Economia

L'effetto Trump sulla ripresa italiana

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Ha vinto Trump? It’s the economy, stupid! O no? In realtà, l’economia americana da metà del 2009 è cresciuta del 16,3 per cento, i consumi di quasi il 17 e sono stati creati 14 milioni di posti di lavoro, riducendo la disoccupazione dal 10 al 4,9 per cento. Tanti risultati positivi, ma tanta insoddisfazione sotto la superficie macroeconomica. Un’insoddisfazione dovuta probabilmente al fatto che i benefici della ripresa non sono stati incassati da chi ha pagato i costi della recessione 2007-2009. Il maggior numero di voti a favore di Trump sembrano essersi, infatti, concentrati nelle aree più colpite non solo dalla recessione, ma anche dalla deindustrializzazione; aree con le maggiori disuguaglianze di reddito.

E in Italia? Certamente il nostro paese non ha avuto le performance americane. Innanzitutto, per le ragioni note, ha sperimentato due recessioni e non una: nel 2008-09 e nel 2011-12. Ora sappiamo dalla revisione definitiva dei dati di contabilità nazionale che la ripresa, come originariamente previsto, è partita nel secondo trimestre del 2013 e un segno positivo sia pure piccolo compare già nella media del 2014. Complessivamente dall’inizio della ripresa il Pil è cresciuto dell’1,6 per cento e, a differenza di quanto successo in tutte le riprese dal dopoguerra in poi, quando l’occupazione all’inizio della fase di ripresa si riduceva, questa volta l’occupazione non solo è cresciuta ma è cresciuta in misura leggermente maggiore del Pil, dell’1,7 per cento. Inoltre, c’è un fenomeno che fa tabula rasa di tante discussioni condotte a caldo e senza nessun dato a disposizione: nei tredici trimestri di lenta ripresa i consumi delle famiglie sono cresciuti del 2,9 per cento a fronte dell’1,6 del Pil. Ma c’è di più, le analisi condotte dall’Istat sui dati definitivi di contabilità mostrano che nell’ultimo biennio 2014-’15 la produttività totale dei fattori, vale a dire la quantità aggiuntiva di prodotto che non è spiegata dall’incremento delle quantità impiegate di lavoro e capitale, ha ripreso a crescere allo 0,7/0,8 per cento annuo. Un dato molto incoraggiante se confrontato con una crescita media annua nel ventennio 1995-2015 sostanzialmente nulla.

Ciò sta a indicare che se le aspettative di stabilità politico-economica potessero consolidarsi per il futuro e innescare su basi più solide la crescita, vi sono potenzialità di ripresa anche della produttività e non solamente dell’occupazione. Non dobbiamo, però, dimenticare l’insegnamento degli Usa, ovvero le parti del nostro paese affaticate sia dalla recessione che dalle trasformazioni strutturali che vengono da più lontano e che la recessione ha fatto emergere. Il Mezzogiorno è l’area che evidenzia la maggiore difficoltà a recuperare gli effetti della crisi: nel 2015 il Pil è ancora del 12% inferiore al livello raggiunto nel 2007 mentre le altre aree sono ancora sotto del 7-8%, e l’occupazione è sotto del 9% a fronte del 4-6% delle altre aree. La crisi attuale ha avuto effetti territoriali insoliti rispetto a quelle precedenti in quanto in genere erano colpite di più le regioni settentrionali più esposte alle oscillazioni di esportazioni ed investimenti, mentre il Mezzogiorno era meno penalizzato dalle fasi recessive in quanto meno aperto alla domanda mondiale e maggiormente dipendente dai flussi della spesa pubblica.

Questa volta, l’effetto di protezione della spesa pubblica, che era comunque in progressiva attenuazione dalla metà degli anni ’90, sembra essersi ulteriormente indebolito e, ovviamente, la crisi della domanda interna non poteva trovare compensazione dal lato delle esportazioni. Tutto ciò potrebbe costituire un potenziale di instabilità politica aggiuntivo a quella endemica nel nostro paese, instabilità che potrebbe avere effetti elettorali non trascurabili. Nonostante questi rischi, dobbiamo tenere conto delle possibili ricadute della nuova presidenza americana, ricadute non tutte negative. Nell’immediato, i mercati stanno valutando e prezzando quelle parti del possibile programma di Trump che potrebbero alimentare un futuro maggiore disavanzo pubblico sia per maggiori spese che per minori entrate, considerando che queste misure potrebbero stimolare l’attività economica. Nel medio periodo ciò dovrebbe indurre a un incremento dei tassi di interesse americani più rapido di quanto sinora atteso e di conseguenza un apprezzamento del dollaro. Le parti del programma relative all’immigrazione e al protezionismo, con i loro effetti negativi sulla crescita, sono probabilmente valutate di più lenta e complessa attuazione (Brexit docet). Se così fosse, se la Bce resistesse alla pressione tedesca che la sollecita a cominciare rapidamente la riduzione degli acquisti di titoli obbligazionari sul mercato secondario e se l’esito del nostro referendum non fosse particolarmente destabilizzante dal punto di vista politico, la nostra economia potrebbe riprendere a consolidare la ripresa e riuscire tra il 2017 e il 2018 a superare nuovamente dopo sette/ otto anni l’1 per cento di crescita del Pil. L’assetto espansivo della nostra politica fiscale potrebbe entrare in sinergia con l’espansione americana e, con l’aiuto di un’inflazione più elevata, compensare gli effetti negativi del maggiore disavanzo e dei maggiori interessi sul debito pubblico. Diversamente quell’1,2 o 1,5 teoricamente possibile sarà riportato per l’ennesima volta allo zero virgola.