Economia

Prima

La Brexit e il conto della finanza

2 minuti di lettura
Alla fine, chi pagherà il conto della Brexit? Man mano che si avvicina la scadenza dell'appuntamento che vedrà uscire il Regno Unito dalla Ue diventa più chiaro il quadro economico che si profila. Una ricerca dello studio Ambrosetti presentata recentemente a Cernobbio sostiene che la mancata crescita del Pil varia tra il 2 e l'8 per cento nei prossimi 15 anni. Il governo inglese, in particolare, vede in caso di accordo di libero scambio - l'ipotesi più favorevole a Londra - una crescita del Pil più bassa del 5 per cento nei prossimi 15 anni. Specularmente, la mancata crescita della ricchezza lorda comunitaria è stimata invece oscillare tra lo 0,11 e lo 0,25 per cento.

Anche sul commercio a perdere sarà Londra: la sterlina debole oggi traina l'export, che nel periodo luglio 2016/ dicembre 2017 ha registrato una crescita mensile dello 0,9 per cento. Ma il Regno Unito resta un importatore netto: e nel solo 2017 la bilancia commerciale è stata negativa per 100 miliardi di euro, annullando l'effetto della sterlina debole sui conti. Altro dato: il 34 per cento dell'export verso la Ue rimarrà privo di tariffe grazie allo scudo del Wto. Ma una quota compresa tra il 15 e il 27 per cento delle merci inglesi rischia di avere tariffe elevate, con un danno di 30 miliardi di euro per le imprese, spalmati su automotive, agricoltura, alimentari, prodotti chimici. Il pericolo più grosso viene però dallo shock che potrebbe subire il settore finanziario, con danni permanenti per tutti. Anche qui parlano le cifre. Nel 2017 sono state realizzate nel Regno Unito il 27 per cento delle Ipo, il 50 per cento delle attività di fund management, il 74 per cento del trading sui derivati in tassi di interesse, e il 78 per cento delle attività di capital market. Lavora a Londra l'87 per cento dei dipendenti europei delle grandi banche di investimento americane.

Il destino di questo impero finanziario è legato al mantenimento o meno del cosiddetto passaporto bancario europeo, che consente alle banche presenti nel regno Unito condizioni di reciprocità all'interno della Ue. La Barclay's ha lanciato l'allarme: vacilla l'intero sistema degli asset management, che ha a Londra il suo centro mondiale. Brexit insomma "è un attacco alla base della stabilità finanziaria". Il negoziatore inglese David Davis nei giorni scorsi ha sparso ottimismo. "Londra resterà il più grande e importante centro finanziario mondiale", ha detto. Ma Lloyd Blankfein, ceo di quella Goldman Sachs che a Londra sta costruendo una nuova sede da 1,4 miliardi di dollari, lo ha gelato: "Le gru stanno lavorando - ha detto - ma se avessimo saputo di Brexit non sarebbero qui". Non ha aggiunto, ma forse lo ha pensato: una volta completata, la si può anche affittare.