Il rischio elezioni sul consolidamento della ripresa
di PAOLO ONOFRI
Il 2017 si sta rivelando un anno dalle molte sorprese per gli economisti: ripresa più intensa del previsto in Italia e in Europa; andamento della crescita cinese e del commercio mondiale più sostenuto; allo stesso tempo, inflazione che non si risolleva, anzi, in Italia rallenta seppur di poco; tassi di interesse a lungo termine poco sopra i livelli di un anno fa e decisamente minori di quanto veniva generalmente previsto; nessun particolare effetto dell'incertezza politica da tempo preannunciata e quindi riduzione dello spread tra Btp e Bund, favorita anche dall'estensione del QE, dimezzato, sì, ma con un orizzonte che non è tassativo.
L'assuefazione a un contesto nazionale e internazionale altamente incerto da un punto di vista politico ha consentito a molti paesi di ritornare e superare i livelli di Pil reale del 2007 e al nostro di rafforzare il processo di lenta ripresa iniziato nella seconda metà del 2013. I dati di questa nostra ac…
L'assuefazione a un contesto nazionale e internazionale altamente incerto da un punto di vista politico ha consentito a molti paesi di ritornare e superare i livelli di Pil reale del 2007 e al nostro di rafforzare il processo di lenta ripresa iniziato nella seconda metà del 2013. I dati di questa nostra ac…
Il 2017 si sta rivelando un anno dalle molte sorprese per gli economisti: ripresa più intensa del previsto in Italia e in Europa; andamento della crescita cinese e del commercio mondiale più sostenuto; allo stesso tempo, inflazione che non si risolleva, anzi, in Italia rallenta seppur di poco; tassi di interesse a lungo termine poco sopra i livelli di un anno fa e decisamente minori di quanto veniva generalmente previsto; nessun particolare effetto dell'incertezza politica da tempo preannunciata e quindi riduzione dello spread tra Btp e Bund, favorita anche dall'estensione del QE, dimezzato, sì, ma con un orizzonte che non è tassativo.
L'assuefazione a un contesto nazionale e internazionale altamente incerto da un punto di vista politico ha consentito a molti paesi di ritornare e superare i livelli di Pil reale del 2007 e al nostro di rafforzare il processo di lenta ripresa iniziato nella seconda metà del 2013. I dati di questa nostra accelerazione sono sotto gli occhi di tutti: siamo ritornati al ritmo di crescita del 2010.
Il Prometeia Brief, appena reso disponibile, stima per la media dell'anno in corso un'espansione del Pil reale dell'1,6%. Per la prima volta è più ottimista dello stesso governo. La ripresa coinvolge l'80 per cento dei settori industriali che pesano più del 90 per cento dell'intero settore ed è sostenuta da un'espansione della domanda sia interna che estera; questi due dati erano entrambi inferiori al 10 per cento negli anni 2011 e 2012. La ripresa tocca anche il settore dei servizi favorito dalla ripresa dei consumi nazionali e il raddoppio della crescita delle spese dei turisti stranieri sul nostro territorio: dal 3,3 per cento medio degli anni 2014-2016 al 7 per cento dei primi otto mesi di quest'anno. Il credito bancario per imprese non troppo rischiose non è un vincolo, così pure per le famiglie. Se si astrae da arzigogoli quali il disavanzo strutturale, i conti dell'amministrazione Pubblica migliorano il disavanzo in termini di Pil di quattro decimi di punto, cui contribuiscono il maggiore avanzo primario, la riduzione degli oneri da interessi e la crescita del Pil.
Vi è un consenso molto ampio nel valutare in rallentamento la crescita del 2018, nelle previsioni di Prometeia scenderebbe all'1,3 per cento: l'attesa di aumento dei tassi di interesse a lungo termine degli Usa e la loro diffusione internazionale corroborata dalla riduzione del quantitative easing nell'euro area, la incertezza, per il nostro paese, sulla politica economica conseguente o a una situazione di stallo post elettorale, oppure alle incognite di un eventuale governo a guida Movimento 5 stelle.
Inoltre, proseguirà la riduzione del disavanzo pubblico; avremo un anno elettorale con restrizione di bilancio? È accaduto negli ultimi 20 anni solamente nel 2006; in quel caso si accompagnò a un'accelerazione significativa della crescita. D'altra parte è anche vero che i governi di questi ultimi cinque anni ci hanno abituati a sorprese positive nel rispetto degli obiettivi di bilancio che si erano dati. Aiutati, come già detto, dalla riduzione degli interessi; riduzione che, data l'entità dei rinnovi del debito pubblico, continuerà ad aiutare anche nel 2018. Ma dalla primavera in poi quale governo si prenderà in carico dell'implementazione delle linee di bilancio approvate dall'attuale Parlamento?
Comunque, prescindendo da questo aspetto di profonda incertezza, non va scartata l'ipotesi che l'abbrivio della crescita economica sia sufficiente, nel corso del prossimo anno, per determinare una crescita uguale a quella attuale, come il governo Gentiloni si aspetta. Una possibilità che ciò si verifichi potrebbe essere propiziata, eventualmente, da una lunga trattativa per la formazione del governo se, invece di essere destabilizzante, fosse letta alla tedesca come garanzia di governabilità futura. Chissà!
Detto tutto ciò, va considerato che, man mano che la ripresa si rafforza, lo iato tra le opinioni pessimiste e ottimiste si allarga: da un lato quei cittadini che si fanno sentire, amplificati dai social network e da parte dei media, dall'altro la narrazione del governo e di una fetta degli economisti. Iato alimentato da diversi fenomeni: ripresa a macchie di leopardo territoriali, settoriali e aziendali; valutazione tassi di variazione vs livelli che alimentano la percezione del non ancora recupero degli standard ante crisi; la distribuzione dei redditi e della ricchezza percepiti come decisamente più diseguale. Infatti, in Europa sono rimasti solamente quattro paesi a non avere ancora raggiunto i livelli di Pil reale del 2007: Finlandia, Grecia, Portogallo e Italia.
Nel nostro caso la distanza che ci separa ancora dai livelli del 2007 del Pil reale è pari al sei per cento. Se riusciamo a mantenere il ritmo attuale nel giro di qualche anno torneremo a quel livello, ma per consolidare questo ritmo è necessario correggere al rialzo le tendenze di fondo della nostra crescita e riportarle almeno a quelle del 1996-2007 che furono dell'1,6 per cento medio annuo. A questo fine sarebbero necessari, absit iniuria verbis, interventi strutturali. Ma questa, come si usa dire, è tutta un'altra storia; è quella che dovremmo sentirci narrare da chi si candida a governare. In pochi lo fanno (quelli per i quali allo stato attuale è meno probabile che accada di ritornare al governo del paese); per tutti gli altri si sente discutere di come distribuire risorse pubbliche, anziché eventualmente redistribuirle, dopo averle prodotte in maggiore misura.
L'assuefazione a un contesto nazionale e internazionale altamente incerto da un punto di vista politico ha consentito a molti paesi di ritornare e superare i livelli di Pil reale del 2007 e al nostro di rafforzare il processo di lenta ripresa iniziato nella seconda metà del 2013. I dati di questa nostra accelerazione sono sotto gli occhi di tutti: siamo ritornati al ritmo di crescita del 2010.
Il Prometeia Brief, appena reso disponibile, stima per la media dell'anno in corso un'espansione del Pil reale dell'1,6%. Per la prima volta è più ottimista dello stesso governo. La ripresa coinvolge l'80 per cento dei settori industriali che pesano più del 90 per cento dell'intero settore ed è sostenuta da un'espansione della domanda sia interna che estera; questi due dati erano entrambi inferiori al 10 per cento negli anni 2011 e 2012. La ripresa tocca anche il settore dei servizi favorito dalla ripresa dei consumi nazionali e il raddoppio della crescita delle spese dei turisti stranieri sul nostro territorio: dal 3,3 per cento medio degli anni 2014-2016 al 7 per cento dei primi otto mesi di quest'anno. Il credito bancario per imprese non troppo rischiose non è un vincolo, così pure per le famiglie. Se si astrae da arzigogoli quali il disavanzo strutturale, i conti dell'amministrazione Pubblica migliorano il disavanzo in termini di Pil di quattro decimi di punto, cui contribuiscono il maggiore avanzo primario, la riduzione degli oneri da interessi e la crescita del Pil.
Vi è un consenso molto ampio nel valutare in rallentamento la crescita del 2018, nelle previsioni di Prometeia scenderebbe all'1,3 per cento: l'attesa di aumento dei tassi di interesse a lungo termine degli Usa e la loro diffusione internazionale corroborata dalla riduzione del quantitative easing nell'euro area, la incertezza, per il nostro paese, sulla politica economica conseguente o a una situazione di stallo post elettorale, oppure alle incognite di un eventuale governo a guida Movimento 5 stelle.
Inoltre, proseguirà la riduzione del disavanzo pubblico; avremo un anno elettorale con restrizione di bilancio? È accaduto negli ultimi 20 anni solamente nel 2006; in quel caso si accompagnò a un'accelerazione significativa della crescita. D'altra parte è anche vero che i governi di questi ultimi cinque anni ci hanno abituati a sorprese positive nel rispetto degli obiettivi di bilancio che si erano dati. Aiutati, come già detto, dalla riduzione degli interessi; riduzione che, data l'entità dei rinnovi del debito pubblico, continuerà ad aiutare anche nel 2018. Ma dalla primavera in poi quale governo si prenderà in carico dell'implementazione delle linee di bilancio approvate dall'attuale Parlamento?
Comunque, prescindendo da questo aspetto di profonda incertezza, non va scartata l'ipotesi che l'abbrivio della crescita economica sia sufficiente, nel corso del prossimo anno, per determinare una crescita uguale a quella attuale, come il governo Gentiloni si aspetta. Una possibilità che ciò si verifichi potrebbe essere propiziata, eventualmente, da una lunga trattativa per la formazione del governo se, invece di essere destabilizzante, fosse letta alla tedesca come garanzia di governabilità futura. Chissà!
Detto tutto ciò, va considerato che, man mano che la ripresa si rafforza, lo iato tra le opinioni pessimiste e ottimiste si allarga: da un lato quei cittadini che si fanno sentire, amplificati dai social network e da parte dei media, dall'altro la narrazione del governo e di una fetta degli economisti. Iato alimentato da diversi fenomeni: ripresa a macchie di leopardo territoriali, settoriali e aziendali; valutazione tassi di variazione vs livelli che alimentano la percezione del non ancora recupero degli standard ante crisi; la distribuzione dei redditi e della ricchezza percepiti come decisamente più diseguale. Infatti, in Europa sono rimasti solamente quattro paesi a non avere ancora raggiunto i livelli di Pil reale del 2007: Finlandia, Grecia, Portogallo e Italia.
Nel nostro caso la distanza che ci separa ancora dai livelli del 2007 del Pil reale è pari al sei per cento. Se riusciamo a mantenere il ritmo attuale nel giro di qualche anno torneremo a quel livello, ma per consolidare questo ritmo è necessario correggere al rialzo le tendenze di fondo della nostra crescita e riportarle almeno a quelle del 1996-2007 che furono dell'1,6 per cento medio annuo. A questo fine sarebbero necessari, absit iniuria verbis, interventi strutturali. Ma questa, come si usa dire, è tutta un'altra storia; è quella che dovremmo sentirci narrare da chi si candida a governare. In pochi lo fanno (quelli per i quali allo stato attuale è meno probabile che accada di ritornare al governo del paese); per tutti gli altri si sente discutere di come distribuire risorse pubbliche, anziché eventualmente redistribuirle, dopo averle prodotte in maggiore misura.