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Theresa May e le armi spuntate dell'Italia

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Come contare di più nelle trattative con l'Europa? Da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, non c'è leader italiano che non abbia ritenuto di aver individuato la strategia giusta - prima di andare inevitabilmente a sbattere contro la realtà. Invece di lasciarsi andare a facili illusioni, la nostra politica farebbe bene a guardare da vicino quello che sta accadendo tra Regno Unito e il resto dell'Ue. Ci sono pochi esempi migliori per capire come non comportarsi con i partner europei.

La Gran Bretagna ha avviato le negoziazioni per la Brexit in condizioni invidiabili. La sua economia, già tra le prime cinque al mondo, è cresciuta nel 2016 a un tasso ben più alto di Francia e Italia. La premier Theresa May si avvia a trionfare nelle elezioni politiche di inizio giugno:questa vittoria le permetterà di incrementare la sua esigua maggioranza in Parlamento e ottenere quel forte mandato popolare che fino ad ora le è mancato.

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Come contare di più nelle trattative con l'Europa? Da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, non c'è leader italiano che non abbia ritenuto di aver individuato la strategia giusta - prima di andare inevitabilmente a sbattere contro la realtà. Invece di lasciarsi andare a facili illusioni, la nostra politica farebbe bene a guardare da vicino quello che sta accadendo tra Regno Unito e il resto dell'Ue. Ci sono pochi esempi migliori per capire come non comportarsi con i partner europei.

La Gran Bretagna ha avviato le negoziazioni per la Brexit in condizioni invidiabili. La sua economia, già tra le prime cinque al mondo, è cresciuta nel 2016 a un tasso ben più alto di Francia e Italia. La premier Theresa May si avvia a trionfare nelle elezioni politiche di inizio giugno:questa vittoria le permetterà di incrementare la sua esigua maggioranza in Parlamento e ottenere quel forte mandato popolare che fino ad ora le è mancato.

È assai improbabile, però, che questa forza apparente possa portare a grandi concessioni da parte del resto dell'Ue. Di fronte all'Europa, la Gran Bretagna è infatti nella stessa posizione della Grecia.

Così come Atene aveva bisogno di un salvataggio europeo per evitare un catastrofico ritorno alla Dracma, anche Londra necessita di un'uscita ordinata dall'Ue. L'alternativa vorrebbe dire forti tariffe per gli esportatori verso i Paesi europei, caos regolatorio e persino il ritorno dell'odiata frontiera fra Irlanda e Ulster. Quando i rischi per il Regno Unito sono così forti, è inevitabile che il potere negoziale sia tutto dalla parte dell'Ue. Un problema aggiuntivo per Londra sono i tempi ridotti per le trattative. Dallo scorso 29 marzo - il giorno in cui la premier Theresa May ha inviato a Bruxelles la lettera che formalizzava l'uscita dall'Unione - la Gran Bretagna avrà appena due anni di tempo per trovare un accordo con l'Europa. Davanti a richieste eccessive da parte di Londra, i leader dei 27 Paesi che resteranno nell'Unione potranno semplicemente perdere tempo, aspettando che il governo britannico scenda a piu' miti consigli.

L'Italia può assistere ai travagli della Gran Bretagna da una posizione molto favorevole. Ma se i nostri politici si avvicinassero meglio, vedrebbero che i contorcimenti della May sono anche i loro. Su tante altre questioni, la forza negoziale dell'Italia è molto simile a quella di Regno Unito o Grecia. Non si vede dunque perché le conseguenze di un eventuale strappo possano essere diverse.

Si pensi, prima di tutto, alla Terra Promessa del ritorno alla Lira, a cui aspira quotidianamente la Lega Nord di Matteo Salvini e, a giorni alterni, il Movimento 5 Stelle. Nei trattati è scritto in maniera inequivocabile che un'uscita dall'euro equivarrebbe a un'uscita dall'Ue. In caso di "Italexit", l'Italia si ritroverebbe esattamente nella posizione della Gran Bretagna, ma con un'ulteriore complicazione: l'uscita dall'euro provocherebbe un'immediata fuga di capitali, dovuta al desiderio da parte di correntisti e investitori di salvare i propri risparmi dall'inevitabile svalutazione. L'incertezza economica indebolirebbe ancora di più la posizione negoziale del nostro governo, che sarebbe così costretto ad accettare condizioni molto sfavorevoli sui futuri rapporti commerciali fra Italia e resto dell'Ue.

La lezione del Regno Unito serve però anche a quei politici, primo fra tutti Matteo Renzi, che immaginano l'Europa possaa essere cambiata sbattendo i pugni sul tavolo. Questo atteggiamento potrebbe forse avere senso se preso da una posizione di forza. Quando invece si è in una condizione di debolezza come quella dell'Italia - per via soprattutto del nostro enorme debito pubblico - di minacce credibili non ce ne sono molte. La pistola scarica di Theresa May è anche la nostra.

L'unica strategia possibile è dunque quella che sta provando a seguire il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan. Giovedì, Padoan ha presentato con i suoi omologhi di Francia, Spagna e Portogallo, un documento che chiede la revisione della metodologia con cui vengono valutati i bilanci a livello europeo. La Commissione Europea non sembra intenzionata ad accettare questa proposta per l'anno in corso, poiché questo tipo di decisioni devono essere prese collegialmente da tutti i Paesi e non ex abrupto. La discussione per gli anni futuri è però aperta, e può contare sul peso non di uno ma di quattro Stati. Costruire del consenso politico intorno ad alcune proposte è, però, soltanto un primo passo. Il secondo è essere disposti a fare scelte, anche se politicamente difficili, per raggiungere un compromesso: è inutile chiedere alla Germania di procedere verso una mutualizzazione dei debiti sovrani se non si è pronti ad accettare la richiesta tedesca di porre limiti all'esposizione delle banche verso i titoli di Stato.

Una volta superate le elezioni francesi e tedesche, è possibile che l'eurozona intraprenda un percorso di rafforzamento delle proprie istituzioni comuni. A quel punto, l'Italia dovrà decidere che strategia adottare. Le prove di forza è meglio se le lasciamo ad altri.

* Editorialista di Bloomberg View