Economia

Germania, tasse e fisco nell'era Giamaica

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Le elezioni tedesche aprono una fase di incertezza per la più grande economia del continente. L’incertezza non è politica: essendosi il partito social democratico dichiarato indisponibile ad una riedizione della Grossekoalition (il che consente di sottrarre all’estrema destra dell’Afd il vessillo di maggiore forza di opposizione), l’unica possibile coalizione di governo è la Giamaica tra la Cdu, i liberali (Fdp) e i verdi. Un primo passo è stato fatto con la nomina di Wolfgang Schauble a presidente del Parlamento: la casella di ministro delle Finanze così liberata dovrebbe andare ai liberali, le cui posizioni sull’Europa sono se possibile ancora più intransigenti. È proprio dal punto di vista programmatico che l’incertezza è massima. Su quale programma si accorderà la coalizione Giamaica, per l’economia tedesca e soprattutto per quella europea? Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine tra i diversi scenari che si potrebbero aprire. In un articolo per il Center for European Reform, l’economista Christian Odendahl sostiene che la coalizione Giamaica molto probabilmente ridurrà le tasse e aumenterà la spesa, come desidera la maggior parte degli elettori tedeschi. Il pareggio di bilancio ottenuto fin dal 2014, e la crescita superiore alle attese (in Germania come altrove), aumenteranno i margini di manovra. Inoltre, nota Odendahl, per poter concludere un accordo di coalizione potrebbe essere necessario accordare ad ognuno dei partner quello che desiderano, in particolare investimenti significativi nella transizione energetica per i verdi, e riduzioni delle tasse (e investimenti in infrastrutture) per i liberali.

La Germania quindi, nei prossimi anni potrebbe avere una politica più espansiva di quella della scorsa legislatura. Se la Bce accompagnasse questa espansione con una politica monetaria che rimane accomodante (come Draghi sembra voler fare), i partner europei potrebbero trarne qualche beneficio. Dove invece è probabile che non si osservino cambiamenti significativi, è nella politica europea. Se l’atteggiamento euroscettico dei liberali era funzionale alla campagna elettorale, e sarà probabilmente annacquato nell’accordo di coalizione, rimane vero che nessuno dei partiti mainstream in Germania è pronto a concedere ai partner europei più condivisione dei rischi macroeconomici, percepiti come un farsi carico dell’indisciplina dei paesi periferici e della Francia. Questo non è un problema puramente tecnico. In una lettera aperta ai governanti di Francia e Germania apparsa su Le Monde , un gruppo di economisti francesi e tedeschi argomenta che sarà impossibile rinforzare la zona euro e renderla più resistente a futuri choc, se non si introducono dei meccanismi di stabilizzazione a fronte di choc asimmetrici, tra cui figurano in primo piano un budget europeo con fondi propri (e un ministro delle finanze) e un’assicurazione comune dei depositi. Su questi temi, dicevamo, la futura coalizione Giamaica sarà refrattaria come, se non più, della Grossekoalition appena archiviata.

Come sperare quindi che l’Europa riesca infine a dotarsi delle istituzioni necessarie ad evitare crisi future, di fronte a questa chiusura apparentemente totale? La risposta non va cercata a Berlino, ma a Parigi. Emmanuel Macron ha delineato il suo programma per l’Europa, solo due giorni dopo le elezioni tedesche, dando prova di notevole abilità. In primo luogo infatti, mettendo fine alla colpevole e incomprensibile eclisse del quinqennato Hollande, ha ribadito che il futuro della Francia è in Europa (è interessante peraltro notare come negli stessi giorni, la dottrina mitterandiana dei campioni nazionali sia stata abbandonata da Parigi in favore dei “Campioni Europei” Alstom-Siemens e Stx-Fincantieri). In secondo luogo ha volutamente messo la sordina sugli aspetti più controversi per la Germania (il budget in particolare), sviluppando invece proposte (dalla tassazione dei giganti internet, alla solidarietà nella gestione dei rifugiati, alla fiscalità ecologica) su cui un accordo con Berlino sarebbe molto più facile. Insomma, la Germania da sola non farà passi avanti su maggiore integrazione e solidarietà macroeconomica, e sarà quindi compito dei suoi partner, e in particolare della Francia, proporre un pacchetto complessivo di riforme che diventi politicamente difficile da rifiutare.

Diventa quindi importante che la Francia riesca a coalizzare un numero importante di altri paesi (a partire da Italia e Spagna) intorno ad un progetto di riforma ambiziosa, e a mettere la Germania nella difficile posizione di essere un freno alla costruzione di un’Europa più solidale, equilibrata, e robusta. Di fronte ad un pacchetto complessivo in cui il risk sharing f osse una sola (sia pur imprescindibile) delle innovazioni, e di fronte ad una “coalizione dei volenterosi” coesa, Angela Merkel, che rimane una convinta europeista, potrebbe finire per cedere. A quel punto la situazione fluida che si è venuta a creare dopo le elezioni di domenica scorsa potrebbe rivelarsi un vantaggio: questo è l’ultimo mandato per Angela Merkel, che potrebbe non voler passare alla storia come il Cancelliere che ha affossato l’integrazione europea; secondo, dall’opposizione la Spd potrebbe sentirsi più libera di differenziarsi dall’ortodossia ordoliberale alla quale era sottomessa in passato; infine, se i liberali del Fdp sono determinanti per la coalizione Giamaica, lo stesso è vero per i verdi, l’unico partito pronto a compromessi sulla governance macroeconomica. Di fronte ad una proposta che non si può rifiutare, e a partner europei coesi, una Merkel all’ultimo giro potrebbe decidere di abbandonare la sua proverbiale cautela e approfittare di una situazione politica interna più disarticolata che in passato. Potrebbe essere l’ultimo treno che passa prima che si consegni il continente ai populisti euroscettici. *Direttore dipartimento ricerca economica di SciencesPo