Economia

Opec-Mosca, l'accordo che scricchiola

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Si va davvero verso un rialzo sostenibile dei prezzi del petrolio? Molti ne sono convinti, io meno. A sostenere la convinzione dei più ci sono diversi fatti e suggestioni. A fine settembre, l'Opec ha dichiarato di aver trovato un accordo di principio per congelare la sua produzione di greggio, rimandando la formalizzazione e i dettagli dell'accordo, e quindi il congelamento effettivo, a un meeting già fissato a fine novembre. Passate due settimane, Vladimir Putin ha dichiarato che la Russia è pronta a associarsi al congelamento dell'Opec e perfino a considerare tagli produttivi, prospettiva che ha subito messo le ali al prezzo dell'oro nero. Nel frattempo - sostengono molti esperti - il mercato si sta faticosamente ribilanciando: l'eccesso di offerta che lo aveva caratterizzato dal 2014 in poi tende a riassorbirsi a causa del taglio di nuovi investimenti, mentre la domanda continua a crescere. Tutto può essere. Ma sono almeno due anni che la retorica del "siamo a una svolta" viene ripetuta per poi rivelarsi inconsistente.

E anche adesso le ragioni per nutrire molti dubbi prevalgono su quelle ottimistiche di produttori, compagnie petrolifere ed esperti, sovente improvvisati. Come al solito, il diavolo sta nei dettagli e nei numeri nudi e crudi che rivelano una realtà diversa da quella prospettata dai modelli econometrici, troppo spesso incapaci di catturarne l'effettivo dispiegamento. Anzitutto, nel caso si materializzasse, l'accordo Opec congelerà la produzione dei grandi esportatori di greggio a un livello molto alto, tra i 32,5 e i 33 milioni di barili al giorno, contro una produzione record di 33,7 milioni in agosto. Uno sforzo modesto, incapace di rispondere alle reali esigenze di mercato. Si dovrà vedere, poi, se i paesi dell'Opec rispetteranno l'accordo, nel caso di effettiva approvazione. Una delle maggiori debolezze storiche dell'organizzazione, infatti, è stata quella di non essere capace di far rispettare alcuna disciplina ai Paesi membri.

In secondo luogo, il sostegno di Putin a un'azione coordinata per la riduzione dell'offerta mondiale di greggio è giunto pochi giorni dopo che la Russia ha battuto per l'ennesima volta il record di produzione dell'era post-sovietica, superando 11,1 milioni di barili. Non a caso, due giorni dopo le parole di Putin, sono arrivate quelle del ministro dell'energia russo a precisare che Mosca è pronta a accettare solo un congelamento della produzione ai livelli massimi già raggiunti, ma nessun taglio. Come farlo, poi, è un altro problema. A differenza dell'Opec, il governo russo non ha il controllo diretto sui tanti produttori, molti dei quali privati, che estraggono greggio nel paese. Certo, può agire con una forte moral suasion , o introducendo un sistema fiscale che penalizzi produzioni ed esportazioni di petrolio. Quest'ultima opzione, tuttavia, potrebbe avere conseguenze pericolose di lungo periodo, perché senza investimenti e impiego di tecnologie avanzate la produzione russa di petrolio rischia un notevole crollo. Intanto, il maggior produttore russo di petrolio, la Rosfnet (oltre il 40% della produzione del Paese) ha respinto ogni ipotesi di congelamento, annunciando l'obiettivo di aumentare ancora la propria produzione nel 2017.

Certo, all'inizio l'effetto psicologico anche di un accordo insostenibile tra Opec e Russia potrebbe far infiammare il prezzo del greggio. Ma dietro l'angolo sono già in azione potenti antinfiammatori. Se il prezzo crescesse puntando verso i 60 dollari a barile, la produzione Usa di shale oil tornerebbe a crescere in tempi rapidi, viste le caratteristiche geologiche e tecniche dei giacimenti shale. Fino a oggi, l'offerta di greggio statunitense è stata l'unica a soffrire la drastica riduzione dei prezzi, anche se non tanto quanto i soliti esperti si aspettavano. Tutti gli altri grandi produttori mondiali hanno registrato record produttivi, perfino quando i loro costi di produzione risultano particolarmente alti (è il caso del Canada, della Norvegia, del Brasile). Come per la Russia o per molti paesi Opec a partire da Iraq e Iran, quei record sono frutto di investimenti avviati nell'era d'oro del petrolio sopra i 100 dollari, investimenti che in molti casi devono ancora essere completati prima di generare nuove produzioni, e quindi nuove pressioni al ribasso sui prezzi.

Gli altri "antinfiammatori" arrivano dalla dinamica della domanda mondiale di petrolio. Anzitutto, con l'arrivo dell'inverno, la domanda di greggio scenderà sensibilmente per il calo dei consumi nel settore dei trasporti, quello che assorbe la maggior parte di oro nero. In secondo luogo, l'unica crescita sostanziale della domanda mondiale si registra in Asia, soprattutto in India e Cina; ma i due paesi da soli non bastano più da soli a spingere con forza l'aumento dei consumi, frustrati dalle difficoltà economiche di molti altri paesi. Infine, se la banca centrale statunitense dovesse rialzare i tassi d'interesse verso fine anno il dollaro tenderebbe a rafforzarsi, aumentando le entrate dei paesi produttori di greggio e attenuando la loro ricerca di un prezzo più alto del barile. Naturalmente posso sbagliarmi, ma date le condizioni che ho cercato di sintetizzare l'eventuale accordo Opec-Russia sul congelamento della produzione di petrolio mi sembra inutile. Ci potrà essere qualche giorno o settimana di rialzi dei prezzi, ma tutte le nuvole che si addensano all'orizzonte indicano come molto probabile un nuovo crollo dei prezzi tra gennaio e febbraio. A meno che una grande crisi geopolitica che coinvolga uno o più paesi produttori non "salvi" gli altri da un destino che, come nelle tragedie greche, appare in gran parte già scritto. Leonardo_Maugeri@hks.harvard.edu