Quando Davide batte Golia le conseguenze sono imprevedibili. Davide è il fisco italiano, Golia le multinazionali digitali che ora si vedono costrette a scalare una montagna dopo aver ammesso che parte della loro attività si svolge in Italia, e accettato di pagare al governo di Roma le tasse dovute sui profitti. Trecento milioni da Apple un anno fa, la settimana scorsa altri 300 da Google; e altri ne arriveranno magari da Facebook e Amazon. Ossigeno per gli anemici conti pubblici italiani e magari anche per quelli Usa. Il fatto che i giganti del web abbiano aderito all'accertamento fatto dall'Agenzia delle Entrate e accettato il principio del tax ruling da un lato infatti è un precedente anche per altre amministrazioni europee: l'ottimo lavoro del fisco italiano allarga la strada per una conformità di comportamenti e contribuisce a scardinare quella distorsiva competizione fiscale avviata da alcuni paesi come l'Irlanda ed il Lussemburgo.
Finiscono poi in mora quei paesi più accomodanti nei confronti dei big del mondo digitale. I giornali inglesi nei giorni scorsi non hanno infatti risparmiato critiche all'accordo siglato tra il governo britannico e Google lo scorso anno, in base al quale il colosso di Mountain View ha chiuso le sue pendenze pagando 130 milioni di sterline a fronte di un giro d'affari che è dieci volte superiore a quello italiano. Qui Brexit ha funzionato in anticipo. Dall'altro lato però il fisco italiano aiuta anche quello americano. Molti manager della Silicon Valley stanno pensando infatti di riportare verso gli Usa centinaia di miliardi di dollari "espatriati" per sfuggire alla tassazione americana sui profitti, una volta raggiunto un accordo con l'amministrazione Trump.
Complessivamente le multinazionali a stelle e strisce hanno oltre Atlantico investimenti e attività per 2,6 trilioni di dollari: una parte degli utili prodotti da questa cifra mostruosa potrebbe lasciare le sponde europee e tornare fiscalmente a casa, facendo sorridere il bilancio federale americano. Una bella cartolina da Roma. L'unica pecca nell'operazine italiana riguarda Airbnb. Il governo nella manovra appena varata dal Mef ha chiesto alla piattaforma digitale che gestisce l'intermediazione degli affitti a breve termine di agire da sostituto di imposta, riscuotendo per conto dello Stato la cedolare secca del 21 per cento. Una richiesta di collaborazione e un gesto di fiducia. Se si fosse informato meglio però forse avrebbe saputo che era in corso una verifica fiscale, atto che generalmente prelude a un accertamento di evasione tributaria nella sua attività italiana: perché anche il fidato esattore Airbn, guarda caso, paga le tasse in Irlanda.
Finiscono poi in mora quei paesi più accomodanti nei confronti dei big del mondo digitale. I giornali inglesi nei giorni scorsi non hanno infatti risparmiato critiche all'accordo siglato tra il governo britannico e Google lo scorso anno, in base al quale il colosso di Mountain View ha chiuso le sue pendenze pagando 130 milioni di sterline a fronte di un giro d'affari che è dieci volte superiore a quello italiano. Qui Brexit ha funzionato in anticipo. Dall'altro lato però il fisco italiano aiuta anche quello americano. Molti manager della Silicon Valley stanno pensando infatti di riportare verso gli Usa centinaia di miliardi di dollari "espatriati" per sfuggire alla tassazione americana sui profitti, una volta raggiunto un accordo con l'amministrazione Trump.
Complessivamente le multinazionali a stelle e strisce hanno oltre Atlantico investimenti e attività per 2,6 trilioni di dollari: una parte degli utili prodotti da questa cifra mostruosa potrebbe lasciare le sponde europee e tornare fiscalmente a casa, facendo sorridere il bilancio federale americano. Una bella cartolina da Roma. L'unica pecca nell'operazine italiana riguarda Airbnb. Il governo nella manovra appena varata dal Mef ha chiesto alla piattaforma digitale che gestisce l'intermediazione degli affitti a breve termine di agire da sostituto di imposta, riscuotendo per conto dello Stato la cedolare secca del 21 per cento. Una richiesta di collaborazione e un gesto di fiducia. Se si fosse informato meglio però forse avrebbe saputo che era in corso una verifica fiscale, atto che generalmente prelude a un accertamento di evasione tributaria nella sua attività italiana: perché anche il fidato esattore Airbn, guarda caso, paga le tasse in Irlanda.