Sale la tensione fra Stati Uniti e Cina. Dopo un anno di annunci, Trump passa ai fatti: dazi per oltre 50 miliardi di dollari per ridurre il deficit che supera i 375 miliardi di dollari nei confronti dei cinesi. La Cina reagisce con insolita rapidità puntando al cuore dell'elettorato repubblicano con l'obiettivo di creare problemi a Trump, vara misure di sovra tariffazione doganale su prodotti aeronautici, soia, carne di maiale e altro. Le borse reagiscono con discreta apprensione e i media di tutto il mondo intravedono i presupposti di una nefasta guerra commerciale globale, appena attenuati dall'insorgere di nuove e più drammatiche emergenze negli ultimissimi giorni (Siria) e dall'apertura di un timido negoziato.
Mi permetto di dissentire dal sentiment prevalente. Il rispetto che nutro per l'apparato della Casa Bianca, l'uso della retorica che fa Trump e la conoscenza della lucidità con cui i cinesi si muovono su queste partite mi fanno pensare che si tratti di una interessante evoluzione di uno scenario a tre fattori: la più ampia apertura del mercato cinese alle imprese americane automotive e finanza in primis, il maggior rispetto dei diritti di proprietà intellettuale da parte cinese, l'avvio di una soluzione della crisi nord coreana. Nessuno dei due contendenti avrebbe da guadagnare in una partita a scacchi che si trasformi in battaglia commerciale. Attenzione al timing di Trump: la levata di scudi deriva dalla presa di coscienza definitiva che la Cina, con il piano Made in China 2025 e gli investimenti sul fronte militare, è un contraltare politico e tecnologico all'egemonia americana, per la prima volta dal dopoguerra. Se l'obiettivo di Trump fosse la riduzione del deficit commerciale, la manovra sui dazi non coglierebbe il punto perché il deficit commerciale americano nei confronti dei cinesi non è solo il risultato di politiche di dumping quanto il frutto del comportamento americano, cioè troppi consumi e bassi investimenti.
A parità di comportamento della società americana, un'eventuale riduzione del disavanzo con la Cina troverebbe uno sfogo in altri Paesi che vedrebbero aumentare le esportazioni verso gli Usa. A questo si aggiunga il fatto che le catene di produzione sono globali e l'azione nei confronti della Cina avrebbe effetti ben diversi da quelli auspicati. Per due motivi: 100 dei 370 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina derivano da imprese americane insediate nell'ex Impero di Mezzo. In secondo luogo, in Cina vengono condotte operazioni di assemblaggio di componenti realizzati in altri Paesi: l'effetto complessivo sarebbe quello di penalizzare gli amici degli Usa come il Giappone. Sul fronte cinese, due ulteriori considerazioni: la fame e il bisogno di know -how sono molto rilevanti. Non possiamo pensare a una Cina che cammina da sola sul fronte della sua trasformazione da workshop produttivo del mondo a sistema industriale che punta all'innovazione. L'obiettivo varato nel 2013 di lanciare la Belt and Road Initiative - una sorta di piano Marshall alla potenza con 1 trilione di dollari di investimenti previsti - necessita di una costruzione di consenso molto ampia, che sarebbe molto più difficile raggiungere se la Cina, alzando troppo i toni con gli Usa, palesasse plasticamente una identità egemonica. Mi pare che l'aggressività di Trump celi, coerentemente con le abitudini negoziali del presidente, un secondo fine: stabilire legittimamente condizioni orientate a un principio di reciprocità sul fronte del business e dello sviluppo tecnologico.
La cultura cinese non si contraddistingue per l'affermazione di strappi, tantomeno sul terreno delle relazioni internazionali. Xi Jinping ha in mente una nuova Cina che diventi protagonista assoluta nello scacchiere internazionale, ma deve ancora guadagnare tempo: il ribilanciamento economico in corso a livello interno - più consumi e meno investimenti e export - è troppo in embrione per rendere conveniente un'esasperazione dei toni rispetto ai mercati occidentali - Usa in primis - da cui il Pil cinese ancora dipende. E non dimentichiamo che il raffreddamento dei bollori nucleari di Kim Jong-un passa per la Cina, che detiene di fatto i cordoni della borsa della Corea del Nord. Non c'è un solo motivo di convenienza per i due Paesi di spingere troppo nella direzione di un confronto sempre più muscolare sul fronte commerciale.
* School of management Politecnico di Milano, Prorettore per la Cina
Mi permetto di dissentire dal sentiment prevalente. Il rispetto che nutro per l'apparato della Casa Bianca, l'uso della retorica che fa Trump e la conoscenza della lucidità con cui i cinesi si muovono su queste partite mi fanno pensare che si tratti di una interessante evoluzione di uno scenario a tre fattori: la più ampia apertura del mercato cinese alle imprese americane automotive e finanza in primis, il maggior rispetto dei diritti di proprietà intellettuale da parte cinese, l'avvio di una soluzione della crisi nord coreana. Nessuno dei due contendenti avrebbe da guadagnare in una partita a scacchi che si trasformi in battaglia commerciale. Attenzione al timing di Trump: la levata di scudi deriva dalla presa di coscienza definitiva che la Cina, con il piano Made in China 2025 e gli investimenti sul fronte militare, è un contraltare politico e tecnologico all'egemonia americana, per la prima volta dal dopoguerra. Se l'obiettivo di Trump fosse la riduzione del deficit commerciale, la manovra sui dazi non coglierebbe il punto perché il deficit commerciale americano nei confronti dei cinesi non è solo il risultato di politiche di dumping quanto il frutto del comportamento americano, cioè troppi consumi e bassi investimenti.
A parità di comportamento della società americana, un'eventuale riduzione del disavanzo con la Cina troverebbe uno sfogo in altri Paesi che vedrebbero aumentare le esportazioni verso gli Usa. A questo si aggiunga il fatto che le catene di produzione sono globali e l'azione nei confronti della Cina avrebbe effetti ben diversi da quelli auspicati. Per due motivi: 100 dei 370 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina derivano da imprese americane insediate nell'ex Impero di Mezzo. In secondo luogo, in Cina vengono condotte operazioni di assemblaggio di componenti realizzati in altri Paesi: l'effetto complessivo sarebbe quello di penalizzare gli amici degli Usa come il Giappone. Sul fronte cinese, due ulteriori considerazioni: la fame e il bisogno di know -how sono molto rilevanti. Non possiamo pensare a una Cina che cammina da sola sul fronte della sua trasformazione da workshop produttivo del mondo a sistema industriale che punta all'innovazione. L'obiettivo varato nel 2013 di lanciare la Belt and Road Initiative - una sorta di piano Marshall alla potenza con 1 trilione di dollari di investimenti previsti - necessita di una costruzione di consenso molto ampia, che sarebbe molto più difficile raggiungere se la Cina, alzando troppo i toni con gli Usa, palesasse plasticamente una identità egemonica. Mi pare che l'aggressività di Trump celi, coerentemente con le abitudini negoziali del presidente, un secondo fine: stabilire legittimamente condizioni orientate a un principio di reciprocità sul fronte del business e dello sviluppo tecnologico.
La cultura cinese non si contraddistingue per l'affermazione di strappi, tantomeno sul terreno delle relazioni internazionali. Xi Jinping ha in mente una nuova Cina che diventi protagonista assoluta nello scacchiere internazionale, ma deve ancora guadagnare tempo: il ribilanciamento economico in corso a livello interno - più consumi e meno investimenti e export - è troppo in embrione per rendere conveniente un'esasperazione dei toni rispetto ai mercati occidentali - Usa in primis - da cui il Pil cinese ancora dipende. E non dimentichiamo che il raffreddamento dei bollori nucleari di Kim Jong-un passa per la Cina, che detiene di fatto i cordoni della borsa della Corea del Nord. Non c'è un solo motivo di convenienza per i due Paesi di spingere troppo nella direzione di un confronto sempre più muscolare sul fronte commerciale.
* School of management Politecnico di Milano, Prorettore per la Cina