L'equilibrio apparente di dollaro ed euro
Marcello Esposito, di MARCELLO ESPOSITO
Iniziato l'anno sotto i peggiori auspici, con il timore di un forte rallentamento dell'economia globale e il tracollo del prezzo del petrolio, i mercati finanziari nel 2016 hanno dovuto subire l'impatto di eventi come la Brexit, nel bel mezzo di una crisi di fiducia nel sistema bancario. In questo marasma il cambio euro-dollaro, perno del sistema valutario internazionale, é rimasto sostanzialmente stabile. E' stato raggiunto un equilibrio destinato a durare nel tempo? Alla luce dei movimenti in corso nei rapporti di cambio tra altre importanti valute, il sospetto è che si tratti in realtà dell'esito fortuito e temporaneo dello scontro di forze contrapposte.
Escludendo la dinamica della sterlina inglese, poco significativa ai nostri fini, le ultime settimane hanno visto una accelerazione nella progressiva svalutazione della valuta cinese, il renminbi. Un processo iniziato nel 2014 e che ha riportato il cambio con il dollaro ai livelli del 2010,…
Escludendo la dinamica della sterlina inglese, poco significativa ai nostri fini, le ultime settimane hanno visto una accelerazione nella progressiva svalutazione della valuta cinese, il renminbi. Un processo iniziato nel 2014 e che ha riportato il cambio con il dollaro ai livelli del 2010,…
Iniziato l'anno sotto i peggiori auspici, con il timore di un forte rallentamento dell'economia globale e il tracollo del prezzo del petrolio, i mercati finanziari nel 2016 hanno dovuto subire l'impatto di eventi come la Brexit, nel bel mezzo di una crisi di fiducia nel sistema bancario. In questo marasma il cambio euro-dollaro, perno del sistema valutario internazionale, é rimasto sostanzialmente stabile. E' stato raggiunto un equilibrio destinato a durare nel tempo? Alla luce dei movimenti in corso nei rapporti di cambio tra altre importanti valute, il sospetto è che si tratti in realtà dell'esito fortuito e temporaneo dello scontro di forze contrapposte.
Escludendo la dinamica della sterlina inglese, poco significativa ai nostri fini, le ultime settimane hanno visto una accelerazione nella progressiva svalutazione della valuta cinese, il renminbi. Un processo iniziato nel 2014 e che ha riportato il cambio con il dollaro ai livelli del 2010, azzerando l'apprezzamento intercorso nel periodo 2010-2013. La Cina continua ad avere un formidabile avanzo commerciale, ma evidentemente non sono infondati i timori sulla pericolosità della bolla creditizia che ha sostenuto l'ultima gamba del miracolo economico cinese. Rispetto al picco raggiunto a fine 2013, la perdita del 20% delle riserve ufficiali e la svalutazione del 12% del renmimbi ne sono la conseguenza tangibile.
A partire da metà 2015 e per tutto il 2016, mentre il Renminbi si svalutava, l'altra grande valuta asiatica, lo Yen giapponese, seguiva il percorso inverso: rispetto al livello di 120 contro dollaro, raggiunto a cavallo del 2014-2015 sulla prima spinta del Qe giapponese, lo Yen si è riportato verso quota 100. Alzando lo sguardo dalla dinamica delle singole valute e osservandole in relazione tra di esse, si intravvede il percorso che stanno seguendo le tre super-potenze economiche che si affacciano sull'Oceano Pacifico. Mentre lo Yen si riposizione nella fascia centrale della banda di oscillazione con il dollaro in cui appare confinato dalla prima parte degli anni '90, al Renminbi viene consentito di recuperare un livello di competitività relativa simile a quello immediatamente precedente lo scoppio della crisi del 2008.
E' un po' come se alla Cina fosse riconosciuto il merito dello sforzo fatto all'indomani della crisi finanziaria del 2008-2009 per salvare l'economia mondiale e le venisse consentito di rifiatare, rendendo più "morbida" la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile. Il fatto che il Pacifico si stia avvicinando ad un nuovo equilibrio, più adatto al ritorno degli Stati Uniti ad una situazione di quasi normalità nelle variabili monetarie, si può dedurre anche dall'andamento delle valute emergenti dell'area. Se guardiamo al Real brasiliano, dopo un periodo di volatilità estrema, osserviamo un apprezzamento del 25% rispetto ai minimi di inizio anno. L'impeachment della Presidente Dilma Rousseff e le Olimpiadi possono sicuramente aver giocato un ruolo. Ma non è un caso che l'apprezzamento della valuta sia cominciato quando si sono diradati i timori di una pesante recessione dell'economia cinese.
Di più difficile interpretazione la natura dell'equilibrio Atlantico e la calma apparente nei rapporti di cambio tra le due principali aree valutarie, il dollaro e l'euro. L'area dell'euro gode di un avanzo commerciale crescente, che è senz'altro il risultato di politiche di austerità fiscale e di una bolletta energetica resa più leggera dal tracollo del prezzo del petrolio. Tuttavia, basta guardare la bilancia dei pagamenti della Germania per rendersi conto che l'euro è troppo debole. Un riequilibrio è necessario e deve passare attraverso sia un rafforzamento dell'euro sia una politica di forte rilancio della domanda interna in Germania. Tra l'altro, quest'ultima sarebbe utile anche per sanare gli squilibri macroeconomici all'interno dell'area euro, fedelmente riflessi nel sistema interbancario dei pagamenti, Target2, dove le posizioni nette dei singoli paesi possono essere a grandi linee interpretate come le variazioni delle riserve ufficiali in un sistema di cambi fissi. Ebbene, per concentrarsi sui due poli estremi dell'area euro e avendo come riferimento i picchi registrati durante la crisi dello spread, la posizione debitoria netta dell'Italia li ha superati nel corso dell'estate, mentre la posizione creditoria netta della Germania è lì lì per farlo.
La politica della BCE non dovrebbe rappresentare un ostacolo al riequilibrio del rapporto di cambio. La Fed è più avanti rispetto alla BCE nel ciclo della politica monetaria, ma parlare per il futuro di una divergenza tra le due banche centrali è eccessivo. La Fed alzerà i tassi d'interesse, probabilmente entro fine anno. Questo non accadrà in Europa, né nel 2016 né nel 2017. Tuttavia, la prossima mossa della BCE sarà con ogni probabilità il graduale spegnimento del QE, non un'ulteriore espansione monetaria. D'altro canto, l'Europa non è un paese emergente che deve essere aiutato dalla comunità internazionale, sottraendo crescita al Resto del Mondo attraverso un cambio ampiamente sottovalutato.
Escludendo la dinamica della sterlina inglese, poco significativa ai nostri fini, le ultime settimane hanno visto una accelerazione nella progressiva svalutazione della valuta cinese, il renminbi. Un processo iniziato nel 2014 e che ha riportato il cambio con il dollaro ai livelli del 2010, azzerando l'apprezzamento intercorso nel periodo 2010-2013. La Cina continua ad avere un formidabile avanzo commerciale, ma evidentemente non sono infondati i timori sulla pericolosità della bolla creditizia che ha sostenuto l'ultima gamba del miracolo economico cinese. Rispetto al picco raggiunto a fine 2013, la perdita del 20% delle riserve ufficiali e la svalutazione del 12% del renmimbi ne sono la conseguenza tangibile.
A partire da metà 2015 e per tutto il 2016, mentre il Renminbi si svalutava, l'altra grande valuta asiatica, lo Yen giapponese, seguiva il percorso inverso: rispetto al livello di 120 contro dollaro, raggiunto a cavallo del 2014-2015 sulla prima spinta del Qe giapponese, lo Yen si è riportato verso quota 100. Alzando lo sguardo dalla dinamica delle singole valute e osservandole in relazione tra di esse, si intravvede il percorso che stanno seguendo le tre super-potenze economiche che si affacciano sull'Oceano Pacifico. Mentre lo Yen si riposizione nella fascia centrale della banda di oscillazione con il dollaro in cui appare confinato dalla prima parte degli anni '90, al Renminbi viene consentito di recuperare un livello di competitività relativa simile a quello immediatamente precedente lo scoppio della crisi del 2008.
E' un po' come se alla Cina fosse riconosciuto il merito dello sforzo fatto all'indomani della crisi finanziaria del 2008-2009 per salvare l'economia mondiale e le venisse consentito di rifiatare, rendendo più "morbida" la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile. Il fatto che il Pacifico si stia avvicinando ad un nuovo equilibrio, più adatto al ritorno degli Stati Uniti ad una situazione di quasi normalità nelle variabili monetarie, si può dedurre anche dall'andamento delle valute emergenti dell'area. Se guardiamo al Real brasiliano, dopo un periodo di volatilità estrema, osserviamo un apprezzamento del 25% rispetto ai minimi di inizio anno. L'impeachment della Presidente Dilma Rousseff e le Olimpiadi possono sicuramente aver giocato un ruolo. Ma non è un caso che l'apprezzamento della valuta sia cominciato quando si sono diradati i timori di una pesante recessione dell'economia cinese.
Di più difficile interpretazione la natura dell'equilibrio Atlantico e la calma apparente nei rapporti di cambio tra le due principali aree valutarie, il dollaro e l'euro. L'area dell'euro gode di un avanzo commerciale crescente, che è senz'altro il risultato di politiche di austerità fiscale e di una bolletta energetica resa più leggera dal tracollo del prezzo del petrolio. Tuttavia, basta guardare la bilancia dei pagamenti della Germania per rendersi conto che l'euro è troppo debole. Un riequilibrio è necessario e deve passare attraverso sia un rafforzamento dell'euro sia una politica di forte rilancio della domanda interna in Germania. Tra l'altro, quest'ultima sarebbe utile anche per sanare gli squilibri macroeconomici all'interno dell'area euro, fedelmente riflessi nel sistema interbancario dei pagamenti, Target2, dove le posizioni nette dei singoli paesi possono essere a grandi linee interpretate come le variazioni delle riserve ufficiali in un sistema di cambi fissi. Ebbene, per concentrarsi sui due poli estremi dell'area euro e avendo come riferimento i picchi registrati durante la crisi dello spread, la posizione debitoria netta dell'Italia li ha superati nel corso dell'estate, mentre la posizione creditoria netta della Germania è lì lì per farlo.
La politica della BCE non dovrebbe rappresentare un ostacolo al riequilibrio del rapporto di cambio. La Fed è più avanti rispetto alla BCE nel ciclo della politica monetaria, ma parlare per il futuro di una divergenza tra le due banche centrali è eccessivo. La Fed alzerà i tassi d'interesse, probabilmente entro fine anno. Questo non accadrà in Europa, né nel 2016 né nel 2017. Tuttavia, la prossima mossa della BCE sarà con ogni probabilità il graduale spegnimento del QE, non un'ulteriore espansione monetaria. D'altro canto, l'Europa non è un paese emergente che deve essere aiutato dalla comunità internazionale, sottraendo crescita al Resto del Mondo attraverso un cambio ampiamente sottovalutato.