Eurogruppo, Collier: “Per l'Ue è un clamoroso fallimento, l'Italia è stata lasciata sola”
Eugenio Occorsio
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di EUGENIO OCCORSIO
L'economista di Oxford, convinto oppositore della Brexit, esprime tutta la sua delusione: "Manca un rapido e solidale soccorso finanziario agli Stati in difficoltà. Italia lasciata sola, così si apre il campo a nazionalismi e autoritarismi"
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
"Anche se è stato raggiunto un primo fragilissimo accordo in sede di Eurogruppo, peraltro tutto da verificare nel consiglio dei capi di governo, l'Europa è protagonista di un clamoroso fallimento proprio in quella che dovrebbe essere la sua ragion d'essere: provvedere un rapido, solidale e decisivo soccorso finanziario agli stati membri in caso di emergenza".
Paul Collier, docente di Economia e Politiche pubbliche alla Blavatnik School of Government della University of Oxford, si era messo a capo di un prestigioso gruppo di intellettuali e accademici nel realizzare un video contro la Brexit che ancora circola, eppure non nasconde la sua delusione verso l'Unione europea: "Priorità politiche di casa propria, trainate dall'ideologia anziché dal pragmatismo, hanno lasciato per molte settimane l'Italia sola a combattere contro un nemico atroce. Eppure le lezioni della storia dovrebbero far rabbrividire chiunque".
"Anche se è stato raggiunto un primo fragilissimo accordo in sede di Eurogruppo, peraltro tutto da verificare nel consiglio dei capi di governo, l'Europa è protagonista di un clamoroso fallimento proprio in quella che dovrebbe essere la sua ragion d'essere: provvedere un rapido, solidale e decisivo soccorso finanziario agli stati membri in caso di emergenza".
Paul Collier, docente di Economia e Politiche pubbliche alla Blavatnik School of Government della University of Oxford, si era messo a capo di un prestigioso gruppo di intellettuali e accademici nel realizzare un video contro la Brexit che ancora circola, eppure non nasconde la sua delusione verso l'Unione europea: "Priorità politiche di casa propria, trainate dall'ideologia anziché dal pragmatismo, hanno lasciato per molte settimane l'Italia sola a combattere contro un nemico atroce. Eppure le lezioni della storia dovrebbero far rabbrividire chiunque".
A quali lezioni in particolare si riferisce, professore?
"Quando c'è un evento devastante come questo, il pericolo - oltre alla tragedia di una strage di innocenti e di una crisi economica spaventosa - è doppio: che nei singoli Paesi prevalgano nazionalismi e autoritarismi, e intanto si rischia di essere sopraffatti da qualche potenza che già è gestita in modo militare e dittatoriale. La democratica Atene cadde vittima della dispotica e militaristica Sparta nel 430 avanti Cristo dopo essersi indebolita per un'epidemia che aveva fatto emergere i peggiori individualismi".
Non è molto benaugurante...
"Ovviamente le condizioni sono molto diverse, lo dicevo solo per dare una dimensione dei pericoli che si corrono. In particolare l'Italia ha grandissime risorse, una solida tradizione familiare, un invidiabile tessuto economico di piccole industrie e artigianato. Quello che mi permetto di dire che fa difetto è un senso della nazione, dell'unità, che qualche politicante ha identificato nel recente passato come la rabbia verso "gli altri" ma invece è tutt'altra cosa, è uno sforzo unitario e costruttivo verso un domani migliore. Se lo saprà trovare adesso, tutti questi caduti innocenti non saranno morti invano. Vede, noi abbiamo molti amici italiani, mia moglie olandese è cresciuta a Roma (dove il padre era direttore generale della Fao, ndr) e siamo convinti che il vostro Paese stia rispondendo con disciplina ed energie positive alle misure di contenimento. Certo meglio degli americani che fanno file scomposte ai negozi di armi". Paul Collier, docente a Oxford (immagine tratta da www.bsg.ox.ac.uk) E la Gran Bretagna?
"Ora finalmente abbiamo capito che continuando ad andare a trovare la gente c'è il pericolo di uccidere la nonna. Ma ci sono state iniziali sottovalutazioni, inutile ripeterlo. C'è un problema di fondo: la riluttanza del Regno Unito ad apprendere dall'esempio degli altri, non solo in sanità. C'è un'inspiegabile presunzione di superiorità, una certezza di eccezionalismo che ha portato a scelte rovinose come la Brexit. Tornando alla sanità, c'è anche un problema tecnico: il sistema è troppo centralizzato. C'è un'unità centrale di ricerca, per esempio, dove si fa la ricerca contro il vaccino. Invece è dimostrato che il decentramento è importante per un dramma che va affrontato casa per casa, a parte qualche inevitabile sbavatura, ma soprattutto quanti più centri di ricerca lavorano perfino in competizione fra di loro, tanto più velocemente si arriverà a qualche risultato".
E' la rivincita del mercato?
"Non proprio, perché è lo Stato che deve finanziare il maggior numero possibile di ricerche, non a pioggia ma neanche con colpevole reticenza. Serve spirito di collaborazione, con il principio della sussidiarietà. L'importante è che la mano pubblica faccia sentire la sua presenza in un'emergenza senza precedenti. Lo sforzo deve essere corale e ogni risorsa e ogni idea vanno sviluppate: valorizzare le risorse locali, però con coordinamento nazionale, europeo, e poi anche di G7 e G20, e possibilmente mondiale. Da tempo sostengo di rivedere le regole e l'attività di istituzioni consunte quale l'Onu, la Nato e a quanto sembra anche l'Unione europea. Quella attuale può essere un'occasione per creare una nuova "società delle nazioni" fra Europa, Usa, Cina, Russia, le maggiori potenze che devono trovare finalmente un'azione congiunta ed efficace in casi di emergenza come le pandemie. E con l'occasione cominciare davvero a lavorare a favore degli esclusi, i Paesi che non hanno la stessa forza ma necessità ancora maggiori. Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare di spingere la gente delle società ricche a capire che abbiamo dei doveri verso gli altri. Ora, uniti in questo dramma globale, non possiamo disperdere energie e risorse".
A proposito di coordinamenti e rivalità, il suo ultimo libro, The future of capitalism (appena uscito in Italia da Laterza con lo stesso titolo "Il futuro del capitalismo"), è un j'accuse spietato verso la società occidentale e la globalizzazione che ne è espressione. Dov'è l'errore?
"Tanti. Prendiamo l'ormai celebre catena mondiale del valore. Si è spezzata subito, con conseguenze economiche devastanti, perché era fragile e priva di qualsiasi resilienza. Sarebbe costato sicuramente di più, ma non era meglio attrezzarsi con una maggior diversificazione dei fornitori perfino in settori cruciali come la materia prima per i farmaci? Il 50% delle molecole per gli anticoagulanti, cruciali per prevenire la trombosi, veniva dalla zona di Wuhan. Le sembra possibile? Ma il concetto di prevenzione è valido su diversi fronti. Solo qualcuno si era attrezzato per tempo".
Chi per esempio?
"La Francia aveva attrezzato con la società ferroviaria Sncf un servizio per trasferire in emergenza i pazienti negli ospedali di tutto il Paese al tempo degli attentati terroristici, che si sta rivelando utile adesso. Singapore dopo l'epidemia di Sars nel 2003 ha approntato ospedali in grado di fornire una risposta su larga scala, li ha lasciati vuoti e ora li ha riempiti. In Svizzera le maggiori aziende gestiscono magazzini carichi di beni di prima necessità da usare in caso di allarme e 250 senior manager sono specificamente addestrati per questo ruolo".
E' un caso se queste misure sono state intraprese in alcuni dei Paesi più ricchi del pianeta?
"Mettiamola così: dimostrano pragmatismo ed efficienza nella classe dirigente, la stessa che porta queste aree ad essere fra le più sviluppate del mondo. Ma più in generale è importante organizzarsi per tempo, e anche capire che tutti abbiamo degli obblighi l'uno verso l'altro. Mentre una nuova cultura dei diritti individuali si fa strada, bisogna restaurare il nostro senso della comunità, l'unico che non ci fa sentire soli quando una tremenda sciagura collettiva si abbatte su di noi, e ci dà la speranza per uscirne più forti".