Le banche italiane sono uscite sostanzialmente indenni dalla crisi finanziaria mondiale del 2007-08, ma hanno molto sofferto la successiva, lunga fase recessiva che ha attanagliato l'Unione economica e monetaria, anche a seguito delle politiche economiche perseguite in Europa, che hanno rallentato la crescita. La ricerca di risanamento delle finanze pubbliche e quella di ricapitalizzazione delle banche erano auspicabili e necessarie, ma hanno privilegiato strumenti e metodi che si sono rivelati controproducenti. Si è innescato un circolo perverso che ha messo a repentaglio la stessa stabilità finanziaria, ovvero l'obiettivo macroprudenziale che si doveva perseguire in via prioritaria.
L'eccesso di rigore nelle politiche fiscali orientate al contenimento del debito e non alla riduzione sostenibile del rapporto fra debito e prodotto, e d'altro lato il moltiplicarsi delle regole non solo sul capitale per le banche, non accompagnato da strumenti di cartolarizzazione con garanzie dei crediti e focalizzato su un metodo one-size-fits-all , diversamente da quanto fatto dagli Usa, hanno frenato la crescita e sospinto la politica monetaria verso i tassi negativi per evitare la deflazione, con danni collaterali sempre più elevati. Le conseguenze sono rilevanti in Italia, che non aveva avuto l'esigenza di attuare aiuti di Stato per le banche subito dopo la crisi finanziaria: dal 2008 sono fallite quasi 100.000 imprese con la perdita di oltre un milione di posti. I dati sono ancora più drammatici se si tiene conto delle procedure concorsuali non fallimentari e delle liquidazioni volontarie. Non si può non far riferimento a questi dati nell'analisi dell'esplosione di sofferenze, incagli, crediti scaduti e ristrutturati del sistema bancario italiano, passati da 85 a 360 miliardi lordi.
Le banche hanno stentato a riconoscere che la forza intrinseca del modello tradizionale aveva consentito di superare l'impatto immediato della crisi, ma sarebbe stata messa a dura prova dalla lunga recessione e dalla stessa articolazione produttiva del sistema economico. L'accumulo di Npl ha risentito della lentezza dei tempi di recupero nei procedimenti civili, anche se occorre sottolineare l'azione del governo per ridurre questi ritardi, con risultati che cominciano a manifestarsi ancorché misure significative sono state prese solo ad aprile 2016. Il sistema bancario ha mostrato carenze nel vaglio del merito creditizio (nonostante - o perché? - si sia fatto ricorso a modelli meccanici ispirati a Basilea) e episodi di mala gestio corretti con ritardo perché le regole d'ingaggio delle autorità di vigilanza non erano cogenti: ha posto rimedio il Meccanismo unico di vigilanza. Non si può infine, non riconoscere la fragilità del nostro sistema di piccole imprese, per l'intrinseca debolezza patrimoniale mascherata proprio dal ricorso al credito: nell'Euroarea si dovrebbe eliminare il disincentivo fiscale del capitale rispetto al debito.
La crisi richiede correzioni che prevedano azioni coerenti. Non si tratta di richieste di flessibilità e/o di mancato rispetto di buone leggi: occorre riconoscere che talune delle regole sono insoddisfacenti e devono essere rivisitate alla luce dell'obiettivo macroprudenziale di rilancio degli investimenti, di innovazione, di crescita sostenibile. Sugli Npl, Danièle Nouy, capo della Vigilanza, ha riconosciuto che il problema riguarda molti Paesi, come dimostra il gruppo di lavoro ad hoc della Bce. Per evitare una market failure sistemica si deve passare dall'enunciazione di principi ad azioni concrete. L'unanimità di analisi e proposte del Ministro Padoan e del Governatore Visco stenta a tradursi in schemi che abbiano il pieno sostegno delle Autorità di Bruxelles e di Francoforte. Le incertezze dopo annunci ripetuti alimentano preoccupazioni e la stessa speculazione. L'attivazione di forme e veicoli di cartolarizzazione dei crediti, sia in bonis, sia deteriorati, non può non essere al centro di modelli di intervento. Si è accertato che le garanzie pubbliche sono compatibili con le norme in tema di aiuti di Stato, ma gli algoritmi di parametrizzazione del costo di mercato non sono ancora noti. Il nodo sta nel divario tra il prezzo a cui le banche sono disposte a cedere i crediti deteriorati rispetto a quello che gli operatori intendono riconoscere. La divaricazione è risultata evidente nella risoluzione del novembre 2015 di quattro banche (Marche, Etruria, CariFerrara e CariChieti) ed è stata nuovamente sottolineata dalla richiesta della Bce al Montepaschi di interventi di pulizia per 10 miliardi.
Il bid/ask spread per i crediti in sofferenza (200 miliardi) è dell'ordine di 20 punti. Sulla discrasia incidono l'orizzonte temporale (i fondi comprimono i tempi e accentuano market failures e asimmetrie informative) e il tasso di attualizzazione (circa 5% delle banche, quasi 3 volte superiore per diversi hedge funds). Le iniziative prese dall'Italia (Gacs, Atlante) vanno nella direzione di intervenire sulla debolezza patrimoniale delle banche, connessa ai crediti deteriorati, operando su orizzonti temporali non angusti. Non possono ancora dare concreto avvio al processo di cartolarizzazione perché soffrono di incertezze applicative collegate principalmente: alla piena, trasparente approvazione operativa da parte delle autorità di Bruxelles (art.32.4 Direttiva Brrd e normativa aiuti di stato); alle indicazioni precise sulle condizioni poste dal Ssm e sulle politiche di acquisto da parte della Bce; alla più ampia disponibilità di fondi, nel caso di Atlante; al sostegno non solo delle tranche senior, ma soprattutto di quelle junior; ai trasparenti e convincenti meccanismi di garanzie pubbliche (dirette o indirette, ad esempio tramite Cdp e/o Bei). Occorrono azioni immediate. Non si possono accettare critiche aprioristiche all'Italia, che vorrebbe opportunisticamente rivedere a proprio favore e aggirare giuste norme. È l'impianto delle regole che deve essere corretto nella chiave macroprudenziale sopraindicata. L'alternativa a una revisione concordata è l'avvio di nuove, profonde tensioni nell'Uem.
L'eccesso di rigore nelle politiche fiscali orientate al contenimento del debito e non alla riduzione sostenibile del rapporto fra debito e prodotto, e d'altro lato il moltiplicarsi delle regole non solo sul capitale per le banche, non accompagnato da strumenti di cartolarizzazione con garanzie dei crediti e focalizzato su un metodo one-size-fits-all , diversamente da quanto fatto dagli Usa, hanno frenato la crescita e sospinto la politica monetaria verso i tassi negativi per evitare la deflazione, con danni collaterali sempre più elevati. Le conseguenze sono rilevanti in Italia, che non aveva avuto l'esigenza di attuare aiuti di Stato per le banche subito dopo la crisi finanziaria: dal 2008 sono fallite quasi 100.000 imprese con la perdita di oltre un milione di posti. I dati sono ancora più drammatici se si tiene conto delle procedure concorsuali non fallimentari e delle liquidazioni volontarie. Non si può non far riferimento a questi dati nell'analisi dell'esplosione di sofferenze, incagli, crediti scaduti e ristrutturati del sistema bancario italiano, passati da 85 a 360 miliardi lordi.
Le banche hanno stentato a riconoscere che la forza intrinseca del modello tradizionale aveva consentito di superare l'impatto immediato della crisi, ma sarebbe stata messa a dura prova dalla lunga recessione e dalla stessa articolazione produttiva del sistema economico. L'accumulo di Npl ha risentito della lentezza dei tempi di recupero nei procedimenti civili, anche se occorre sottolineare l'azione del governo per ridurre questi ritardi, con risultati che cominciano a manifestarsi ancorché misure significative sono state prese solo ad aprile 2016. Il sistema bancario ha mostrato carenze nel vaglio del merito creditizio (nonostante - o perché? - si sia fatto ricorso a modelli meccanici ispirati a Basilea) e episodi di mala gestio corretti con ritardo perché le regole d'ingaggio delle autorità di vigilanza non erano cogenti: ha posto rimedio il Meccanismo unico di vigilanza. Non si può infine, non riconoscere la fragilità del nostro sistema di piccole imprese, per l'intrinseca debolezza patrimoniale mascherata proprio dal ricorso al credito: nell'Euroarea si dovrebbe eliminare il disincentivo fiscale del capitale rispetto al debito.
La crisi richiede correzioni che prevedano azioni coerenti. Non si tratta di richieste di flessibilità e/o di mancato rispetto di buone leggi: occorre riconoscere che talune delle regole sono insoddisfacenti e devono essere rivisitate alla luce dell'obiettivo macroprudenziale di rilancio degli investimenti, di innovazione, di crescita sostenibile. Sugli Npl, Danièle Nouy, capo della Vigilanza, ha riconosciuto che il problema riguarda molti Paesi, come dimostra il gruppo di lavoro ad hoc della Bce. Per evitare una market failure sistemica si deve passare dall'enunciazione di principi ad azioni concrete. L'unanimità di analisi e proposte del Ministro Padoan e del Governatore Visco stenta a tradursi in schemi che abbiano il pieno sostegno delle Autorità di Bruxelles e di Francoforte. Le incertezze dopo annunci ripetuti alimentano preoccupazioni e la stessa speculazione. L'attivazione di forme e veicoli di cartolarizzazione dei crediti, sia in bonis, sia deteriorati, non può non essere al centro di modelli di intervento. Si è accertato che le garanzie pubbliche sono compatibili con le norme in tema di aiuti di Stato, ma gli algoritmi di parametrizzazione del costo di mercato non sono ancora noti. Il nodo sta nel divario tra il prezzo a cui le banche sono disposte a cedere i crediti deteriorati rispetto a quello che gli operatori intendono riconoscere. La divaricazione è risultata evidente nella risoluzione del novembre 2015 di quattro banche (Marche, Etruria, CariFerrara e CariChieti) ed è stata nuovamente sottolineata dalla richiesta della Bce al Montepaschi di interventi di pulizia per 10 miliardi.
Il bid/ask spread per i crediti in sofferenza (200 miliardi) è dell'ordine di 20 punti. Sulla discrasia incidono l'orizzonte temporale (i fondi comprimono i tempi e accentuano market failures e asimmetrie informative) e il tasso di attualizzazione (circa 5% delle banche, quasi 3 volte superiore per diversi hedge funds). Le iniziative prese dall'Italia (Gacs, Atlante) vanno nella direzione di intervenire sulla debolezza patrimoniale delle banche, connessa ai crediti deteriorati, operando su orizzonti temporali non angusti. Non possono ancora dare concreto avvio al processo di cartolarizzazione perché soffrono di incertezze applicative collegate principalmente: alla piena, trasparente approvazione operativa da parte delle autorità di Bruxelles (art.32.4 Direttiva Brrd e normativa aiuti di stato); alle indicazioni precise sulle condizioni poste dal Ssm e sulle politiche di acquisto da parte della Bce; alla più ampia disponibilità di fondi, nel caso di Atlante; al sostegno non solo delle tranche senior, ma soprattutto di quelle junior; ai trasparenti e convincenti meccanismi di garanzie pubbliche (dirette o indirette, ad esempio tramite Cdp e/o Bei). Occorrono azioni immediate. Non si possono accettare critiche aprioristiche all'Italia, che vorrebbe opportunisticamente rivedere a proprio favore e aggirare giuste norme. È l'impianto delle regole che deve essere corretto nella chiave macroprudenziale sopraindicata. L'alternativa a una revisione concordata è l'avvio di nuove, profonde tensioni nell'Uem.