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(reuters)

La guerra del 5g

Gli effetti delle visioni divergenti tra Washington e Pechino plasmeranno le regole del gioco di internet e dell’economia dei prossimi anni
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Quando il 15 maggio dell’anno scorso Donald Trump ha deciso di mettere al bando la tecnologia cinese dal territorio degli Stati Uniti, l’obiettivo era chiaro. Il governo federale americano è convinto, e lo ha ribadito anche nelle scorse settimane, che Huawei abbia progettato le reti 5g lasciando una porta d’accesso segreta per Pechino. La Cina sarebbe dunque in grado di accedere ai dati che passeranno su queste reti, secondo i report dell’intelligence americana, che l’azienda fondata da Ren Zhengfei nel 1987 contesta puntualmente.

L’ordine esecutivo del maggio 2019 ha la forza di un gesto simbolico che riesce a confermare una tendenza ormai profonda. Potremmo ricordarlo in futuro come il momento chiave in cui, perdute le illusioni su una rete internet connessa, neutrale e davvero globale, gli Stati hanno deciso di andare allo scoperto e procedere alla balcanizzazione di internet. Sullo scacchiere ci sono tre grandi attori principali - Stati …
Quando il 15 maggio dell’anno scorso Donald Trump ha deciso di mettere al bando la tecnologia cinese dal territorio degli Stati Uniti, l’obiettivo era chiaro. Il governo federale americano è convinto, e lo ha ribadito anche nelle scorse settimane, che Huawei abbia progettato le reti 5g lasciando una porta d’accesso segreta per Pechino. La Cina sarebbe dunque in grado di accedere ai dati che passeranno su queste reti, secondo i report dell’intelligence americana, che l’azienda fondata da Ren Zhengfei nel 1987 contesta puntualmente.

L’ordine esecutivo del maggio 2019 ha la forza di un gesto simbolico che riesce a confermare una tendenza ormai profonda. Potremmo ricordarlo in futuro come il momento chiave in cui, perdute le illusioni su una rete internet connessa, neutrale e davvero globale, gli Stati hanno deciso di andare allo scoperto e procedere alla balcanizzazione di internet. Sullo scacchiere ci sono tre grandi attori principali - Stati Uniti, Unione europea e Cina - con le relative sfere di influenza. Nell’epoca digitale non è una sorpresa che queste nuove barriere producano effetti anche sulle decisioni di investimento: la corsa delle big tech cinesi in Silicon Valley ha subito una netta frenata nel 2019. Baidu, Alibaba e Tencent hanno investito in startup americane 560 milioni di dollari nell’ultimo anno, l’84% in meno rispetto al 2018 e meno di un ottavo dei 4,7 miliardi investiti nel 2015, secondo i dati di Pitchbook. Anche brand molto noti come Lyft e Snapchat avevano ottenuto fondi cinesi.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sale a bordo dell'Air Force One in India, il 25 febbraio 2020 (Mandel NGAN / AFP) (afp)

Il China Global Investment Tracker, che osserva tutti gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, conferma l’andamento: dal picco del 2016 (61 deals, 53 miliardi), il 2019 ha registrato accordi per soli 3,2 miliardi. La flessione riguarda anche il mercato interno cinese: secondo Crunchbase il venture capital ha registrato un calo significativo nei primi 11 mesi del 2019 rispetto al 2018, passando da 93,4 miliardi di dollari a 35,6 di investimenti.

Prima del caso Huawei, comunque, l’ecosistema digitale cinese aveva assaggiato la linea dura americana nel 2018 quando il Comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti aveva bloccato l’acquisizione dell’americana MoneyGram, una piattaforma per inviare denaro all’estero, da parte di Ant Financial, che fa parte del gruppo Alibaba. Il fondo cinese che più aveva investito in California, ZhenFund, ha annunciato in ottobre che non metterà più uno yuan su startup americane. La stretta decisa dal governo federale ha infatti imposto un periodo di 45 giorni in cui ogni investimento, anche in quote di minoranza di una società, possa essere analizzato prima di ottenere il via libera. “È semplice, questo rende qualsiasi investimento impossibile”, ha detto un ex partner di ZhenFund, Jiang Wei.

Ren Zhengfei, fondatore del colosso telefonico Huawei al World Economic Forum di Davos nel 2019 (Afp)
  

Gli investimenti in tecnologia richiedono spesso anni per produrre frutti, e dunque è probabile che gli effetti delle visioni divergenti tra Washington e Pechino plasmeranno le regole del gioco di internet e dell’economia dei prossimi anni. In questo scenario non si può dimenticare la sfida commerciale combattuta da Trump a forza di dazi sulla merce cinese. Ma se la partita della bilancia commerciale è tattica, perché punta a un risultato ben preciso, le decisioni sulla tecnologia sono invece strategiche.

Chi prova però a leggere questo intreccio seguendo i classici schemi della geopolitica rischia di smarrire la bussola. Proprio nella settimana che ha separato il Regno Unito dall’Unione europea, infatti, il governo di Boris Johnson ha sfidato l’esplicito consiglio della Casa Bianca e ha approvato il bando per far costruire la rete 5g del Paese proprio a Huawei, sia pure con qualche limitazione. Molti osservatori si aspettavano che dopo Brexit, Londra avrebbe privilegiato la famosa special relationship con gli Stati Uniti. Perché non lo ha fatto? La risposta rivela il potere - quasi assoluto - di chi domina una nuova tecnologia. La leadership di Huawei, e dunque della Cina, obbliga qualsiasi cliente con un vincolo di bilancio (ovvero, qualsiasi cliente) a preferirla: costa meno della concorrenza europea di Nokia e Ericsson, e grazie alla dimensione acquisita ha investito molto di più in ricerca e sviluppo. Ovviamente, chiunque paghi un prezzo troppo basso, dovrebbe sapere che sta pagando in altro modo. In questo caso, secondo le accuse americane, si paga con minori garanzie di sicurezza. Pochi giorni fa un procuratore federale di New York ha persino accusato Huawei del reato di "criminalità organizzata", per aver rubato segreti commerciali ad almeno sei aziende americane, tra cui T-Mobile.

Sulla rete 5g i Paesi dell’Unione europea non hanno una linea univoca: la Germania ha di fatto rinviato una decisione, mentre la Francia non ha chiuso la porta a Huawei. In Italia, invece, il Copasir ha suggerito di escludere le aziende cinesi dalle infrastrutture strategiche, ma il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha espresso una posizione più possibilista. Le intese sui sistemi tecnologici possono nascere da alleanze storiche o potrebbero aprire una nuova geografia degli assetti internazionali. La partita va ancora giocata, tanto che gli Stati Uniti hanno proposto chiaramente di investire direttamente fondi del governo per acquisire una quota di controllo di Nokia o Ericsson, gli sfidanti di Huawei, e sono pronti ad accogliere gli alleati europei in un consorzio.

Il focus sul 5g, sulla rete che verrà, può far pensare che le divisioni riguardino il futuro. Ma in verità Stati Uniti, Cina e Unione europea hanno già differenze significative anche nell’economia digitale. L’Europa, senza campioni digitali, prova a inseguire e imporre regole al mercato. La rincorsa ai consumatori cinesi è stata invece un’ossessione ricorrente delle grandi piattaforme americane, che però sono state di fatto tenute fuori dalla porta negli ultimi quindici anni. Visti così, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti sono stati un’eccezione.

Da consumatori, ci abbiamo già fatto l’abitudine con l’informazione: apriamo un social media e sappiamo che le notizie saranno personalizzate, pensate solo per noi. Finora avevamo invece dato per scontato che un sito web, un sistema operativo, un’app (e la tecnologia che la fa funzionare) sarebbe stata aperta, disponibile, uguale per tutti. Non è più così. Ogni sistema - o regime - pretenderà il controllo del giocattolo, diventato troppo succulento (o pericoloso) per lasciarlo in mano al privato.