Banche, una crisi senza apparente fine
Alessandro Penati , di ALESSANDRO PENATI
La politica dei tassi negativi della Bce ha suscitato molte critiche e ha avuto ampia eco anche in Italia per la decisione di Unicredit di applicare tassi negativi sui depositi oltre il milione. Un segnale delle difficoltà che da tempo affliggono le banche dell'Eurozona.
Dai minimi del 2009 l'indice delle banche ha perso un altro 32%, nonostante il +86% delle Borse europee. Oggi le banche valgono poco: in media lo 0,6 del patrimonio netto (indice Euro Stoxx Banks); non molto più dello 0,55 medio del 2011/12, al culmine della crisi della moneta unica, nonostante le condizioni finanziarie siano radicalmente migliorate. È un problema comune all'Eurozona, non solo delle banche italiane.
La bassa valutazione rispecchia la bassa redditività: in media ci si attende il 7%, insufficiente a remunerare adeguatamente il rischio del capitale in bilancio; di qui lo sconto del mercato. L'aspettativa è che la redditività depressa perduri nei…
Dai minimi del 2009 l'indice delle banche ha perso un altro 32%, nonostante il +86% delle Borse europee. Oggi le banche valgono poco: in media lo 0,6 del patrimonio netto (indice Euro Stoxx Banks); non molto più dello 0,55 medio del 2011/12, al culmine della crisi della moneta unica, nonostante le condizioni finanziarie siano radicalmente migliorate. È un problema comune all'Eurozona, non solo delle banche italiane.
La bassa valutazione rispecchia la bassa redditività: in media ci si attende il 7%, insufficiente a remunerare adeguatamente il rischio del capitale in bilancio; di qui lo sconto del mercato. L'aspettativa è che la redditività depressa perduri nei…
La politica dei tassi negativi della Bce ha suscitato molte critiche e ha avuto ampia eco anche in Italia per la decisione di Unicredit di applicare tassi negativi sui depositi oltre il milione. Un segnale delle difficoltà che da tempo affliggono le banche dell'Eurozona.
Dai minimi del 2009 l'indice delle banche ha perso un altro 32%, nonostante il +86% delle Borse europee. Oggi le banche valgono poco: in media lo 0,6 del patrimonio netto (indice Euro Stoxx Banks); non molto più dello 0,55 medio del 2011/12, al culmine della crisi della moneta unica, nonostante le condizioni finanziarie siano radicalmente migliorate. È un problema comune all'Eurozona, non solo delle banche italiane.
La bassa valutazione rispecchia la bassa redditività: in media ci si attende il 7%, insufficiente a remunerare adeguatamente il rischio del capitale in bilancio; di qui lo sconto del mercato. L'aspettativa è che la redditività depressa perduri nei prossimi anni.
Politica, autorità monetarie e management bancario si dividono la responsabilità del declino. Il pubblico scandalo per gli interventi a sostegno delle banche dopo la crisi finanziaria ha indotto le autorità a imporre coefficienti di capitalizzazione sempre più elevati rispetto agli attivi ponderati per il rischio, per ridurre drasticamente la leva e la rischiosità degli attivi. L'inevitabile conseguenza è stata il crollo della redditività sul capitale, scesa dal 17% medio nel periodo 2000-2007, al 7%.
Di fatto quello bancario è diventato quasi un settore di pubblica utilità, che distribuisce dividendi elevati per via dell'eccesso di capitale e della mancanza di opportunità di investimento redditizie. A queste valutazioni, infatti, il tasso medio del dividendo dell'indice bancario (6%) è più alto delle utilities (4,6%). A deprimere la redditività ha poi concorso anche la politica monetaria dei tassi negativi.
La riduzione del rischio imposta dalle autorità implica gravi danni collaterali che ne minano lo scopo. Bassa redditività e bassi multipli rendono arduo il processo di aggregazione essenziale per l'efficienza del sistema, e gli aumenti di capitale richiesti dagli obblighi di patrimonializzazione. La riduzione della rischiosità ha fatto sì che una larga fetta del mercato del credito, quello a più alto rendimento (e rischio), si spostasse verso il cosiddetto shadow banking, con effetti perversi sul rischio finanziario complessivo dell'Eurozona; e l'investment banking è sempre più appannaggio delle banche americane.
Ma anche il management ha gravi responsabilità. Applicare tassi negativi ai grandi depositi, che sono molto mobili, non risolve il problema della redditività. Le banche non hanno ancora affrontato con decisione i costi ereditati da un'epoca in cui macinavano profitti, e mantengono una rete di distribuzione fisica costosa e in larga parte inutile. Personalismi, gelosie e nazionalismi impediscono fusioni e acquisizioni, specie transnazionali, che permetterebbero a un sistema frazionato e sottodimensionato di beneficiare delle economie di scala.
Tutte le banche puntano sui ricavi da commissioni proprio quando tecnologia, innovazione finanziaria e concorrenza delle società non bancarie le stanno falcidiando: basti pensare all'esplosione degli Etf nel risparmio gestito, alle piattaforme digitali e uso di intelligenza artificiale per l'erogazione dei crediti; o alle iniziative online per la ricerca di mutui e polizze alle condizioni più vantaggiose. Ma è proprio sulla tecnologia che le banche stanno perdendo la partita. Non si sono accorte che la rivoluzione digitale avrebbe rivoluzionato il sistema dei pagamenti e l'offerta di prodotti e servizi. Così sono rimaste alla finestra a guardare, lasciando che fossero le società non finanziarie a svilupparli, con grande profitto.
Dai minimi del 2009 l'indice delle banche ha perso un altro 32%, nonostante il +86% delle Borse europee. Oggi le banche valgono poco: in media lo 0,6 del patrimonio netto (indice Euro Stoxx Banks); non molto più dello 0,55 medio del 2011/12, al culmine della crisi della moneta unica, nonostante le condizioni finanziarie siano radicalmente migliorate. È un problema comune all'Eurozona, non solo delle banche italiane.
La bassa valutazione rispecchia la bassa redditività: in media ci si attende il 7%, insufficiente a remunerare adeguatamente il rischio del capitale in bilancio; di qui lo sconto del mercato. L'aspettativa è che la redditività depressa perduri nei prossimi anni.
Politica, autorità monetarie e management bancario si dividono la responsabilità del declino. Il pubblico scandalo per gli interventi a sostegno delle banche dopo la crisi finanziaria ha indotto le autorità a imporre coefficienti di capitalizzazione sempre più elevati rispetto agli attivi ponderati per il rischio, per ridurre drasticamente la leva e la rischiosità degli attivi. L'inevitabile conseguenza è stata il crollo della redditività sul capitale, scesa dal 17% medio nel periodo 2000-2007, al 7%.
Di fatto quello bancario è diventato quasi un settore di pubblica utilità, che distribuisce dividendi elevati per via dell'eccesso di capitale e della mancanza di opportunità di investimento redditizie. A queste valutazioni, infatti, il tasso medio del dividendo dell'indice bancario (6%) è più alto delle utilities (4,6%). A deprimere la redditività ha poi concorso anche la politica monetaria dei tassi negativi.
La riduzione del rischio imposta dalle autorità implica gravi danni collaterali che ne minano lo scopo. Bassa redditività e bassi multipli rendono arduo il processo di aggregazione essenziale per l'efficienza del sistema, e gli aumenti di capitale richiesti dagli obblighi di patrimonializzazione. La riduzione della rischiosità ha fatto sì che una larga fetta del mercato del credito, quello a più alto rendimento (e rischio), si spostasse verso il cosiddetto shadow banking, con effetti perversi sul rischio finanziario complessivo dell'Eurozona; e l'investment banking è sempre più appannaggio delle banche americane.
Ma anche il management ha gravi responsabilità. Applicare tassi negativi ai grandi depositi, che sono molto mobili, non risolve il problema della redditività. Le banche non hanno ancora affrontato con decisione i costi ereditati da un'epoca in cui macinavano profitti, e mantengono una rete di distribuzione fisica costosa e in larga parte inutile. Personalismi, gelosie e nazionalismi impediscono fusioni e acquisizioni, specie transnazionali, che permetterebbero a un sistema frazionato e sottodimensionato di beneficiare delle economie di scala.
Tutte le banche puntano sui ricavi da commissioni proprio quando tecnologia, innovazione finanziaria e concorrenza delle società non bancarie le stanno falcidiando: basti pensare all'esplosione degli Etf nel risparmio gestito, alle piattaforme digitali e uso di intelligenza artificiale per l'erogazione dei crediti; o alle iniziative online per la ricerca di mutui e polizze alle condizioni più vantaggiose. Ma è proprio sulla tecnologia che le banche stanno perdendo la partita. Non si sono accorte che la rivoluzione digitale avrebbe rivoluzionato il sistema dei pagamenti e l'offerta di prodotti e servizi. Così sono rimaste alla finestra a guardare, lasciando che fossero le società non finanziarie a svilupparli, con grande profitto.