Venticinque anni fa la Francia firmava il Trattato di Maastricht. Oggi, nel febbraio 2017, i francesi sono legittimamente preoccupati, in un mondo pieno di incertezze che scuote i nostri capisaldi. In questo quarto di secolo l’euro è diventato qualcosa di più della nostra moneta: un fondamento stabile, a fronte delle crescenti inquietudini, e un patrimonio collettivo che è la nostra forza. In piena indipendenza, e senza rimuovere gli interrogativi che sorgono sul futuro dell’Europa, la Banca di Francia, condivide coi suoi partner dell’Eurozona la responsabilità di preservarlo. Davanti all’euroscetticismo e al caso estremo della Brexit, dobbiamo mostrarci determinati su quanto ancora ci resta da fare insieme. Maastricht e l’euro vanno visti innanzitutto nel contesto di uno slancio storico, unico al mondo, per passare dalla guerra alla pace. Uno slancio che purtroppo non ha perso nulla della sua attualità. L’euro non è l’imposizione di un giogo, e neppure un’utopia tecnocratica, ma il risultato di una decisione presa democraticamente. E come sappiamo per esperienza, la moneta europea continua a godere del sostegno di una netta maggioranza della popolazione. I 340 milioni di cittadini dell’Eurozona manifestano per l’euro un gradimento del 70%, il più alto registrato dal 2008. Anche in Francia questo sostegno è molto elevato (68%). Perché al di là del suo fondamento politico l’edificio poggia su una solida struttura economica. Per di più la nostra moneta rappresenta due doppie chiavi di grande importanza: la solidità e quindi la fiducia, e l’unità, che vuol dire sovranità. La solidità dell’euro è data innanzitutto da un potere d’acquisto meglio protetto, poiché la stabilità dei prezzi è assicurata.
Dal 1999 l’Eurosistema si è adoperato con successo per mantenere l’inflazione a una media annua di poco meno del 2%. Il contenimento dell’inflazione grazie a una moneta di fiducia significa difesa del risparmio, delle pensioni, del valore dei loro beni. La convergenza europea ha consentito inoltre l’abbassamento dei tassi. Ne beneficiano tutte la parti in causa: le famiglie quando acquistano un bene immobiliare; le imprese che investono, ma anche gli Stati - nella misura in cui contraggono prestiti - e di conseguenza i rispettivi contribuenti. Chi parla di uscire dall’euro e svalutare la moneta nazionale per poter aumentare liberamente il deficit dimentica che i costi del finanziamento, ad esempio del debito francese, lieviterebbero di oltre 30 miliardi l’anno. Se parliamo di unità ci riferiamo a un grande mercato interno protetto dalle fluttuazioni dei cambi: per molte delle nostre imprese il mercato interno si è ampliato, superando i confini nazionali, per estendersi all’intera l’Eurozona. E soprattutto, la nostra moneta, grazie all’unità, ha un peso sul piano internazionale. L’euro rappresenta il 20% delle riserve mondiali, al secondo posto dopo il dollaro. Su una scena finanziaria in continuo subbuglio, l’unità è il modo migliore per avere un peso, che nessuno degli Stati europei potrebbe far valere separatamente. Quando il presidente della Bce parla collettivamente a nostro nome, il mondo intero ascolta l’Europa.
Dobbiamo quindi apprezzare nel suo pieno valore questa insostituibile conquista di sovranità europea. Se da un lato l’euro non è nemico della crescita – che nel 2016 ha raggiunto l’1,7% nell’Eurozona, superando, anche se di poco, quella americana - dall’altro non è un’assicurazione contro tutti i rischi. Dato che concentriamo la nostra attenzione sui problemi della Francia, finiamo per ignorare i successi di altri paesi, come la Spagna o l’Irlanda, dove la crescita è tra le più elevate delle economie sviluppate; o come la Germania e l’Austria, che hanno raggiunto la piena occupazione, mentre i Paesi nordici vantano livelli d’eccellenza in campi come la formazione e l’innovazione. Il relativo ritardo della crescita francese non va imputato a un’eccessiva disciplina di bilancio imposta dalla moneta unica, bensì alle nostre carenze in materia di riforme nazionali, che l’euro non potrà mai compensare. Ma questa è una buona notizia, poiché ci ricorda che abbiamo ancora molti spazi aperti al dibattito collettivo e alla mobilitazione creativa in Francia. Se è vero che l’euro non è responsabile di tutto, abbiamo però molta strada da fare. Venticinque anni fa parlavamo di Unione politica e monetaria. Se la moneta unica è andata in porto, non siamo stati altrettanto efficaci per l’Unione economica. Non mi propongo di aprire qui un dibattito di principio sulle istituzioni europee: è una questione di scelte politiche. Mi limiterò a prospettare due misure che in ogni caso potrebbero contribuire a incentivare la crescita e l’occupazione. La prima è la creazione di un’Unione di finanziamento per gli investimenti e l’innovazione, volta a favorire l’utilizzo dell’ipertrofico risparmio europeo, oltre 350 miliardi l’anno. Seconda iniziativa: procedere, attraverso impegni condivisi dagli Stati, verso una strategia economica collettiva finalizzata a favorire la convergenza tra riforme, dove sono necessarie – come in Francia e in Italia – e un più forte rilancio dove è possibile, come in Germania e in Olanda. Nel mondo nuovo che gli attuali leader americani sembrano prospettare con freddezza, qual è la direzione da prendere? Meno Europa sarebbe un errore, se vogliamo essere collettivamente padroni del nostro destino. C’è bisogno di un’Europa che parli meno e agisca di più, meno incline a perdersi nei dettagli e capace di scegliere priorità concrete per fare «poco, bene e fino in fondo». Per arrivare a questo disponiamo di un atout importante: l’euro, testimone e cemento del nostro impegno a unire, per andare verso il meglio, i nostri destini e le nostre forze. * Governatore della Banca di Francia © Le Figaro / LENA
Dal 1999 l’Eurosistema si è adoperato con successo per mantenere l’inflazione a una media annua di poco meno del 2%. Il contenimento dell’inflazione grazie a una moneta di fiducia significa difesa del risparmio, delle pensioni, del valore dei loro beni. La convergenza europea ha consentito inoltre l’abbassamento dei tassi. Ne beneficiano tutte la parti in causa: le famiglie quando acquistano un bene immobiliare; le imprese che investono, ma anche gli Stati - nella misura in cui contraggono prestiti - e di conseguenza i rispettivi contribuenti. Chi parla di uscire dall’euro e svalutare la moneta nazionale per poter aumentare liberamente il deficit dimentica che i costi del finanziamento, ad esempio del debito francese, lieviterebbero di oltre 30 miliardi l’anno. Se parliamo di unità ci riferiamo a un grande mercato interno protetto dalle fluttuazioni dei cambi: per molte delle nostre imprese il mercato interno si è ampliato, superando i confini nazionali, per estendersi all’intera l’Eurozona. E soprattutto, la nostra moneta, grazie all’unità, ha un peso sul piano internazionale. L’euro rappresenta il 20% delle riserve mondiali, al secondo posto dopo il dollaro. Su una scena finanziaria in continuo subbuglio, l’unità è il modo migliore per avere un peso, che nessuno degli Stati europei potrebbe far valere separatamente. Quando il presidente della Bce parla collettivamente a nostro nome, il mondo intero ascolta l’Europa.
Dobbiamo quindi apprezzare nel suo pieno valore questa insostituibile conquista di sovranità europea. Se da un lato l’euro non è nemico della crescita – che nel 2016 ha raggiunto l’1,7% nell’Eurozona, superando, anche se di poco, quella americana - dall’altro non è un’assicurazione contro tutti i rischi. Dato che concentriamo la nostra attenzione sui problemi della Francia, finiamo per ignorare i successi di altri paesi, come la Spagna o l’Irlanda, dove la crescita è tra le più elevate delle economie sviluppate; o come la Germania e l’Austria, che hanno raggiunto la piena occupazione, mentre i Paesi nordici vantano livelli d’eccellenza in campi come la formazione e l’innovazione. Il relativo ritardo della crescita francese non va imputato a un’eccessiva disciplina di bilancio imposta dalla moneta unica, bensì alle nostre carenze in materia di riforme nazionali, che l’euro non potrà mai compensare. Ma questa è una buona notizia, poiché ci ricorda che abbiamo ancora molti spazi aperti al dibattito collettivo e alla mobilitazione creativa in Francia. Se è vero che l’euro non è responsabile di tutto, abbiamo però molta strada da fare. Venticinque anni fa parlavamo di Unione politica e monetaria. Se la moneta unica è andata in porto, non siamo stati altrettanto efficaci per l’Unione economica. Non mi propongo di aprire qui un dibattito di principio sulle istituzioni europee: è una questione di scelte politiche. Mi limiterò a prospettare due misure che in ogni caso potrebbero contribuire a incentivare la crescita e l’occupazione. La prima è la creazione di un’Unione di finanziamento per gli investimenti e l’innovazione, volta a favorire l’utilizzo dell’ipertrofico risparmio europeo, oltre 350 miliardi l’anno. Seconda iniziativa: procedere, attraverso impegni condivisi dagli Stati, verso una strategia economica collettiva finalizzata a favorire la convergenza tra riforme, dove sono necessarie – come in Francia e in Italia – e un più forte rilancio dove è possibile, come in Germania e in Olanda. Nel mondo nuovo che gli attuali leader americani sembrano prospettare con freddezza, qual è la direzione da prendere? Meno Europa sarebbe un errore, se vogliamo essere collettivamente padroni del nostro destino. C’è bisogno di un’Europa che parli meno e agisca di più, meno incline a perdersi nei dettagli e capace di scegliere priorità concrete per fare «poco, bene e fino in fondo». Per arrivare a questo disponiamo di un atout importante: l’euro, testimone e cemento del nostro impegno a unire, per andare verso il meglio, i nostri destini e le nostre forze. * Governatore della Banca di Francia © Le Figaro / LENA