Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni ed il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan erano stati chiari. Intervistati 10 giorni fa a Bologna avevano avvertito che la crescita economica avanzava su un sentiero stretto: un passo falso e il cammino sarebbe stato rallentato. Questo l'appello di Gentiloni: "L'Italia deve proseguire nel risanamento dei conti pubblici, non ci sono mandrie di vacche grasse in arrivo". E questo quello di Padoan: "All'estero c'è la percezione che il processo di riforme si sia fermato. È fondamentale che l'Italia invece le continui".
Il risultato ottenuto non è stato entusiasmante. Incurante dell'assenza di vacche, grasse o magre che siano, il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha proposto una flat tax per rilanciare i consumi, rafforzando l'iniziativa con il varo di un bel condono fiscale. Un segnale, quest'ultimo, particolarmente nocivo che arriva come una mazzata sull'eccellente lavoro di recupero di gettito da evasione fatto negli ultimi anni dall'Agenzia delle Entrate e da quello paziente di raccolta organizzato da Equitalia con la rottamazione delle cartelle esattoriali. Ma incuranti dello stato di salute dell'eventuale bestiame da mungere sono tante formazioni politiche. Il Movimento 5 Stelle è graniticamente fermo sulla trincea del reddito di cittadinanza: servirebbero 20 miliardi di copertura, che al momento ovviamente non ci sono. Sette miliardi costerebbe invece la proposta di Area Riformista di dare un reddito minimo ai disoccupati, e altrettanti ne servirebbero per il reddito di inclusione sociale chiesto dalla sinistra Dem. Le iniziative hanno motivazioni anche apprezzabili; ma dal punto di vista finanziario sono poco agganciate alla precaria salute dei conti pubblici.
In un Paese in perenne campagna elettorale bisogna però agitare idee e proposte, o magari seppellirne altre. Un esempio dei danni prodotti dalla tempistica a singhiozzo è il salvataggio delle banche in crisi. Quanto è costato non aggredire subito da parte della politica le crisi di Mps, di Popolare Vicenza e di Veneto Banca? Per ora si parla di almeno 12 miliardi, ovviamente a carico della collettività. Ma l'esempio più eclatante è il ritorno in aula per l'approvazione legislativa del ddl concorrenza, che rimbalza tra i due rami del Parlamento da quasi 900 giorni. Una legge giudicata importante per la modernizzazione ma prigioniera di lobby e ripicche politiche. Sempre 10 giorni fa il premier Gentiloni aveva detto: "L'Italia è in grado di non perdere il treno della crescita europea, e il Parlamento ha le chiavi del destino del governo". Le chiavi il Parlamento le ha, gliele fornisce la Costituzione. Ma evidentemente preferisce usarle soprattutto per frenare e chiudere le porte.
Il risultato ottenuto non è stato entusiasmante. Incurante dell'assenza di vacche, grasse o magre che siano, il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha proposto una flat tax per rilanciare i consumi, rafforzando l'iniziativa con il varo di un bel condono fiscale. Un segnale, quest'ultimo, particolarmente nocivo che arriva come una mazzata sull'eccellente lavoro di recupero di gettito da evasione fatto negli ultimi anni dall'Agenzia delle Entrate e da quello paziente di raccolta organizzato da Equitalia con la rottamazione delle cartelle esattoriali. Ma incuranti dello stato di salute dell'eventuale bestiame da mungere sono tante formazioni politiche. Il Movimento 5 Stelle è graniticamente fermo sulla trincea del reddito di cittadinanza: servirebbero 20 miliardi di copertura, che al momento ovviamente non ci sono. Sette miliardi costerebbe invece la proposta di Area Riformista di dare un reddito minimo ai disoccupati, e altrettanti ne servirebbero per il reddito di inclusione sociale chiesto dalla sinistra Dem. Le iniziative hanno motivazioni anche apprezzabili; ma dal punto di vista finanziario sono poco agganciate alla precaria salute dei conti pubblici.
In un Paese in perenne campagna elettorale bisogna però agitare idee e proposte, o magari seppellirne altre. Un esempio dei danni prodotti dalla tempistica a singhiozzo è il salvataggio delle banche in crisi. Quanto è costato non aggredire subito da parte della politica le crisi di Mps, di Popolare Vicenza e di Veneto Banca? Per ora si parla di almeno 12 miliardi, ovviamente a carico della collettività. Ma l'esempio più eclatante è il ritorno in aula per l'approvazione legislativa del ddl concorrenza, che rimbalza tra i due rami del Parlamento da quasi 900 giorni. Una legge giudicata importante per la modernizzazione ma prigioniera di lobby e ripicche politiche. Sempre 10 giorni fa il premier Gentiloni aveva detto: "L'Italia è in grado di non perdere il treno della crescita europea, e il Parlamento ha le chiavi del destino del governo". Le chiavi il Parlamento le ha, gliele fornisce la Costituzione. Ma evidentemente preferisce usarle soprattutto per frenare e chiudere le porte.