La Legge di Bilancio per il 2018 è stata criticata per le “risorse limitate” di cui può disporre. Sul totale dei 20,4 miliardi previsti dalla manovra solo 3,8 potranno essere impiegati per manovrare ai fini della crescita. Un po’ poco considerando il ritardo dell’economia italiana, accumulato nell’ultimo decennio, e la lunga stagnazione che ha afflitto la transizione italiana nel passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio. Insomma, risorse modeste che devono essere utilizzate al meglio.
Ma a che punto siamo? Se ne è discusso al Convegno “Small Business, Banks, Finance, Innovation and Growth” organizzato dal Desp dell’Università di Urbino. Un incontro internazionale sulla crisi e le recenti trasformazioni dell’economia italiana, che hanno riguardato la struttura produttiva, l’intelaiatura finanziaria del paese e il legame tra imprenditorialità, finanza e processi innovativi. Dall’incontro è emerso qualche segnale positivo. Tuttavia ancora troppo debole per considerare derubricati i vincoli che condizionano la ripresa. Inumeri confermano lo scenario. Con la recessione si è avviata una trasformazione del sistema produttivo italiano che ha visto ridimensionare il numero di imprese (oltre 190 mila unità in meno) e di addetti (circa 800mila unità in meno). Si è avuto un ridimensionamento strutturale del tessuto produttivo in tutti i segmenti (numero di imprese, di addetti e valore aggiunto) con una flessione più marcata per le micro (1-9 addetti) e le piccole (10-49) imprese rispetto alle classi dimensionali più elevate. L’impatto della crisi è stato generalizzato. Tra il 2011 ed il 2014 il manifatturiero (-7.2% di imprese e -6.8 di addetti) e la gran parte del terziario (-4.7 e -3,3%) hanno registrato una contrazione del valore aggiunto. Con qualche differenziazione. Mentre nell’industria, a livello d’impresa, la produttività totale dei fattori (Ptf) ha registrato dal 2015 una positiva inversione di tendenza, la dinamica della Ptf è rimasta recessiva nei servizi (che rappresentano il 78% del valore aggiunto). Tra le imprese italiane, quelle che meglio hanno fronteggiato la crisi sono quelle internazionalizzate e di medie dimensioni. Imprese che hanno rafforzato la loro competitività, sia di costo che di qualità, e la loro sostenibilità economico-finanziaria. Dunque, un quadro eterogeneo in rapida trasformazione che, pur nel contesto recessivo dell’ultimo decennio, ha inviato timidi segnali di ripresa.
La Legge di Bilancio 2018 sembra entrare in questo solco, pur mettendo a disposizione poche risorse per governare le trasformazioni. In sostanza, due sono gli obiettivi principali della manovra. Da una parte, la crescita dell’occupazione con la nuova decontribuzione al 50% per i primi tre anni di contratto a tutele crescenti, con un tetto annuo di 3mila euro, per le assunzioni di giovani. Nelle intenzioni del governo, lo scopo è quello di riassorbire parte della disoccupazione giovanile (fino a 35 anni) attraverso il taglio del cuneo fiscale. La decontribuzione viene estesa al 100% per tutti i disoccupati nel Mezzogiorno, indipendentemente dall’età. La manovra è analoga a quella già varata nel 2014. Ha avuto effetti espansivi sull’occupazione nell’immediato, ma è da valutarne l’impatto nel medio periodo.
L’altro obiettivo è la produttività. La manovra di bilancio riconferma l’impianto di Industria 4.0. Con il superammortamento per l’acquisto di macchine utensili tradizionali (aliquota al 130%) e l’iperammortamento per l’acquisto di beni legati alla digitalizzazione (aliquota al 250%), oltre il rifinanziamento della Nuova Sabatini per i macchinari (330 milioni tra il 2018 e il 2023). Rimane aperto il tema di come pilotare le innovazioni digitali (anche attraverso un credito d’imposta del 40%, fino ad un imposto massimo annuale di 300mila euro). Inoltre la manovra pone una particolare attenzione alle aree ritardatarie del paese. Un approccio innovativo per il Mezzogiorno, nelle parole di Giuseppe Coco (coordinatore dei Consiglieri del ministro della Coesione Territoriale) ospite al convegno di Urbino, che consentirebbe di coniugare occupazione e produttività al Sud. Tra le misure adottate vi è il rifinanziamento del credito d’imposta per le imprese che investono nel Mezzogiorno (200 milioni per il 2018 e 150 per il 2019, da aggiungere ai 600 milioni annui già stanziati per il 2017-19). E il Fondo per la crescita dimensionale delle imprese del Sud (150 milioni per il 2018) che attraverso l’azione di Invitalia, in collaborazione con la Banca degli investimenti europei e Cdp, agirebbe da leva finanziaria per sviluppare un potenziale complessivo di almeno 300 milioni da investire nel Sud, con la partecipazione aggiuntiva (obbligatoria) del sistema finanziario privato (per ulteriori 150 milioni). Misure che nelle intenzioni del governo mirano a sostenere la crescita dimensionale delle Pmi nel Mezzogiorno recuperando gradi di produttività e occupazione.
Insomma, un insieme di risorse limitate, che nelle attese dei proponenti possono svolgere un ruolo positivo nella crescita. E, una manovra finanziaria che - pur non innovando sui temi della redistribuzione dei redditi e degli investimenti pubblici presenta implicitamente una prima ipotesi di dialogo tra misure per l’occupazione e interventi per la produttività. Perciò, un passo verso il coordinamento delle politiche economiche (del lavoro e industriali) che può sostenere il treno della ripresa.
* Ordinario di Politica Economica, Università di Urbino Carlo Bo
Ma a che punto siamo? Se ne è discusso al Convegno “Small Business, Banks, Finance, Innovation and Growth” organizzato dal Desp dell’Università di Urbino. Un incontro internazionale sulla crisi e le recenti trasformazioni dell’economia italiana, che hanno riguardato la struttura produttiva, l’intelaiatura finanziaria del paese e il legame tra imprenditorialità, finanza e processi innovativi. Dall’incontro è emerso qualche segnale positivo. Tuttavia ancora troppo debole per considerare derubricati i vincoli che condizionano la ripresa. Inumeri confermano lo scenario. Con la recessione si è avviata una trasformazione del sistema produttivo italiano che ha visto ridimensionare il numero di imprese (oltre 190 mila unità in meno) e di addetti (circa 800mila unità in meno). Si è avuto un ridimensionamento strutturale del tessuto produttivo in tutti i segmenti (numero di imprese, di addetti e valore aggiunto) con una flessione più marcata per le micro (1-9 addetti) e le piccole (10-49) imprese rispetto alle classi dimensionali più elevate. L’impatto della crisi è stato generalizzato. Tra il 2011 ed il 2014 il manifatturiero (-7.2% di imprese e -6.8 di addetti) e la gran parte del terziario (-4.7 e -3,3%) hanno registrato una contrazione del valore aggiunto. Con qualche differenziazione. Mentre nell’industria, a livello d’impresa, la produttività totale dei fattori (Ptf) ha registrato dal 2015 una positiva inversione di tendenza, la dinamica della Ptf è rimasta recessiva nei servizi (che rappresentano il 78% del valore aggiunto). Tra le imprese italiane, quelle che meglio hanno fronteggiato la crisi sono quelle internazionalizzate e di medie dimensioni. Imprese che hanno rafforzato la loro competitività, sia di costo che di qualità, e la loro sostenibilità economico-finanziaria. Dunque, un quadro eterogeneo in rapida trasformazione che, pur nel contesto recessivo dell’ultimo decennio, ha inviato timidi segnali di ripresa.
La Legge di Bilancio 2018 sembra entrare in questo solco, pur mettendo a disposizione poche risorse per governare le trasformazioni. In sostanza, due sono gli obiettivi principali della manovra. Da una parte, la crescita dell’occupazione con la nuova decontribuzione al 50% per i primi tre anni di contratto a tutele crescenti, con un tetto annuo di 3mila euro, per le assunzioni di giovani. Nelle intenzioni del governo, lo scopo è quello di riassorbire parte della disoccupazione giovanile (fino a 35 anni) attraverso il taglio del cuneo fiscale. La decontribuzione viene estesa al 100% per tutti i disoccupati nel Mezzogiorno, indipendentemente dall’età. La manovra è analoga a quella già varata nel 2014. Ha avuto effetti espansivi sull’occupazione nell’immediato, ma è da valutarne l’impatto nel medio periodo.
L’altro obiettivo è la produttività. La manovra di bilancio riconferma l’impianto di Industria 4.0. Con il superammortamento per l’acquisto di macchine utensili tradizionali (aliquota al 130%) e l’iperammortamento per l’acquisto di beni legati alla digitalizzazione (aliquota al 250%), oltre il rifinanziamento della Nuova Sabatini per i macchinari (330 milioni tra il 2018 e il 2023). Rimane aperto il tema di come pilotare le innovazioni digitali (anche attraverso un credito d’imposta del 40%, fino ad un imposto massimo annuale di 300mila euro). Inoltre la manovra pone una particolare attenzione alle aree ritardatarie del paese. Un approccio innovativo per il Mezzogiorno, nelle parole di Giuseppe Coco (coordinatore dei Consiglieri del ministro della Coesione Territoriale) ospite al convegno di Urbino, che consentirebbe di coniugare occupazione e produttività al Sud. Tra le misure adottate vi è il rifinanziamento del credito d’imposta per le imprese che investono nel Mezzogiorno (200 milioni per il 2018 e 150 per il 2019, da aggiungere ai 600 milioni annui già stanziati per il 2017-19). E il Fondo per la crescita dimensionale delle imprese del Sud (150 milioni per il 2018) che attraverso l’azione di Invitalia, in collaborazione con la Banca degli investimenti europei e Cdp, agirebbe da leva finanziaria per sviluppare un potenziale complessivo di almeno 300 milioni da investire nel Sud, con la partecipazione aggiuntiva (obbligatoria) del sistema finanziario privato (per ulteriori 150 milioni). Misure che nelle intenzioni del governo mirano a sostenere la crescita dimensionale delle Pmi nel Mezzogiorno recuperando gradi di produttività e occupazione.
Insomma, un insieme di risorse limitate, che nelle attese dei proponenti possono svolgere un ruolo positivo nella crescita. E, una manovra finanziaria che - pur non innovando sui temi della redistribuzione dei redditi e degli investimenti pubblici presenta implicitamente una prima ipotesi di dialogo tra misure per l’occupazione e interventi per la produttività. Perciò, un passo verso il coordinamento delle politiche economiche (del lavoro e industriali) che può sostenere il treno della ripresa.
* Ordinario di Politica Economica, Università di Urbino Carlo Bo