Londra revoca la licenza di Uber accusando la società di reati e violazioni. Ryanair è alle prese con una crisi grave, dopo anni in cui il suo successo si basava su “regole diverse” da quelle nazionali (per esempio riguardo alle ferie dei piloti). E Facebook deve ammettere di essere stato il vettore di propaganda russa durante la campagna presidenziale americana del 2016. C’è un filo che collega queste notizie molto diverse. Ryanair non è un’azienda digitale, può sembrare strano metterla nella stessa categoria di un social media o di un’app. È però un’azienda nata con gli stessi intenti rivoluzionari per sconquassare un business model ritenuto obsoleto, quello delle compagnie aeree. Molte cose sono nuove, dalla politica tariffaria aggressiva alle modalità di prenotazione, al rapporto con gli scali (che devono pagare per conquistarsi il flusso di visitatori). Anche Uber ha sconvolto il mestiere dei tassisti. Facebook non ne parliamo, ha ridisegnato il nostro modo di comunicare e di informarci. Prima o poi però si scopre che queste aziende nate come startup e divenute leader devono prendersi notevoli libertà con le normative.
Nel caso Ryanair, le legislazioni nazionali del lavoro, i contratti collettivi dei Paesi in cui opera, vengono saltati a piè pari per rifarsi alle regole più flessibili dell’Irlanda. Uber aggira molte delle regole a cui sono sottoposti tassisti e autonoleggio. Facebook dimostra con lo scandalo della propaganda russa che i controlli sugli inserzionisti di pubblicità politica sono più blandi di quelli che deve operare per legge un giornale di provincia. Dunque esiste un problema comune. Il successo premia chi riesce a liberarsi dai vincoli, da lacci e lacciuoli di normative opprimenti? Allora non è altrettanto legittimato il comportamento di quegli operatori economici tradizionali che evadono le tasse, non versano i contributi, impiegano lavoro nero, edificano costruzioni abusive, inquinano calpestando le leggi ambientali? Se la creazione di ricchezza o la fornitura di servizi nuovi è un alibi per scegliersi leggi su misura, andandosele a cercare in Stati compiacenti, dov’è la differenza etica rispetto ai vecchi capitalisti che pagavano tangenti e nascondevano i capitali nei paradisi fiscali offshore?
L’unica cosa che sembra distinguere i giganti dell’economia digitale, o una lowcost rivoluzionaria come Ryanair, è la creatività. Siamo nella categoria del “fine che giustifica i mezzi”. È diverso dalle affabulazioni dei chief executive di queste grandi imprese, che si sono spesso auto-incensati come i pionieri di un mondo migliore.
Nel caso Ryanair, le legislazioni nazionali del lavoro, i contratti collettivi dei Paesi in cui opera, vengono saltati a piè pari per rifarsi alle regole più flessibili dell’Irlanda. Uber aggira molte delle regole a cui sono sottoposti tassisti e autonoleggio. Facebook dimostra con lo scandalo della propaganda russa che i controlli sugli inserzionisti di pubblicità politica sono più blandi di quelli che deve operare per legge un giornale di provincia. Dunque esiste un problema comune. Il successo premia chi riesce a liberarsi dai vincoli, da lacci e lacciuoli di normative opprimenti? Allora non è altrettanto legittimato il comportamento di quegli operatori economici tradizionali che evadono le tasse, non versano i contributi, impiegano lavoro nero, edificano costruzioni abusive, inquinano calpestando le leggi ambientali? Se la creazione di ricchezza o la fornitura di servizi nuovi è un alibi per scegliersi leggi su misura, andandosele a cercare in Stati compiacenti, dov’è la differenza etica rispetto ai vecchi capitalisti che pagavano tangenti e nascondevano i capitali nei paradisi fiscali offshore?
L’unica cosa che sembra distinguere i giganti dell’economia digitale, o una lowcost rivoluzionaria come Ryanair, è la creatività. Siamo nella categoria del “fine che giustifica i mezzi”. È diverso dalle affabulazioni dei chief executive di queste grandi imprese, che si sono spesso auto-incensati come i pionieri di un mondo migliore.