Economia

Energia, i nodi da sciogliere per Trump

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Non c'è dubbio che produttori di carbone, petrolio e gas abbiano trovato in Donald Trump l'uomo della provvidenza. Trump è un convinto sostenitore della produzione intensiva delle fonti fossili, non crede al cambiamento climatico, è scettico sulle energie rinnovabili. Le sue scelte in materia, pertanto, sembrano segnate. Eppure non sarà semplice per lui prendere decisioni a senso unico. Partiamo dal carbone, la più inquinante delle fonti fossili. Gli Stati Uniti ne detengono le riserve più vaste al mondo e ne sono il più grande produttore. Fino a due anni fa, il carbone generava quasi il 50% dell'elettricità statunitense, poi la percentuale è crollata a poco più del 30%, non tanto per motivi ambientali, quanto per la competizione dello shale gas a basso costo garantito dalla rivoluzione shale. La crescita esponenziale della produzione di shale gas ne ha fatto crollare il prezzo. Se Trump vorrà spingere su queste due fonti finirà per metterle una contro l'altra, con danno per entrambe.

D'altra parte, se favorisse troppo le esportazioni per offrire uno sfogo ai produttori, indurrebbe una crescita dei prezzi interni che danneggerebbe l'industria e i cittadini. Problemi anche per il petrolio. Trump non vede limiti al fracking, la tecnica di estrazione dello shale. Tutto lascia pensare che cercherà di aiutarlo con accorgimenti fiscali e eliminazione di vincoli ambientali, puntando a un ritorno alla crescita della produzione americana. Ma sarà una corsa a ostacoli. Il boom della produzione statunitense di greggio fino al 2015 è stato il fattore principale nel crollo globale del prezzo. Rispetto a una domanda che cresce poco rispetto a una produzione che continua a superarla, i produttori di qualunque paese soffrono e attendono speranzosi che l'Opec risolva il problema, congelando la sua produzione entro dicembre.

Ma l'Opec ha spinto sull'acceleratore, i suoi membri principali producono petrolio a livelli record e alcuni di essi non vogliono saperne di congelare le estrazioni. Il principale motivo è di non fare regali a paesi che hanno costi di produzione più alti, e solo grazie a tagli dell'Opec potrebbero continuare a produrre senza rimetterci. E chi è il principale di questi paesi? Gli Stati Uniti. Congelando la sua produzione, l'Opec potrebbe far risalire i prezzi del greggio, consentendo agli Usa di produrre di più. Tutto ciò è un elemento ulteriore a favore della prospettiva di un possibile crollo dei prezzi tra dicembre e febbraio del 2017, alimentato da sovrapproduzione e inazione dell'Opec. Un bel rompicapo per Trump, perché molte società americane che producono petrolio da shale non sopravviverebbero a prezzi troppo bassi. Le difficoltà non cambiano se guardiamo alle fonti rinnovabili, soprattutto biocarburanti ed energia solare. Gli Stati Uniti producono quasi il 60% dell'etanolo mondiale - di gran lunga il più diffuso biocarburante, registrando la continuazione di un boom che non sarebbe stato possibile senza i sussidi garantiti da amministrazioni repubblicane e democratiche agli agricoltori del paese. Sussidi legati non tanto ad aneliti ambientalisti, ma a crudi motivi economici: senza la produzione di biocarburanti, gran parte degli agricoltori americani sarebbe fallita dati i prezzi in caduta delle sue produzioni tradizionali, a partire dal mais. E chi sono gli agricoltori statunitensi? L'America della Corn Belt - l'area del mais di cui gli Usa sono i più grandi produttori mondiali - comprende gli stati del midwest come (in ordine di produzione di etanolo) Iowa, Nebraska, Illinois, Minnesota, South Dakota, Indiana, Michigan, Kansas e Missouri. A questi si aggiunge l'Ohio. Con le sole eccezioni di Illinois e Minnesota, tutti stati che hanno votato in massa per Trump. Sarà difficile per il presidente voltare le spalle a questa America tradizionalista e rurale che tira avanti grazie all'opportunità offerta dalla produzione di biocarburanti.

Quanto all'energia solare, e in particolare a quella fotovoltaica, gli Stati Uniti hanno conquistato negli ultimi anni sia la leadership tecnologica mondiale, sia la leadership di costo. Senza che i più se ne siano accorti, il fotovoltaico - quando adottato in grandi centrali di produzione - ha conquistato la cosiddetta parity grid nelle aree a alta insolazione, cioè una sostanziale parità di costo rispetto alla media delle altre fonti di energia. Nei prossimi anni, il continuo avanzare della tecnologia e l'abbattimento ulteriore dei costi renderanno i più importanti produttori americani potenziali protagonisti di un'espansione mondiale che difficilmente potrà essere contrastata da altri paesi. I cinesi, che sembravano destinati a dominare i mercati grazie a costi stracciati, stanno pagando il prezzo di una tecnologia più vetusta e di un eccesso di capacità produttiva, che rischia di mandare a gambe all'aria molti produttori della prima tigre asiatica. Anche in questo caso, non sarà facile per Trump chiudere gli occhi di fronte a un primato a stelle e strisce. Insomma, sarà facile per Trump mandare in soffitta il cambiamento climatico, l'iper-regolazione, e le preoccupazioni ambientali che hanno accompagnato lo sviluppo dei temi energetici negli ultimi anni. Ma non gli sarà facile confrontarsi con le dure leggi dell'economia che renderanno ogni scelta in tema di energia piena di trappole e effetti boomerang.