Economia

La giustizia italiana fa da tutor a quella cinese

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C’è un giudice a Pechino? No, non a Berlino, come nella parabola sul buon giudice di Federico di Prussia: proprio a Pechino. La domanda non è stupidotta come sembra. Xi Jinping gira il mondo e invita a non chiudere alla globalizzazione: giusto. Ma per parlarsi bisogna usare la stessa lingua: o quantomeno provare a capirsi. E l’italiano e il cinese, a parte “Ni Hao” e “Ciao”, non è che siano così simili.

Ecco perché la spedizione dei magistrati italiani alla corte del Dragone riguarda tutti noi: dagli imprenditori venuti quaggiù a portare il made in Italy fino ai consumatori pronti a divorare il made in China. In fondo le leggi sono una lingua come un’altra: servono a comunicare, sono il codice (appunto!) che regola l’interazione quotidiana. E figuriamoci quanto bisogno abbiamo di un codice per interagire a ottomila chilometri di distanza. I problemi mica mancano. La tutela della proprietà intellettuale. La sicurezza alimentare. Le frodi e le contraffazioni. Italia e Cina per la verità si parlano già da un po’. Presentando quello che lui stesso ha chiamato “il frutto del dialogo”, e cioè il memorandum d’intesa firmato qui, il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, ha spiegato che tutto questo è stato possibile anche grazie al lavoro dei ragazzi di Ettore Sequi.

Non sono parole di circostanza. Nel giro di un anno il nostro ambasciatore ha portato un presidente della Repubblica e due presidenti del consiglio a scavalcare la Grande Muraglia. E per l’establishment di qui conta, eccome: si chiama diplomazia. Poi succede, infatti, che la Corte Suprema del Popolo inviti Csm e Corte di Cassazione a venire a dare un’occhiata. Giovanni Canzio, il presidente della Corte, non nasconde le differenze: si tratta pur sempre di “sistemi giuridici diversi” – eccome. Insieme a Legnini ricorda però che il memorandum prevede appunto la formazione dei magistrati, la riforma giudiziaria: una grande occasione di dialogo. Cos’hanno apprezzato, per esempio, gli italiani dei cinesi? Soprattutto l’informatizzazione degli atti: e qui sì che abbiamo da imparare. Ma tranquilli: a settembre tocca ai cinesi ricambiare visita e anche per loro, a occhio, ci sarebbe da imparare. Perché sulla giustizia, è vero, noi saremo un po’ lentini: ma c’è un giudice a Pechino?