Economia

Pil potenziale, troppe insidie nei calcoli

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La lettera inviata il 3 maggio scorso dai ministri finanziari di Francia, Italia, Portogallo e Spagna al Vice Presidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis e al commissario agli affari economici e finanziari Pierre Moscovici ha avuto accoglienza tiepida. Ma il punto che solleva è della massima importanza politica, oltre che tecnica. Dal se e dal come verrà accolto dipende, in buona misura, la possibilità di mettere la politica economica nell'Eurozona su basi più solide e ragionevoli di quelle attuali. Vediamo di che si tratta.

Secondo le regole europee, gli "sforzi fiscali" che vengono richiesti ai diversi paesi al fine di correggere gli squilibri di finanza pubblica (deficit e debito eccessivi) dipendono dalla situazione ciclica che i singoli paesi stanno attraversando. Ai Paesi che stanno andando bene si chiede uno sforzo maggiore, mentre se ne chiede uno inferiore ai paesi le cui economie sono deboli. Un principio sacrosanto. La cui realizzazione pratica, però, dipende in modo cruciale da come viene misurata la "situazione ciclica" di ciascun paese. La tecnica usata allo scopo consiste nello stimare un livello "potenziale" del Pil reale e poi di calcolare la percentuale di scostamento del Pil effettivo dell'anno corrente da quel Pil potenziale. Così se il Pil potenziale è fatto pari a 100 e quello effettivo è 95 si ha un "gap di produzione" (output gap) negativo pari al 5%, cioè l'economia sta producendo il 5% meno del suo potenziale: è in una situazione ciclica debole. E ciò anche se il Pil sta crescendo: l'economia non è in recessione ma, appunto, è sotto il suo potenziale.

Il problema - notano i quattro ministri finanziari - è che l'output gap non è veramente "osservabile", poiché la sua dimensione dipende dalla stima che si fa del Pil potenziale. Nel nostro esempio, se il Pil potenziale stimato fosse 97 invece di 100, l'output gap (con un Pil effettivo ancora pari a 95) sarebbe solo del -2%. Il che ci direbbe che l'economia è ora in una posizione assai meno debole che con gap pari a -5% e dovrebbe farsi carico di uno sforzo fiscale maggiore. E ciò senza che il tasso di disoccupazione sia più basso o che i cittadini abbiano un reddito da spendere realmente più alto di quando l'output gap risulta pari al 5%! Il problema è che il Pil potenziale può effettivamente "seguire" quello effettivo e, se questo si riduce, anche quello si riduce, più o meno nella stessa misura. La capacità produttiva, inutilizzata per troppi mesi, viene di fatto distrutta; gli investimenti non fatti portano a una riduzione della produttività; i disoccupati di lungo periodo diventano "inoccupabili". Tutto ciò porta a una riduzione del Pil potenziale e, in molti casi, alla riduzione del potenziale di crescita. Ma non è solo teoria.

Moltissimi lavori empirici hanno dimostrato che, effettivamente, il Pil potenziale tende a seguire il Pil effettivo. Il che significa che, se qualche shock fa diminuire il Pil effettivo in un determinato anno, negli anni successivi si ridurrà anche il Pil potenziale. Secondo alcune stime (di fonte americana), i danni della Grande recessione del 2009 erano rappresentati (nel 2015) da una perdita di Pil potenziale che va da un minimo di zero per la Svizzera fino al 30% per Grecia, Ungheria e Irlanda. Con i Paesi dei ministri firmatari che avrebbero subito perdite da un minimo dell'8,6 per cento (Francia) a un massimo del 22,3 per cento (Spagna), passando per il 12% dell'Italia e il 14% del Portogallo.

Il discorso dei ministri finanziari è, allora, chiaro: 1) I Paesi colpiti dalla crisi hanno oggi un Pil potenziale che è stato ridotto dalla crisi stessa e quindi l'output gap "ufficiale" non misura correttamente la posizione ciclica: è troppo basso. Decidere la politica di bilancio in base a questa misura sbagliata può causare veri e propri disastri, soprattutto nei paesi in cui la crisi è stata più lunga e severa e dove, quindi, il Pil potenziale si è ridotto di più. 2) Le politiche restrittive necessarie a un consolidamento fiscale consistente, messo in moto dalla scorretta misurazione della posizione ciclica, possono costituire un nuovo shock negativo, che finirebbe per innescare un nuovo round di riduzione del Pil effettivo e, a seguire, di quello potenziale e, quindi per gettare le basi di un più lungo periodo di bassa crescita e di disoccupazione crescente. Un vero disastro. Evitabile se la Commissione e il suo Grande Azionista occulto, cioè la Germania, saranno capaci di ascoltare i quattro ministri finanziari e predisporranno gli opportuni correttivi ai metodi di calcolo della posizione ciclica e, quindi, degli obiettivi di consolidamento fiscale. Chiaro che il problema, prima che tecnico, è politico. Qualche giorno fa, l'economista tedesco Daniel Gros ha affermato che a firmare la lettera sono stati "solo" i ministri di Francia, Italia, Portogallo e Spagna perché sono questi i (soli) paesi che vogliono spendere di più. Lasciando intendere il giudizio (morale?) che gli spendaccioni vogliono cambiare le regole a proprio vantaggio sollevando questioni pretestuose. Una lettura di questo genere porta solo allo scontro. Bisogna sperare che i politici tedeschi siano di vedute più ampie.