difensiva fatta di regole e trattati; una crepa aperta col piccone da Berlino e nella quale oggi passano coloro che vogliono la demolizione dell'Unione Europea.
La scelta inglese è stata democratica. I cittadini hanno deciso che i vincoli che li legavano alla Ue erano stretti e troppo salato il conto da pagare per accedere ad un club che in cambio distribuiva pochi vantaggi. E hanno punito Bruxelles. L'Europa però li ha aiutati. La risposta alla crisi economica è stata quella di mantenere inalterata - o addirittura di inasprire - la linea del rigore sul fronte dei conti pubblici, considerando il rispetto dei parametri economici fissati anni addietro come l'unica religione alla quale tributare fede assoluta.
In questa disciplina si è distinta la Germania, senza trovare efficaci antagonisti. Di fronte all'emergenza immigrazione si è opposta al riconoscimento di un maggior deficit per quei paesi che hanno dovuto fronteggiarla. È stata inflessibile sulla crisi greca e sulla possibilità per Atene di ottenere un taglio del suo debito. Ha alzato il cartellino giallo in faccia a quei paesi che chiedevano più flessibilità per agganciare il treno di una difficile ripresa. Sulle banche ha approfittato della legislazione al tempo vigente per sanare con denaro pubblico i buchi dei suoi istituti, salvo poi chiudere ogni opportunità ad altri per il futuro. Con le norme sul bail-in ha ottenuto che azionisti e obbligazionisti concorressero a pagare il conto dei dissesti bancari, senza concedere un periodo di transizione che avrebbe agevolato paesi più fragili. E ora continua a legare la garanzia europea sui depositi all'obbligo per le banche di ridurre la quantità di titoli di Stato detenuti nel patrimonio, operazione che avrebbe pesanti conseguenze per molti istituti.
Questo inflessibile rigore non viene però applicato di fronte alla richiesta Ue di ridurre il surplus commerciale, che rimane alto e penalizzante per gli altri partner europei. Il risultato di questa politica intransigente (per gli altri) è stato quello di alimentare le spinte centrifughe nel Regno Unito, di portare l'opposizione euroscettica di Tsipras al governo in Grecia, di gonfiare movimenti estremisti in Francia, Ungheria, Austria e Polonia, di dare corpo alla protesta di Podemos in Spagna, col risultato che Madrid da un anno è senza governo. Sta nascendo un'Europa a due velocità. Ma chi guida parla solo tedesco.
La scelta inglese è stata democratica. I cittadini hanno deciso che i vincoli che li legavano alla Ue erano stretti e troppo salato il conto da pagare per accedere ad un club che in cambio distribuiva pochi vantaggi. E hanno punito Bruxelles. L'Europa però li ha aiutati. La risposta alla crisi economica è stata quella di mantenere inalterata - o addirittura di inasprire - la linea del rigore sul fronte dei conti pubblici, considerando il rispetto dei parametri economici fissati anni addietro come l'unica religione alla quale tributare fede assoluta.
In questa disciplina si è distinta la Germania, senza trovare efficaci antagonisti. Di fronte all'emergenza immigrazione si è opposta al riconoscimento di un maggior deficit per quei paesi che hanno dovuto fronteggiarla. È stata inflessibile sulla crisi greca e sulla possibilità per Atene di ottenere un taglio del suo debito. Ha alzato il cartellino giallo in faccia a quei paesi che chiedevano più flessibilità per agganciare il treno di una difficile ripresa. Sulle banche ha approfittato della legislazione al tempo vigente per sanare con denaro pubblico i buchi dei suoi istituti, salvo poi chiudere ogni opportunità ad altri per il futuro. Con le norme sul bail-in ha ottenuto che azionisti e obbligazionisti concorressero a pagare il conto dei dissesti bancari, senza concedere un periodo di transizione che avrebbe agevolato paesi più fragili. E ora continua a legare la garanzia europea sui depositi all'obbligo per le banche di ridurre la quantità di titoli di Stato detenuti nel patrimonio, operazione che avrebbe pesanti conseguenze per molti istituti.
Questo inflessibile rigore non viene però applicato di fronte alla richiesta Ue di ridurre il surplus commerciale, che rimane alto e penalizzante per gli altri partner europei. Il risultato di questa politica intransigente (per gli altri) è stato quello di alimentare le spinte centrifughe nel Regno Unito, di portare l'opposizione euroscettica di Tsipras al governo in Grecia, di gonfiare movimenti estremisti in Francia, Ungheria, Austria e Polonia, di dare corpo alla protesta di Podemos in Spagna, col risultato che Madrid da un anno è senza governo. Sta nascendo un'Europa a due velocità. Ma chi guida parla solo tedesco.