Economia

C'è la crescita, ma non nei salari: l'altra faccia della ripresa Usa

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Gli Stati Uniti hanno celebrato l'ottavo anniversario della loro uscita dalla crisi. Una bella performance se paragonata con quella europea. Ma è ancora dentro il ciclo "obamiano", con i suoi limiti: crescita senza un vero recupero salariale, perciò segnata dalle diseguaglianze. E il nuovo presidente non ha ancora impresso una sua influenza sullo stato dell'economia. Tanti proclami, sul protezionismo o sulle frontiere (semi)chiuse all'immigrazione, pochi fatti.

I dati usciti venerdì sul mercato del lavoro sono indicativi: 222.000 posti di lavoro creati a giugno, più di quanto si aspettassero gli ecconomisti. Il tasso di disoccupazione ufficiale è leggermente salito dal 4,3 al 4,4% il che è positivo perché l'aumento apparente dei disoccupati è in realtà un ritorno di persone che si erano scoraggiate e ora si sono rimesse a cercare attivamente un posto. Questo è confermato da un altro dato positivo, il (lieve) aumento della partecipazione alla forza lavoro, salita dal 62,7 al 62,8%. Siamo ancora a livelli molto bassi, però, se il paragone viene fatto con gli anni 60 e 70.

Infine il punto dolente: l'aumento medio dei salari è stato un modesto +2,5% su base annua. In altri tempi, con una situazione che sfiora il pieno impiego, i rapporti di forze sarebbero decisamente favorevoli al lavoro dipendenti. I sindacati strapperebbero rinnovi contrattuali con aumenti delle buste paga ben più sostanziosi, altro che 2,5%. Il problema è che i sindacati sono quasi scomparsi. Intere aree del mondo del lavoro hanno un tasso di sindacalizzazione pari a zero. In particolare i mestieri legati all'economia digitale. Ma anche molti mestieri di servizio che ne sono il sottoprodotto, come i fattorini per le consegne Amazon.

Dunque siamo ancora dentro la sindrome della "stagnazione secolare", con le sue cause strutturali identificabili nella bassa crescita della produttività (è l'èra delle "innovazioni inutili"), bassa crescita demografica, squilibri sociali immensi, e finanziarizzazione spinta. Tutto questo a suo tempo contribuì a spiegare "l'ingratitudine operaia" verso Barack Obama e il suo partito, ringraziati dopo oltre sette anni di crescita mandando Donald Trump alla Casa Bianca. Quest'ultimo in campagna elettorale dichiarava false e manipolate le statistiche positive. Ora se ne fa vanto. Ma nulla è cambiato di sostanziale.