Andrea Bonomi scivola su Aston Martin ma punta altri 2,5 miliardi sull'Italia
Vittoria Puledda, Vittoria PuleddaMILANO - "Finora abbiamo vissuto in una specie di Bengodi, con tassi bassi che praticamente non fanno saltare nessuno e aziende che valevano sempre di più in Borsa, anche senza una crescita adeguata. Sembrava quasi che il mondo avesse scoperto la ricetta per andare avanti senza recessioni profonde. Ma attenzione: potremmo essere alla fine del ciclo e la situazione potrebbe evolvere molto velocemente". Andrea Bonomi, classe '65, nato a New York e residente a Londra, con doppio passaporto (americano e svizzero) continua a guardare all'Italia con molto interesse. Emergenza coronavirus a parte, il finanziere con il pallino per l'impresa (o viceversa, a seconda di come lo si consideri) è convinto che l'Italia sia molto migliorata ("Sono molto positivo sul nostro paese e non sono il solo, anche da Londra molti manager potendo tornerebbero a vivere a Milano", spiega). A fine anno ha concluso la raccolta del suo ultimo fondo di private eq…
MILANO - "Finora abbiamo vissuto in una specie di Bengodi, con tassi bassi che praticamente non fanno saltare nessuno e aziende che valevano sempre di più in Borsa, anche senza una crescita adeguata. Sembrava quasi che il mondo avesse scoperto la ricetta per andare avanti senza recessioni profonde. Ma attenzione: potremmo essere alla fine del ciclo e la situazione potrebbe evolvere molto velocemente". Andrea Bonomi, classe '65, nato a New York e residente a Londra, con doppio passaporto (americano e svizzero) continua a guardare all'Italia con molto interesse. Emergenza coronavirus a parte, il finanziere con il pallino per l'impresa (o viceversa, a seconda di come lo si consideri) è convinto che l'Italia sia molto migliorata ("Sono molto positivo sul nostro paese e non sono il solo, anche da Londra molti manager potendo tornerebbero a vivere a Milano", spiega). A fine anno ha concluso la raccolta del suo ultimo fondo di private equity, con Investindustrial. E adesso, insieme alla cassa residua del fondo precedente, ha a disposizione circa 5 miliardi di euro. Di cui la metà verrà investita in Italia.
Due miliardi e mezzo da puntare sull'Italia. Ci si comprano tante cose... Per esempio una quota di Aspi.
"No, il dossier Aspi non lo stiamo guardando. Così come il mondo dei sistemi di pagamento: sono un'opportunità di investimento, ma non rientra nelle nostre corde. Il nostro obiettivo restano società di medie dimensioni, in cui prendiamo quote di maggioranza pur continuando a collaborare attivamente con le famiglie imprenditrici, dove ci sono".
Niente infrastrutture e niente pagamenti elettronici. E la finanza? A suo tempo investì molto - anche in termini manageriali - nella Bpm. Una scommessa vinta a metà o, se preferisce, persa a metà. Tornerebbe ad investire in una banca?
"Diciamo che considero Bpm un progetto incompiuto: insieme ad Rcs non sapremo mai quello che sarebbe successo se avessimo potuto concludere il nostro programma. Però le banche in questi anni le abbiamo guardate. Le abbiamo analizzate praticamente tutte - quelle interessanti, si intende, non certo i salvataggi - ma non ci hanno voluto. Che vuole, evidentemente non gradiscono un azionista forte".
Giovanni Tamburi, che per certi versi fa un'attività simile alla sua, ha rilanciato l'idea di un polo italiano del lusso: i nostri imprenditori sono giganti di creatività ma spesso nani per dimensioni...
"Non siamo convinti che sia un mestiere da private equity. Queste idee devono portarle avanti i grandi imprenditori del settore. Ci vuole troppo cuore e troppa expertise per costituire un polo nel lusso, fatto di società di medie dimensioni che si aggregano. E i grandi gruppi costano troppo".
Però una puntata in quel mondo l'avete fatta, con Sergio Rossi. Ormai è qualche anno che siete entrati nella società: a che punto è il rilancio?
"Non è un momento facile per quel settore. Sergio Rossi sta crescendo, forse non come dovrebbe ma piano piano va avanti. E' una storia ancora lontana dall'essere conclusa".
Però in realtà un polo del lusso, anche se nel settore del design e non della moda in senso stretto, ce l'avete.
"E' un segmento che ci sta dando molte soddisfazioni e preferiamo restare concentrati sul polo del design di alta gamma, dove abbiamo messo su un gruppo di grande qualità che sta andando bene, insieme a Carlyle. Nel nostro portafoglio ci sono già B&B, Arclinea, Flos e a Louis Poulsen. Siamo molto interessati anche alla ristorazione e al food, che in Italia ha una grande tradizione.".
Sarà in uno dei questi ambiti che guarderete, per le future acquisizioni?
"Non abbiamo preclusioni, se non per alcuni ambiti in cui non ripeteremo le esperienze del passato. Penso al gaming: non è un ambito che si addice a un investitore istituzionale. Per il resto, penso piuttosto ad imprese industriali tradizionali. Magari un po' noiose, ma che possono dare grandi soddisfazioni: come Ceme, per intendersi".
Dunque: chimica, diagnostica, prodotti per l'infanzia e medicale.
"E' intorno a questi segmenti che abbiamo costituito realtà articolate e stiamo creando dei poli che ci stanno dando soddisfazioni. Ripeto, ci piace anche il settore della ristorazione e del food, dove abbiamo già fatto qualche investimento in Italcanditi e Dispensa Emilia".
Da Artsana alla piadina, passando per le vasche Jacuzzi, nel vostro portafoglio c'è un po' tutto. Anche le macchine di alta gamma, con Morgan e Aston Martin. A proposito, quest'ultima non è stata proprio un successo: è stata portata sul mercato con una valorizzazione superiore a quattro miliardi di sterline, ora ne vale meno di uno.
"Sul mercato è arrivata una storia alla Ferrari, mentre doveva ancora diventarlo. Con l'aumento di capitale e l'ingresso di Lawrence Stroll le cose dovrebbero essere state messe a posto. E comunque negli ultimi anni, dopo il nostro ingresso, Aston Martin è cresciuta tanto; certo, negli ultimi tempi ci sono stati anche molti errori e anche qualche sfortuna. La vicenda della Brexit e poi l'emergenza coronavirus in Cina hanno fatto il resto. Anche sul Suv ci sono stati ritardi, però resto convinto che sia una scommessa che si possa ancora vincere".
Qual è la vostra ricetta in giro per il mondo?
"Noi vendiamo due formule, per alcuni versi opposte: ai gruppi italiani proponiamo di aprirsi, di spingere al massimo sul versante della globalizzazione, offrendo la nostra capacità di penetrazione all'estero. Alle società straniere offriamo invece l'accesso all'Italia, con un team anglosassone nell'approccio e con una naturale conoscenza del nostro paese: è un approccio che funziona, da entrambi i lati".
Investindustrial è stata fondata nel secolo scorso, nel '90. Qual è il suo profilo?
"Il gruppo ha avuto un ritorno annuo superiore al 20% e una raccolta fondi totale di 11 miliardi. E ora, con un team di 130 professionisti che quest'anno diventeranno 160, può contare su un fatturato totale delle società che ha in portafoglio di 7,9 miliardi di euro, un margine operativo lordo di 1,1 miliardi e 20 partecipate, dove lavorano complessivamente 35 mila persone".
Un'ultima cosa: Greta ha ormai dettato un'attenzione per il clima e i temi green da cui non si può prescindere. Investindustrial come si muove?
"Investindustrial è neutrale in termini di emissioni di Co2 dal 2009 e si è data l'obiettivo di diventare "carbon positive" entro la fine del 2020 non solo come società, ma a livello di gruppo. In particolare, grazie alle soluzioni adottate, Investindustrial ha aumentato la portata della sua compensazione del carbonio di 14 volte l'anno arrivando ad evitare oltre 25 milioni di tonnellate di CO2e nell'ambito di progetti trentennali".