Economia

La reciprocità resta una chimera nelle relazioni fra Cina, Ue e Usa

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Un quarto delle acquisizioni cinesi realizzate in Europa negli ultimi anni non sarebbe stato permesso a parti invertite. Un’altra metà sarebbe stata possibile per legge, ma di fatto molto improbabile per il controllo “informale” esercitato da Pechino su settori strategici. La reciprocità nell’accesso ai mercati è una delle rivendicazioni avanzate più spesso da Stati Uniti e Ue nei confronti della Cina. Quanto distante resti la realtà dall’obiettivo, lo mostra uno studio dei think tank Merics e Rhodium Group, che ha analizzato tutte le acquisizioni superiori al miliardo di euro portate a termine da soggetti del Dragone nei confronti di aziende comunitarie tra il 2000 e il 2017, e provato a rovesciare le bandiere di preda e cacciatore: in ben tre casi su quattro le stesse operazioni sarebbero state bloccate. Tra le acquisizioni considerate, l’unica che coinvolge l’Italia è quella di Pirelli da parte di ChemChina, una delle poche che secondo i ricercatori sarebbe stata possibile anche nell’altro senso. Non così per quella dei cinema Odeon & Uci da parte di Wanda o della software house finlandese Supercell, specializzata in videogiochi per smartphone, da parte di Tencent: in entrambi i settori vigono in Cina restrizioni alle proprietà straniere. Mentre in molti altri casi, come per esempio il discusso acquisto del produttore tedesco di robot Kuka da parte di Midea o quello della società di leasing di aeromobili Avolon da parte di Hna, pur non essendoci un vero blocco legale, le operazioni di senso inverso sarebbero state rese improbabili dall’attenzione delle autorità cinesi per industrie chiave come il trasporto aereo o l’automazione. Il tema della reciprocità si riproporrà con forza nei prossimi giorni, quando la missione americana inviata da Trump a Pechino proverà a chiudere un accordo commerciale e scongiurare l’escalation di dazi. Di fronte a una situazione così sbilanciata, è evidente che le aperture annunciate dalla Cina nel settore dell’auto, dove il tetto al 50% imposto ai capitali stranieri verrà abbandonato, non possono essere sufficienti per Washington. E a maggior ragione non lo dovrebbero essere per l’Europa. Da tempo Ue e Cina stanno negoziando un accordo complessivo sugli investimenti, trattativa che però procede a rilento. Nell’attesa, il suggerimento dei ricercatori è dotarsi di strumenti come un meccanismo comunitario per lo screening degli investimenti. Più che un blocco da giocare contro i capitali di Pechino, un pungolo per smuoverla dalla sua inerzia.