In tempi di bail-in e tassi negativi abbondano in Europa le dissertazioni su ciò che distingue il risparmiatore, soggetto da tutelare a qualunque costo, e l'investitore, i cui diritti possono essere invece abbandonati al principio celtico del vae victis . Dissertazioni sicuramente interessanti da un punto di vista linguistico o giuridico, ma di valore nullo per chi nella vita di tutti i giorni risparmia e con i propri risparmi deve risolvere un problema di pianificazione finanziaria e, quindi, investire. Nella dimensione reale non esistono sdoppiamenti di personalità. Risparmiare e investire sono due momenti della stessa azione. Un'azione complessa. Che si vogliano fronteggiare spese impreviste o pianificare un lascito per i propri nipoti, la ricerca della soluzione ottimale presuppone la conoscenza delle caratteristiche di rischio e di rendimento degli strumenti a disposizione. Possiamo cullarci nell'illusione che un tempo la risposta fosse più semplice di quanto non lo sia oggi. Che sia esistita una sorta di Arcadia del risparmio, popolata di strumenti finanziari che offrivano un buon rendimento a rischio nullo o quasi. Come il buono postale dell'Italia del boom economico. O il conto corrente, la cui apparente solidità ci ha accompagnato dalle nazionalizzazioni degli anni '30 fino allo scorso novembre, quando la risoluzione delle quattro banche ha catapultato i risparmiatori italiani nell'era del bail-in. Ma, in realtà, l'Arcadia del risparmio è poco più di un topos letterario. Il cassetto dei ricordi dei baby-boomer è pieno di buoni postali da 1.000 lire, regalati dai nonni in occasione dei primi sacramenti e trasformati dall'inflazione degli anni '70 in pezzi di carta di valore più o meno pari a quello del bigliettino di auguri che li accompagnava. Stesso destino per i libretti di risparmio, azzerati nel loro potere d'acquisto come se fossero state obbligazioni subordinate di una bad bank. E non pensiamo che negli anni della Milano da Bere le cose fossero molto diverse. La fiducia nella solvibilità dello Stato italiano era così bassa che bisognò aspettare il 1991 per vedere l'emissione del primo BTP con scadenza pari a 10 anni. La cedola annuale era un ben poco rassicurante 12,5%. D'altro canto, se non avessimo centrato otto anni dopo l'ingresso nell'euro, la storia non sarebbe stata a lieto fine nemmeno per quei primi Btp a lungo termine. Se la teoria finanziaria ha dimostrato che il rendimento che si ottiene è correlato ai rischi che si corrono, la pratica ha aggiunto un corolloario: senza conoscenza, il rischio diventa azzardo. La delega che sempre di più gli italiani esercitano, affidando il proprio patrimonio alle banche, non esime da uno sforzo minimo di conoscenza finanziaria. Spesso i risparmiatori, che pure non investirebbero mai in un immobile senza aver prima trattato sul prezzo ed averne esaminato la congruità, non sanno nemmeno quali sono i costi applicati sui fondi o sulle polizze che hanno in portafoglio o dove andarli a cercare nei prospetti informativi. Nel breve, questo può andare a vantaggio dei profitti dell'industria del risparmio gestito, ma alla lunga ne mina la sostenibilità. Quando i tassi d'interesse sui titoli di Stato erano al 5%, poteva avere un senso caricare commissione di gestione pari all'1% sui fondi obbligazionari. Ma, se i tassi sono poco sopra lo zero, i livelli commissionali correnti distruggono progressivamente il capitale dei risparmiatori. Durante la fase di discesa dei tassi, come accaduto dal 2012 fino a tutto il 2015, le plusvalenze generate in conto capitale possono mascherare la realtà. Ma, una volta che i tassi si sono stabilizzati su livelli nulli o quasi, la maschera inizia a cadere. D'altro canto, se si investe nelle azioni delle principali multinazionali o nei titoli di Stato, i fondi gestiti da computer battono regolarmente i fondi tradizionali e costano molto, molto meno. È solo questione di tempo prima che i risparmiatori se ne accorgano. Non a caso, in Borsa le quotazioni degli asset manager tradizionali, non solo in Italia, riflettono prospettive future tutt'altro che rosee, nonostante si venga da anni di crescita eccezionale delle masse in gestione e delle relative commissioni. Se c'è comunque una cosa positiva nella politica dei tassi negativi, è che si mette in evidenza che in economia non è stato ancora inventato il modo di fare soldi senza fatica e senza prendersi rischi. Per fare rendere il risparmio bisogna infatti allontanarsi dalla finanza e investire nell'economia reale, dove pazienza, ricerca ed esperienza sono fattori fondamentali di successo. Purtroppo, la regolamentazione attuale scoraggia l'investimento nell'economia reale, imponendo vincoli di esposizione massima e impegni di capitale estremamente penalizzanti, mentre i titoli di Stato continuano a godere di un regime, anche fiscale, di privilegio. Non si tiene, ad esempio, in considerazione la capacità "soggettiva" di dominare, attraverso la ricerca e la struttura organizzativa, i rischi. Eppure, in assenza di una svolta nella regolamentazione degli investitori di lungo periodo, ad esempio fondi pensione e compagnie assicurative, è impossibile pensare che il mercato dei capitali possa sopperire alla ritirata globale delle banche nel fornire finanziamenti alle piccole e medie imprese. E questo può avere conseguenze catastrofiche per le economie, come quella italiana, il cui tessuto produttivo è costituito di piccole e piccolissime imprese. </p>