Economia

Chi paga il conto dei manager infedeli

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Il problema dei crediti deteriorati del sistema bancario italiano è in via di lenta risoluzione. Il flusso in rapporto ai prestiti totali è del 2,7 per cento, un livello inferiore a quello osservato prima della crisi del 2008, e la loro consistenza è scesa sotto la soglia del 10 per cento dei prestiti totali del 2016. Il cauto ottimismo che traspare dai dati della Banca d'Italia non deve indurre però a pensare che l'emergenza sia superata. "Occorre migliorare - ha detto la scorsa settimana all'Abi il vicedirettore di via Nazionale Fabio Panetta - la disponibilità di informazioni esaustive ed affidabili sulle esposizioni deteriorate". È probabilmente questo uno dei nodi più delicati per una corretta gestione delle sofferenze: bisogna fornire dati concreti sulla qualità dei dati ed essere tempestivi. "Le informazioni - ha detto Bankitalia - devono divenire parte di quelle fornite ai vertici aziendali".

Basterà? Speriamo. Perché in passato non è sempre stato così. Troppo spesso infatti è prevalsa la prassi di nascondere la polvere sotto il tappeto per evitare di evidenziare errori di gestione connessi alla concessione dei prestiti e alla valutazione dei collaterali che ne facevano da garanzia. Buona parte dei 36 miliardi di collaterali in pancia alle banche - segnalano fonti del settore - sono costituiti da immobili che hanno valutazioni assolutamente irrealistiche, in zone di scarso interesse commerciale. Sono stati concessi in modo superficiale e ne è stata sottovalutata la portata negativa. Poi si è cercato di tamponare maldestramente con una coltre opaca sulle garanzie.

Di fronte all'errore il sistema ha reagito insomma proteggendosi, col risultato di aggravare la situazione pur di salvare manager colpevoli o superficiali. Perché davanti ad una crisi le strade sono due: o si annullano i dividendi per comprimere le perdite, se sono limitate; oppure, se sono elevate, si è costretti a ricorrere ad un aumento di capitale, cosa che comunque scontenta i soci. In entrambi i casi i manager possono saltare. Meglio cercare di tirare avanti e salvare la poltrona e il potere.

La recente storia delle crisi bancarie italiane a riguardo è eloquente: i manager sono saltati infatti quando il bubbone degli Npl o di altre crepe di bilancio è deflagrato senza possibilità di nasconderlo ancora: è stato così per MontePaschi, Unicredit, Popolare Vicenza e Veneto Banca. Adesso da Montebelluna arriva la richiesta di risarcimento di 2,3 miliardi di euro a carico dei precedenti amministratori di Veneto Banca, che hanno provocato "un danno spaventoso". Quei soldi non arriveranno mai. E il conto salato di manager rimasti in sella troppo è finito a carico del sistema e dello Stato.