Gli istituti di statistica di tutti i Paesi rilasciano stime preliminari delle variabili macroeconomiche; successivamente vengono riviste con le informazioni aggiuntive che si rendono disponibili. Solo dopo tre anni i dati diventano definitivi. Così, a differenza di quanto sul momento veniva reso noto dall'Istat negli anni scorsi, con i dati definitivi ora sappiamo che la nostra ripresa è in corso dalla metà del 2013, mentre nella mente degli operatori le informazioni che si sono impresse sono quelle delle prime informazioni diffuse che erano di proseguimento della caduta o di stagnazione. Anche le previsioni economiche si erano adeguate a tali prime informazioni. Questa visione della nostra economia ha alimentato decisioni reali e finanziarie, sulle quali non sempre è stato possibile ritornare. Da questa distorsione non è stato immune nemmeno il dibattito politico.
Inoltre, con i dati pubblicati ai primi di marzo, l'andamento del Pil nel corso del 2015 e 2016 è stato rivisto portando il tasso di crescita del Pil nell'anno appena trascorso all'1 per cento ed evidenziando un andamento più vivace nel secondo semestre dovuto al buon andamento di esportazioni e investimenti. Ciò determina un effetto di trascinamento statistico sul 2017 pari a due decimi di punto. Ciò implica che chi, come ad esempio Prometeia, prevedeva una crescita del Pil quest'anno dello 0,7 per cento, a parità di tutto il resto, la rivedrà al rialzo almeno allo 0,9. Nonostante questa maggiore vivacità della ripresa, una previsione per la crescita del Pil quest'anno allo 0,9/1,0 per cento segnalerebbe l'assestamento della ripresa se non addirittura il suo rallentamento.
Ciò a prima vista potrebbe apparire confermato dall'andamento della produzione industriale destagionalizzata: a gennaio è scesa del 2,3 per cento su dicembre. Una caduta apparentemente grave distribuita su tutti i settori, salvo quelli relativi a prodotti energetici. Basta scavare un po' nei dati perché sorgano dubbi sull'interpretazione che sia già in atto il rallentamento. La variazione della produzione complessiva del mese di gennaio 2017 rispetto a un anno prima è stata più elevata del 5,7 per cento, che diventa, a parità di giorni lavorati, -0,5 per cento. Ma gennaio non è un mese qualsiasi come non lo è né agosto, né dicembre, mesi nei quali vengono generalmente concentrate le ferie in modo certamente non uniforme tra impresa e impresa, ma altrettanto certamente programmato. Ciò riduce il potere informativo della valutazione della produzione giornaliera. Di conseguenza dobbiamo sospendere il giudizio, tant'è che l'Istat stesso per ovviare a queste difficoltà suggerisce il confronto tra la produzione dei tre mesi novembre 2016-gennaio 2017 con i precedenti tre mesi agosto- ottobre: il risultato è una crescita dello 0,5 per cento.
Ma c'è di più, nel mese di gennaio le esportazioni in valore sono cresciute dello 0,5 per cento su dicembre e del 13,3 per cento rispetto all'anno prima (del 10,7 a parità di giorni lavorati). È ovvio che non tutto quello che è esportato in un mese è stato prodotto in quel mese, ma se consideriamo che negli ultimi tre mesi rispetto ai tre mesi precedenti le esportazioni crescono del 3,8 per cento, la tenuta della ripresa, per lenta che sia, trova conforto, almeno temporaneo.
Un insieme di incertezze politiche interne e internazionali hanno finora fatto temere il rallentamento. Nonostante le considerazioni precedenti non possiamo escluderlo ancora. Sullo scenario interno sembra ormai assodato che non vi saranno elezioni anticipate, il referendum è stato scongiurato con una decisione estrema, ma rimangono incertezze crescenti sulla possibilità di riforma della legge elettorale e quindi più elevata probabilità di stallo dopo le elezioni.
L'eccesso di zelo del governo sulla questione dei voucher rivela un nervosismo elevato sul fronte elettorale; nervosismo che rende improbabile che il governo si appresti, in sede di formulazione della Legge di Bilancio 2018, a una operazione verità sulla necessità di riduzione del debito pubblico, con le conseguenti misure, due mesi prima delle elezioni.
Va detto, d'altro canto, che il risultato delle elezioni olandesi, dove è stata schivata la deriva populistico-nazionalistica, sta stemperando le incertezze sullo scenario internazionale. Le probabilità che Marine Le Pen risulti vincitrice al ballottaggio sembrano leggermente in declino, salvo sorprese, ovviamente. E in Germania i due principali candidati sono la garanzia che l'Europa non arretrerà, senza che ciò indichi la possibilità che faccia passi avanti.
Ancora qualche anno di "tirare a campare", come ora dice anche il premier, delle istituzioni europee, potrebbe consentire alla ripresa europea di consolidarsi e renderebbe più difficile, per una eventuale coalizione votata al disastro in Italia, di mettere in atto quel progetto che sta diventando il tema più popolare della campagna elettorale: l'uscita dall'euro.
L'alea che circonda queste considerazioni relativamente positive è molto ampia; potrebbe cominciare a restringersi se il 7 maggio il risultato delle presidenziali francesi sarà in grado di esorcizzare la potenziale frammentazione dell'Unione monetaria. In quel caso, vi sarebbero più probabilità che la ripresa, che i dati correnti sembrano mostrare, si confermi tale, ma non vi sarebbero più alibi esterni se la fragilità del nostro sistema politico lo impedisse.
Inoltre, con i dati pubblicati ai primi di marzo, l'andamento del Pil nel corso del 2015 e 2016 è stato rivisto portando il tasso di crescita del Pil nell'anno appena trascorso all'1 per cento ed evidenziando un andamento più vivace nel secondo semestre dovuto al buon andamento di esportazioni e investimenti. Ciò determina un effetto di trascinamento statistico sul 2017 pari a due decimi di punto. Ciò implica che chi, come ad esempio Prometeia, prevedeva una crescita del Pil quest'anno dello 0,7 per cento, a parità di tutto il resto, la rivedrà al rialzo almeno allo 0,9. Nonostante questa maggiore vivacità della ripresa, una previsione per la crescita del Pil quest'anno allo 0,9/1,0 per cento segnalerebbe l'assestamento della ripresa se non addirittura il suo rallentamento.
Ciò a prima vista potrebbe apparire confermato dall'andamento della produzione industriale destagionalizzata: a gennaio è scesa del 2,3 per cento su dicembre. Una caduta apparentemente grave distribuita su tutti i settori, salvo quelli relativi a prodotti energetici. Basta scavare un po' nei dati perché sorgano dubbi sull'interpretazione che sia già in atto il rallentamento. La variazione della produzione complessiva del mese di gennaio 2017 rispetto a un anno prima è stata più elevata del 5,7 per cento, che diventa, a parità di giorni lavorati, -0,5 per cento. Ma gennaio non è un mese qualsiasi come non lo è né agosto, né dicembre, mesi nei quali vengono generalmente concentrate le ferie in modo certamente non uniforme tra impresa e impresa, ma altrettanto certamente programmato. Ciò riduce il potere informativo della valutazione della produzione giornaliera. Di conseguenza dobbiamo sospendere il giudizio, tant'è che l'Istat stesso per ovviare a queste difficoltà suggerisce il confronto tra la produzione dei tre mesi novembre 2016-gennaio 2017 con i precedenti tre mesi agosto- ottobre: il risultato è una crescita dello 0,5 per cento.
Ma c'è di più, nel mese di gennaio le esportazioni in valore sono cresciute dello 0,5 per cento su dicembre e del 13,3 per cento rispetto all'anno prima (del 10,7 a parità di giorni lavorati). È ovvio che non tutto quello che è esportato in un mese è stato prodotto in quel mese, ma se consideriamo che negli ultimi tre mesi rispetto ai tre mesi precedenti le esportazioni crescono del 3,8 per cento, la tenuta della ripresa, per lenta che sia, trova conforto, almeno temporaneo.
Un insieme di incertezze politiche interne e internazionali hanno finora fatto temere il rallentamento. Nonostante le considerazioni precedenti non possiamo escluderlo ancora. Sullo scenario interno sembra ormai assodato che non vi saranno elezioni anticipate, il referendum è stato scongiurato con una decisione estrema, ma rimangono incertezze crescenti sulla possibilità di riforma della legge elettorale e quindi più elevata probabilità di stallo dopo le elezioni.
L'eccesso di zelo del governo sulla questione dei voucher rivela un nervosismo elevato sul fronte elettorale; nervosismo che rende improbabile che il governo si appresti, in sede di formulazione della Legge di Bilancio 2018, a una operazione verità sulla necessità di riduzione del debito pubblico, con le conseguenti misure, due mesi prima delle elezioni.
Va detto, d'altro canto, che il risultato delle elezioni olandesi, dove è stata schivata la deriva populistico-nazionalistica, sta stemperando le incertezze sullo scenario internazionale. Le probabilità che Marine Le Pen risulti vincitrice al ballottaggio sembrano leggermente in declino, salvo sorprese, ovviamente. E in Germania i due principali candidati sono la garanzia che l'Europa non arretrerà, senza che ciò indichi la possibilità che faccia passi avanti.
Ancora qualche anno di "tirare a campare", come ora dice anche il premier, delle istituzioni europee, potrebbe consentire alla ripresa europea di consolidarsi e renderebbe più difficile, per una eventuale coalizione votata al disastro in Italia, di mettere in atto quel progetto che sta diventando il tema più popolare della campagna elettorale: l'uscita dall'euro.
L'alea che circonda queste considerazioni relativamente positive è molto ampia; potrebbe cominciare a restringersi se il 7 maggio il risultato delle presidenziali francesi sarà in grado di esorcizzare la potenziale frammentazione dell'Unione monetaria. In quel caso, vi sarebbero più probabilità che la ripresa, che i dati correnti sembrano mostrare, si confermi tale, ma non vi sarebbero più alibi esterni se la fragilità del nostro sistema politico lo impedisse.